La grande incertezzaRenzi, le proposte a Meloni e l’incognita sul futuro del Terzo Polo (parlandone da vivo)

L’ex premier offre le riforme istituzionali e altro a maggioranza e Parlamento, e pensa di rilanciare l’alleanza liberal-democratica alle Eueopee, ma sarà difficile perché Calenda, dopo la rottura, diceche piuttosto che tornare col suo vecchio alleato lascia la politica

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Matteo Renzi ieri è tornato sulla scena per dire alcune cose. Quella che fa più notizia è la proposta di legge costituzionale per l’elezione diretta del presidente del Consiglio, da sempre un pallino del leader di Italia viva (il «sindaco d’Italia»). La notizia non è dunque il merito (già noto: elezione diretta del presidente del Consiglio nel giorno delle elezioni politiche con poteri di nomina e revoca dei ministri) ma il diretto invito-provocazione a Giorgia Meloni (la quale «chiacchiera ma fa melina») a seguire questa iniziativa, lei che è favorevole alla elezione diretta in teoria del presidente della Repubblica ma più realisticamente del capo del governo. Poi il leader di Iv ha annunciato altre due proposte, una su “Italia sicura” (da un progetto di Renzo Piano) e un altro sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda (idea Cisl) e ha inoltre rilanciato la proposta di una commissione d’inchiesta sul Covid negando con forza che Sergio Mattarella abbia inteso frapporsi al dibattito parlamentare in corso sulla legge istitutiva. 

Riguardo al capitolo Twiga e dintorni, Renzi non ha dato seguito alla polemica sollevata da Carlo Calenda sulla partecipazione di Maria Elena Boschi, Luciano Nobili e Francesco Bonifazi a una cena nel locale versiliano di Daniela Santanchè (della quale Azione ha chiesto le dimissioni e IV no «per garantismo»): «Non mi interessa dove va a cena Bonifazi o Richetti». Però la stoccata a Calenda, che aveva fatto sulla cena una dura dichiarazione, c’è stata: «Parafrasando Pasolini si potrebbe dire che è il grillismo degli antigrillini». 

Sulla candidatura di Marco Cappato nel collegio di Monza, Renzi ha chiesto retoricamente se si vuole vincere o partecipare, facendo intendere che con l’esponente radicale si perde. Quanto al progetto dell’ex Terzo Polo ha ribadito che alle elezioni del 2024 per i riformisti c’è uno «spazio enorme» e «se si vorrà fare chiarezza penso che si dovrà indicare il percorso per le Europee». Questo in sintesi è il succo della conferenza stampa, naturalmente conditi da molte altre considerazioni (non secondario, l’apprezzamento per la politica estera del Governo). 

Quali osservazioni si possono fare? Molti osservatori ritengono che Renzi stia progressivamente guardando a destra e in questo senso il rilancio sull’elezione diretta del presidente del Consiglio potrebbe essere un indizio pesante della prefigurazione di un asse diretto IV-FdI su un tema che probabilmente sarà centrale più avanti. Il diretto interessato conosce bene queste voci e in diversi momenti ieri ha cercato di fugare questo presunto feeling con la destra tornando a criticare l’immobilismo del governo su molte questioni e rivendicando di essere quello che fa opposizione più di tutti perché non si limita a piantare bandierine ma avanza proposte concrete in Parlamento (dove, incidentalmente, ha affermato di essere il più presente dei leader). 

La questione Renzi-Meloni ingolosisce molto gli osservatori ma d’altra parte nessuno è riuscito a spiegare non solo che interesse avrebbe Renzi ad andare a destra, cosa che confliggerebbe con il suo passato ma anche con un giudizio di fondo sulla Meloni, ma soprattutto che interesse avrebbe la medesima Meloni, che non ha problemi di numeri, a mettersi in casa uno come lui. Altra cosa è una circoscritta sintonia (per esempio sulla giustizia) con Forza Italia, un partito alla ricerca di una nuova identità dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, ma questa è tutt’altra cosa rispetto a un improbabile incontro con Meloni, che semmai è esattamente l’antagonista di un centro riformista come lo pensa Renzi. Si vedrà.

È interessante la proposta sulla partecipazione dei lavoratori agli utili aziendali, una vecchia idea socialdemocratica e cristiano-sociale, dietro la quale emerge con chiarezza la preferenza per la Cisl rispetto alla detestata Cgil filo-contiana. Già, perché è sempre Conte il punching-ball preferito da Renzi. La durezza con la quale quest’ultimo sostiene la Commissione sul Covid è spiegabile data proprio in relazione a certi comportamenti dell’allora presidente del Consiglio, a partire da vicende mai chiarite come la presenza di soldati russi nei giorni cruciali della pandemia o l’acquisto dei ventilatori e delle mascherine. 

Sul caso-Twiga Renzi non poteva dire che quello che ha detto: non m’interessa, un modo per chiuderla lì. Si capisce meno il richiamo al grillismo di chi critica certe frequentazioni, al di là della vicenda specifica di Daniela Santanchè. Sulla candidatura di Marco Cappato a Monza Renzi ha detto implicitamente di no, se si vuol vincere: può darsi che abbia ragione ma senza volerlo non è stato elegantissimo. 

Ma il punto meno chiaro, alla fine, è quello dell’ex Terzo polo e della recente dialettica interna a Italia viva. Renzi non vuole rompere definitivamente con Carlo Calenda, o perlomeno non intende apparire come colui che stacca la spina a un progetto che nei fatti ormai è deteriorato, e per questo rimane nel vago. Tantomeno entra nel merito delle tensioni che serpeggiano nel suo partito, da Elena Bonetti a Luigi Marattin, da Teresa Bellanova a Ettore Rosato, tensioni peraltro mai venute alla luce in modo tale da fare capire quanto si tratti di questioni personali e quanto di ragioni politiche ma sarà il Congresso tra settembre e ottobre a fare luce. 

Però intanto giganteggiano gli interrogativi, uno soprattutto: se è vero che alle Europee c’è uno «spazio enorme», come pensa Matteo Renzi di poter presentare una lista che non abbia grandi problemi a superare il quattro per cento visto che Calenda dice in giro che «piuttosto che presentarmi con Renzi lascio la politica»? Prima o poi a questa domanda bisognerà pur rispondere.

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