Enigma Gen ZIl lavoro su TikTok, gli imprenditori che non conoscono i giovani e il nuovo conflitto generazionale

Il dibattito sull’equilibrio ufficio/vita privata dei ventenni si è spostato sui social tra hashtag motivazionali, nuove tendenze e presunti intellettuali che annuiscono senza capire. Ma per i più anziani, i ragazzi semplicemente non vogliono far nulla

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Che i greci emigrati in America nel secolo scorso siano contrari agli stili di vita moderni ce lo insegna molto bene il film “Il mio grasso grosso matrimonio greco” (frase clou: «Ah sei vegano? Allora ti faccio l’agnello»). Eppure quando John Catsimatidis, un settantaquattrenne che vale 4,1 miliardi di dollari, dice che TikTok sta rovinando i ragazzi della Generazione Zeta (i ventenni) perché li distrae dal lavoro duro, la sua opinione non può essere immediatamente archiviata come arretratezza culturale. Soprattutto nell’estate che ha spostato proprio su TikTok il dibattito sull’equilibrio lavoro/vita privata dei più giovani.

Lo sfogo, sulle pagine del Daily Mail, in effetti parte polveroso, in stile “ah, i giovani d’oggi”. Dice Catsimatidis che da ragazzo, appena diplomato, sua madre lo ha buttato giù dal divano e, a differenza di oggi che si tollera il cazzeggio su TikTok, lo ha mandato a lavorare settanta ore alla settimana in un supermercato locale: «Già, speravo di passare l’estate a guardare la tv, e invece…».

E invece è iniziata la sua fortuna, perché poco tempo dopo si è comprato il supermercato e non si è più fermato, tanto che oggi ha trentuno food store tra Manhattan e Brooklyn. Catsimatidis ha aperto il suo negozio di alimentari nel 1969 e all’età di venticinque anni aveva dieci supermercati Gristedes Red Apple. Oggi ha una raffineria in Pennsylvania, una società di Real Estate a New York e una radio, la 77WABC, come informa Forbes.

Trumpiano attivo, Catsimatidis fa parte di quel gruppo di imprenditori che esprime idee semplici e regole di vita basiche, il che è sempre alla base dell’influenza su un elettorato. Carriera è: «Lavorare con persone più intelligenti di te, studiare e stare fuori dai guai». Più ti impegni, più facilmente vincerai è il suo mantra neo calvinista-ellenico. Smart working? «Mostratemi le persone che lavorano soltanto tre giorni alla settimana e vi farò vedere i loro fallimenti».

Il magnate entra con gli scarponi chiodati in un dibattito che, guarda caso, questa estate è fortissimo su TikTok. Nel suo talk show “The Cats Roundtable”, Catsimatidis inveisce contro l’inconsistente etica del lavoro delle giovani generazioni. Ma ha un problema: sui social non riesce a generare «conversations» con quei giovani. Il che di questi tempi corrisponde all’accusa di essere come i nostri genitori negli anni Ottanta, che scambiavano Jon Bon Jovi con Drupi mentre guardavamo Mtv.

Perché ora i lavoratori più giovani si sono riversati su TikTok per discutere delle loro esperienze lavorative. Il miliardo di utenti di TikTok è composto da donne e uomini della Gen Z, con il sessanta per cento di utenti di età compresa tra sedici e ventiquattro anni. Ed entro il 2025, si prevede che il 71,9 per cento della Gen Z utilizzerà TikTok. In questa piazza mediatica soltanto l’undici per cento degli utenti ha più di cinquant’anni e pochissimi si fanno prendere dalle sfide canore e dai balletti (Matteo Salvini li faceva, ma prima di compiere i cinquanta).

Ora, abbiamo un parco Ceo con un’età media di cinquantanove anni (e il 93,6 per cento di uomini). A causa di questo divario digitale e di genere, una piccolissima parte della classe dirigente è in grado di elaborare politiche che abbiano un impatto sull’esperienza quotidiana dei lavoratori più giovani. Qualcosa di un po’ più pericoloso dello scambiare gli Iron Maiden con i Pooh.

