Smacco al NordLa possibile e inaudita sconfitta epocale della sinistra norvegese

Il prossimo 11 settembre quasi certamente si chiuderà un’altra pagina del mito socialdemocratico scandinavo: il Partito Laburista potrebbe essere superato dai Conservatori per la prima volta alle amministrative in cui si vota in tutti i comuni e tutte le regioni del Paese

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A Youngstorget, nel centro di Oslo, fioriscono i gazebo dei partiti come nel resto della Norvegia: è tempo di elezioni amministrative, che nel Paese dei Fiordi cadono ogni quattro anni esattamente a metà legislatura (le camere non si possono sciogliere) e, oltre a rinnovare sindaci, consigli comunali e regionali, sono anche utili per tastare il polso della situazione per chi è al governo.

Sotto la guida di Jonas Gahr Støre, un ricco ereditiere a lungo ministro degli Esteri, il Partito Laburista governa il Paese in coalizione con centristi e socialisti, ma è immerso nella crisi più nera della propria storia e si appresta a subire un’umiliazione non di poco conto: il sorpasso dei Conservatori, evento che non si verifica dalle elezioni nazionali del 1924 (e quella volta ci si mise di mezzo anche una doppia scissione) e che non è mai avvenuto alle amministrative, che esistono dal 1910 e da oltre cinquant’anni vedono coinvolti, lo stesso giorno, tutti i comuni e tutte le regioni del Paese.

L’eccezionalità della cosa è tale che, a rischio il prossimo 11 settembre, non ci sono solamente le grandi città, tutte amministrate dai Laburisti con l’eccezione della benestante Baerum, agglomerato suburbano immediatamente a ovest della capitale, roccaforte della Høyre. Rischiano di cadere anche i tre comuni centenari, ovvero quelli dove i laburisti regnano da oltre un secolo: è il caso di Sarpsborg, non lontano dal confine meridionale con la Svezia, dove il sindaco è laburista dal 1913, di Lillestrøm, comune confinante a nord di Oslo rifondato nel 2019 dopo essere stato sciolto nel 1962 (qui il sindaco è laburista dal 1923, inclusa Skedsmo, di cui Lillestrøm ha fatto parte per cinquantasette anni) e, infine, della più piccola Stange, che ha un primo cittadino laburista dal 1919.

A Oslo è in gioco anche la carriera politica di un pezzo grosso dei Laburisti: nella capitale (come a Bergen e a Tromsø) le funzioni del sindaco sono divise fra il primo cittadino e il Presidente del Consiglio comunale, che qui, dal 2015, è l’arcinoto Raymond Johansen, già segretario di stato e leader giovanile della Sinistra Socialista, partito che ha abbandonato negli anni Novanta dopo essersi schierato a favore del “Sì” nell’ultimo referendum, poi fallito, sull’adesione all’Unione europea.

Johansen è in una sorta di convivenza forzata con la sindaca (proprio del partito socialista SV) Marianne Borgen e per sconfiggere il duo conservatore Lindboe-Solberg – omonimo dell’ex premier – dovrà sperare che il blocco di sinistra, incluso il Partito Rosso, erede diretto del Partito Comunista, mantenga la maggioranza dei seggi. In sostegno di Johansen si è spesa anche la prima premier donna del Paese, l’ottantatreenne Gro Harlem Brundtland, che si è candidata nelle liste cittadine del partito che lei ha guidato a livello nazionale dal 1981 al 1992 (e come premier fino al 1996).

Il Partito Laburista arriva, suo malgrado, a questo appuntamento con la storia dopo essere tornato al governo nel 2021 sconfiggendo la coalizione di centro-destra della premier uscente Erna Solberg, più per inerzia che per una reale svolta politica del Paese: nessun premier è riuscito a rimanere in carica più di due mandati e questo destino è toccato anche all’altrimenti popolarissima Jern-Erna (Erna di ferro).

Cosa è accaduto in questi due anni è evidente ed è stato la causa del declino di numerose coalizioni di governo altrimenti ben salde nel resto d’Europa: la guerra in Ucraina, su cui Gahr Støre ha dimostrato a livello diplomatico grande competenza, sostenendo il Paese aggredito anche aprendo i rubinetti del ricco fondo sovrano petrolifero, e l’inflazione che ne è conseguita.

Su quest’ultimo elemento batte una parte della campagna elettorale, specialmente quella della Høyre, perché le misure della Banca Centrale non sono servite a granché. I tassi di interesse sono stati rialzati undici volte da quando il governo è entrato in carica (complice anche il colpo di coda della pandemia), ma l’inflazione, che raramente superava il tre per cento a ottobre 2022 è arrivata a toccare il 7,5 per cento e solo adesso sembra destinata ad ammorbidirsi.

