Fratelli di declinoL’emorragia demografica e l’impossibile riforma strutturale delle pensioni

Il governo non potrà inserire nella manovra di bilancio una ristrutturazione sostanziale del sistema previdenziale. Perché l’Italia, non da oggi, viaggia verso l’invecchiamento e la riduzione di cittadini in età lavorativa: l’immigrazione potrebbe aiutare, ma per la destra è un’emergenza non un’opportunità

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Nella manovra di bilancio non ci sarà spazio per quella che chiamano riforma «strutturale» delle pensioni. Che poi «strutturale» non sarebbe affatto, perché combinando le proposte dei sindacati con quelle convergenti di Matteo Salvini (sessantadue anni con venti di versamenti o quarantuno a prescindere dall’età) si aprirebbe solo un’autostrada per il pensionamento dei baby boomers che già usufruiscono di vie d’accesso privilegiate, mentre si farebbe indossare alle nuove generazioni un vestitino alla marinara.

Durante l’estate, al Meeting di Rimini (che ha preso il posto dell’apertura della ripresa politica che un tempo spettava al Festival nazionale dell’Unità, prima che diventasse un confessionale a porte chiuse) il ministro Giancarlo Giorgetti ha trovato il coraggio di denunciare che «il re è nudo»: non è stata una grande scoperta, perché la circostanza era ed è talmente evidente da non lasciare dubbi. «Non c’è nessuna riforma previdenziale che tiene nel medio-lungo periodo con i numeri della natalità che vediamo in questo Paese», ha detto il ministro.

La platea del Meeting non si aspettava che un ministro leghista (sia pure sui generis) mandasse in frantumi con poche parole la narrazione che Matteo Salvini – in combutta con i sindacati – ha diffuso per decenni contro la riforma Fornero.

Il declino demografico è una delle grandi emergenze del Paese e scarica i suoi effetti sia sul sistema pensionistico che sul mercato del lavoro. Quindi, non è solo un problema di finanze pubbliche o di mismatcht tra domanda e offerta di lavoro.

È diventata una questione di numeri, di teste riguardanti da un lato i pensionati e dall’altro i contribuenti. I primi per alcuni decenni sono destinati ad aumentare ancora; i secondi sono in progressiva diminuzione, per il fatto banale che non nascono da generazioni in numero adeguato.

Nell’arco di poco più di una generazione in Italia si è passati dal picco storico di 1,1 milioni di nati del 1964 ai 398mila del 2021. Nei primi sei mesi di quest’anno sono stati segnalati trend in parte differenti: ma si è trattato solo un saldo negativo inferiore rispetto a quello del biennio precedente, includendo ovviamente l’ingresso degli stranieri. Ovviamente questi processi non sono determinati da un crollo improvviso ma da una lunga emorragia che si è aggravata anno dopo anno, per effetto di un declino progressivo.

Infatti, quando le generazioni (al netto di altri fattori culturali, economici e sociali) si riducono di numero innestano una filiera che produrrà un ulteriore declino in quelle successive. La presenza di un numero decrescente di padri e di madri (in età feconda) ha portato con sé l’inevitabile conseguenza della riduzione del numero dei figli in una sequenza che viene trascinata al ribasso man mano che si succedono le coorti.

La demografia è quasi una scienza esatta perché ragiona su dati certi, in quanto già avvenuti (le nascite) e su variabili generalmente prevedibili (salvo casi eccezionali). Non ci voleva molto a capire che l’Italia era incamminata sulla via del declino. In sostanza le coorti del baby boom (numerose alla nascita) hanno potuto avvalersi di norme che (sia pure con modifiche) favorivano il pensionamento anticipato senza penalizzazioni, con trend demografici favorevoli, lunghi periodi occupazione precoce, stabile e continuativa, l’allungamento dell’attesa di vita in ragione di un anno ogni dieci.

E qui sta l’ingorgo che i sindacati si rifiutano di vedere: nei prossimi anni aumenterà il numero dei pensionati classificabili come anziani/giovani mentre diminuirà – perché semplici motivi di ordine naturale – il numero di i contribuenti in un sistema di finanziamento a ripartizione. Tutto ciò al netto di tanti altri motivi, come le condizioni occupazionale ed economiche delle generazioni che entreranno nel mercato del lavoro. Non ci vorrebbe molto a capire quali conseguenze determinerà l’intrecciarsi di questi processi: denatalità, invecchiamento, aumento dell’attesa di vita e prevalenza del pensionamento anticipato che nello stock supera la vecchiaia di ben due milioni di trattamenti; per quanto riguarda i flussi, anche nei primi sei mesi dell’anno in corso per ogni cento pensioni di vecchiaia ne sono state liquidate più di centotrenta di anzianità ad un’età media alla decorrenza intorno ai sessantuno anni nonostante la pratica stramba delle quote.

Nelle coorti comprese tra i venti e i sessantacinque anni – centrali nel mercato del lavoro – alla fine del decennio verranno a mancare 1,8 milioni di persone che dieci anni dopo, nel 2040, diverranno 5,7 milioni, che non potranno essere rimpiazzati dalle coorti che seguono, anche loro in un trend di diminuzione; né da quelle che precedono anche se, nel 2050, i giovanissimi (da zero a quattordici anni) saranno sorpassati addirittura dagli ultra ottantenni. Si tenga presente che si tratta di popolazione residente: il che significa che vi sono inclusi anche i flussi di lavoratori stranieri. È però dal 2014 che l’apporto degli immigrati non è più in grado di compensare il saldo negativo degli italiani. Qui si dovrebbe aprire un altro tipo di ragionamento.

Paradossalmente un maggiore ingresso di cittadini stranieri sarebbe sicuramente un rimedio più facile e adeguato nei tempi piuttosto che la capacità di rimettere in moto la natalità. Ammesso e non concesso che questo obiettivo possa essere conseguito, ci vorrebbero comunque decenni per recuperare quanto si è dilapidato nel corso di altrettanti decenni. Ma sarebbe più efficace riuscire a trasformare l’immigrazione da emergenza a opportunità.

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