Gli intellò mondiali plaudono ai giovani ribelli, il dibattito ricorda evidentemente antiche aule universitarie dense di coscienza collettiva e idealismo, ma anche in questo caso gli intellettuali organici sembrano inebetiti dal nuovo oppio digitale: esaltano una generazione che probabilmente non capiscono e spesso dimostrano di non saper decrittare le tendenze del social. Come #QuietQuitting, #RageApplying, #QuitTok, #QuietFiring, #BareMinimumMondays e #ActYourWage, direttrici di un’aspirazione all’equilibrio psicologico personale più che collettivo.

Qui è la frustrazione a regnare sovrana, non una rivoluzione fatta d’amore e salario equo. E le masse che rendono virali gli hashtag indicano che questa stessa frustrazione è avvertita in tutte le generazioni, anche se poco da chi le rappresenta al potere.

Il fatto è che ogni hashtag sul tema lavoro&disagio è diventato un talk show di denuncia. Lo sostengono i dati elaborati da Workamajig, società di software specializzata nella gestione del personale. Ha individuato dieci tendenze che, hanno ottenuto complessivamente più di un miliardo di visualizzazioni. Dentro, dice la bibbia dei marketer, Fast Company, «si trovano dati strategici di valore inestimabile per politici e aziende».

E come in ogni talk show ecco emergere gli eroi socialmediatici del momento. Personaggi come  Marisa Jo (@itsmarisajo) che ha documentato nelle storie il suo abbandono del posto di lavoro. Sarebbe riconducibile a lei l’hashtag #QuitTok. Ma la democrazia annulla anche le distanze tra i creator (gli influencer di TikTok, per chi è a digiuno di concetti digitali). E ora perfino gli insegnanti salgono sulle barricate: la tiktoker americana Nichole Meyers (@nicholelynn_), docente alle superiori, ha mostrato, in un post, che ovviamente ha preceduto le sue dimissioni, il proprio petto coperto di orticaria a causa di una turbolenta e ansiogena giornata a scuola.

Più venale, l’hashtag #rageapplying fomenta la rabbia per gli stipendi troppo bassi. Uno studio del Pew Institute rileva che il sessanta per cento dei giovani che hanno cambiato lavoro nel 2021 e nel 2022 sono stati premiati da stipendi più alti. Al contrario, l’impiegato medio che si è conformato alla volontà aziendale ha perso denaro e opportunità di crescita.

Con buona pace di Catsimaditis, la logica dello «stai al tuo posto e lavora» è messa in discussione addirittura dal recente rapporto del World Economic Forum, secondo cui il settantatré per cento di tutti i dipendenti nel mondo esige smart working e flessibilità. E questo mentre Microsoft fa sapere che il cinquanta per cento delle aziende sta chiedendo ai dipendenti di tornare in ufficio full time.

Intanto la schiera degli imprenditori che bolla il dibattito come paturnia giovanile fomentata da internet cresce ben oltre il magante greco. Tra loro c’è il cofondatore di Whole Foods John Mackey: ha affermato che i giovani, definiti i nuovi «socialisti», sembrano non voler proprio lavorare.

Ha alzato la mano anche Keith Rabois, grande investitore, già pezzo grosso di PayPal, LinkedIn, Slide e Square. Secondo il manager cinquantaquatrenne, le piattaforme come Google e Meta hanno assunto migliaia di persone soltanto per mostrarsi più potenti nella Silicon Valley. Gli hanno dato la scrivania ma nessun vero ruolo. E ora, per liberarsi delle troppe spese, sostengono l’ideologia dello smart working e incentivano le dimissioni.

Rimane l’enigma Gen Z: siamo di fronte a un conflitto generazionale di proporzioni inedite o semplicemente a visioni differenti tra vecchi e nuovi schemi e propaganda elettorale, com’è accaduto mille altre volte nella storia?

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