Grande sorellaLa rischiosa riforma del premierato e il probabile referendum su Meloni

La legge costituzionale promossa dalla leader sovranista per dare maggiori poteri alla carica del presidente del Consiglio potrebbe spingere le opposizioni a una campagna referendaria simile al 2016 e personalizzare il voto sulla simpatia o antipatia verso la premier

MARCO LONGARI / AFP

Il premierato proposto da Fratelli d’Italia che dovrebbe diventare il cuore di un disegno di legge costituzionale del Governo (se la Lega non farà i capricci) potrebbe rivelarsi una clamorosa buccia di banana per Giorgia Meloni. Soprattutto perché la sinistra (più Carlo Calenda, che così bissa l’intesa con il Partito democratico e gli altri dopo quella sul salario minimo: vedremo se ce ne sarà una terza, dopodiché, come suggerisce Agatha Christie, tre indizi fanno una prova) giocherà l’argomento pesantissimo dell’attacco alla figura del presidente della Repubblica, la più amata dagli italiani, poiché è oggettivo che l’elezione diretta del premier sottrarrebbe poteri importantissimi oggi in capo al Quirinale come la nomina del Presidente del Consiglio e dei ministri e il potere di scioglimento delle Camere, non essendoci peraltro dubbi sul fatto che l’uomo (o la donna…) eletto/a dal popolo avrebbe una forza politica innegabilmente superiore a quella di un Capo dello Stato eletto dal Parlamento. 

Se questa riforma passasse in Parlamento con meno dei due terzi ci sarebbe il referendum che si risolverebbe in una consultazione popolare su Giorgia Meloni, perché lei sarebbe la candidata naturale della destra per palazzo Chigi (mentre a sinistra regna il buio). Dunque il quesito che le opposizioni (tranne Italia viva) suggerirebbero agli italiani suonerebbe più o meno così: volete che Giorgia Meloni venga plebiscitata da un voto che le conferirebbe poteri molto grandi o volete che resti una figura arbitrale ma fondamentale come quella oggi ricoperta in modo mirabile da Sergio Mattarella?

La destra ovviamente la direbbe in un altro modo: volete che grazie alla investitura popolare il/la presidente del Consiglio resti a palazzo Chigi per cinque anni senza che nessuno possa impedirgli/le di governare? C’è qui un evidente paradosso: posta in questi termini alla sinistra tocca la parte dei conservatori e alla destra quella degli innovatori. Il fronte del No al premierato finisce infatti inesorabilmente per apparire il difensore dello status quo istituzionale, d’altronde in continuità con tutta una corrente politica sostanzialmente immobilista a difesa della «Costituzione più bella del mondo» di bersaniana memoria, quella che fece fallire la riforma Renzi-Boschi nel 2016. Figuriamoci poi dinanzi a una riforma patrocinata da Giorgia Meloni! 

È immaginabile la chiamata generale contro il tentativo di «prendere il potere», come si griderà dalle parti del Nazareno dove manca da tempo una cultura istituzionale diversa dal conservatorismo dell’esistente: eppure la carta della «difesa della democrazia» contro l’assalto di Giorgia potrebbe funzionare anche confidando in qualche sgambetto da destra, proprio come capitò a Matteo Renzi da parte di tanti del suo campo e addirittura del suo stesso partito che volevano farlo fuori. Quest’ultimo sposa il premierato noi pensiamo per vera convinzione (il sindaco d’Italia lo propone da quando era primo cittadino di Firenze) più che per giochetti politici come ha spiegato Maria Elena Boschi: «Se voteranno le proposte che abbiamo presentato in campagna elettorale, dal sindaco d’Italia alla giustizia, saremo felici e voteremo anche noi, ma non ci sarà nessuna strizzatina d’occhio o nessun inciucio». 

Quel che comunque è certo è che una convergenza su una questione istituzione di tale importanza avrebbe un sicuro effetto di automatico trascinamento di Italia viva verso la destra, le piaccia o meno. Non è improbabile che Calenda, schierandosi adesso (e non prima) contro il premierato abbia visto questo processo e voglia tenersene fuori. 

Dunque le opposizioni potrebbero puntare tutto sulla difesa della Costituzione e delle prerogative del Capo dello Stato, e in un Paese che in fondo non vede questo tema come assolutamente predominante su tutto il resto – ché in effetti in questa fase le emergenze sono piuttosto altre, più in campo economico-sociale che istituzionale – e che almeno per una metà diffida degli eredi del Movimento sociale italiano, questa strategia difensiva potrebbe funzionare. 

Ma ce n’è un’altra, che contrasta il premierato di Meloni seguendo la strada di un proposta alternativa che in sintesi si racchiude nella espressione di Leopoldo Elia richiamata recentemente da Stefano Ceccanti favorevole ad «una forma di governo e di legge elettorale che faccia emergere da una sola consultazione degli elettori la maggioranza parlamentare e l’indicazione del presidente del Consiglio in modo da incorporare la scelta del leader nella scelta della maggioranza» ), una modifica costituzionale che andrebbe accompagnata una efficace riforma della legge elettorale in grado di assicurare una maggioranza dopo il voto. 

Si tratta di due approcci differenti, uno diciamo così più barricadero e l’altro più riformatore. Poi l’esito di un referendum dipende da tante cose. Di solito quando il capo del governo lancia questa sfida la perde. A Giorgia Meloni, quando il fischio d’inizio della partita è ancora lontano, non dovrebbe andare meglio. Però siccome gli esiti referendari tipo Brexit sono imprevedibili forse più che puntare gli uni su un modello troppo rigido ed estremo e gli altri sul conservatorismo che è anch’esso sbagliato (e che ne sarebbe poi delle opposizoni se perdessero? Alle politiche successive soccomberebbero), non varrebbe la pena prima di rischiare entrambi su posizioni sbagliate provare a imboccare una strada mediana più ragionevole per tutti?

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