La mazzata è arrivata dalla crisi della Corona Norvegese, che a giugno ha toccato il secondo minimo storico nei confronti dell’Euro (peggio solo durante la pandemia). Nel mirino del Conservatori c’è l’equivalente norvegese dell’Imu, che i Laburisti puntano a preservare nei comuni dove è in vigore e dove sono al governo, nonostante il caro-affitti.

Dal dibattito pubblico è quasi scomparsa l’immigrazione, come d’altronde è accaduto in Italia lo scorso anno: il Partito del Progresso, formazione populista che fino al 2020 ha sostenuto al governo Erna Solberg, ora concentra le proprie energie sulle politiche ambientali del centro-sinistra. La leader Sylvi Listhaug ritiene le misure di contenimento dei gas inquinanti un danno all’economia norvegese, considerato l’impatto ridotto che tali limiti hanno quando messi a confronto con altre superpotenze.

Fra i Laburisti hanno fatto scalpore le dimissioni forzate, quasi a ridosso del Pride, della ministra della Cultura, la paladina dei diritti civili Anette Trettebergstuen, a causa di una serie di conflitti di interessi nelle nomine presso gli enti pubblici, mentre lo stesso trattamento non è stato riservato alla ministra per l’Educazione Tonje Brenna in circostanze non troppo diverse.

A contribuire al declino Laburista, ci si è messa anche la crisi del Partito di Centro, formazione agraria un tempo molto forte nel centro-nord e che il suo leader, oggi Ministro delle Finanze, Trygve Slagsvold Vedum, ha cercato di rinvigorire promettendo investimenti lontano dalla capitale.

Proprio di questi giorni è la notizia dell’apertura di dieci centrali di polizia in aree rurali, in contrapposizione a quanto suggerito dalle stesse autorità di polizia che ne avevano denunciato l’inutilità di fronte al crimine, altrimenti confinato ai grossi centri urbani. I centristi, ancora oggi euroscettici e protezionisti, sono entrati a fare parte della coalizione di centro-sinistra circa vent’anni fa dopo essere stati a lungo partner dei conservatori e dei cristiano-democratici. La recente decisione di elettrificare l’isola di Melkøya, altrimenti alimentata dal gas estratto al largo delle sue stesse coste, è stata presa contro lo stesso volere degli iscritti, causando una rivolta interna.

Anche i centristi hanno dovuto fare i conti con uno scandalo estivo: il ministro della Ricerca e dell’Università Ola Borten Moe si è dovuto dimettere qualche settimana fa a causa delle rivelazioni sul suo possesso di azioni del gruppo Kongsberg, specializzato in produzione di armi.

Preparato all’impatto, il premier Gahr Støre aspetta l’esito del voto: una sconfitta di misura, o comunque secondo quando pronosticato dai sondaggi, non dovrebbe causare troppi grattacapi perché le camere non si possono sciogliere e il centro-destra dovrebbe raggiungere troppi compromessi per avere i numeri e governare la seconda metà della legislatura. Se, invece, dovesse arrivare l’imbarcata (a dicembre un sondaggio dava addirittura per possibile il terzo posto con il sorpasso del Partito del Progresso), potrebbe anche arrivare una crisi di governo, e sarebbe la prima da oltre vent’anni a questa parte in un paese che, altrimenti, funziona quasi come la nostra Prima Repubblica.

Per rimettere in sesto la barca c’è anche chi pensa a un possibile ritorno in campo di Jens Stoltenberg, lui sì premier molto popolare durante i primi anni del secolo (è ancora piuttosto giovane, avendo sessantaquattro anni). L’attuale segretario generale della Nato, rieletto in estate, potrebbe aspettare fino all’anno prossimo per lasciare il timone dell’alleanza atlantica in presenza di candidati più papabili e concentrarsi su una sfida altrimenti mai tentata da nessuno, ovvero quella di un incredibile rientro in patria per salvare il voto del 2025. Probabilmente fantapolitica, ma all’orizzonte non ci sono soluzioni migliori.

Quasi certamente, si chiuderà un’altra pagina del Nord Europa socialdemocratico: gli unici ad essere rimasti “inviolati” sono gli omologhi svedesi, che però devono fare opposizione a un governo di destra-centro per ragioni non troppo diverse da quelle che stanno costando il primato fra i fiordi.

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