Quesiti linguisticiOca, anatra o papera? Risponde la Crusca

Solo gli Anatidi comprendono cinque sottofamiglie, molte tribù e ancor più abbondanti generi, per un totale di circa centocinquanta specie di volatili

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Molti lettori ci chiedono di fare chiarezza sulla parola papero: quale animale indichi di preciso, quali ne siano l’etimologia e la storia, se sia una parola di origine toscana; inoltre i lettori si interrogano anche su questioni di carattere morfologico, ossia sull’accettabilità delle forme paparo, anitra ‘anatra’ e dell’insolito plurale anatri.

Risposta

Chi ha la curiosità di scorrere con lo sguardo i rami in cui secondo la tassonomia zoologica si articolano l’ordine degli Anseriformi e, sotto di esso, la famiglia degli Anàtidi, si trova davanti una piccola foresta terminologica. Solo gli Anatidi comprendono cinque sottofamiglie, molte tribù e ancor più abbondanti generi, per un totale di circa centocinquanta specie di volatili: tra queste si contano molte anatre, concentrate nell’albero classificatorio al di sotto della sottofamiglia delle Anatinae, e molte oche, in maggioranza nella sottofamiglia delle Anserinae. Il quadro, già così piuttosto articolato, si complica quando dalla classificazione latina riemergiamo alla superficie linguistica della nomenclatura italiana, dove troviamo, fra le Anserinae, anche volatili che in italiano chiamiamo anatre, e fra le Anatinae volatili che chiamiamo oche. E in questa moltitudine di uccelli dai becchi colorati, dai piumaggi curiosi, diffusi nelle più diverse zone del mondo, uccelli che a volte è solo per corrispondenza onomastica che ci ricordano di essere anatre e oche, troviamo naturalmente specie che già a partire dal nome segnalano quanto sia complesso l’insieme di animali a cui ci riferiamo: cigni, dendrocigne, gobbi, casarche, volpoche, morette, edredoni, orchi, quattrocchi, pesciaiole, smerghi, alzavole, moriglioni, fischioni, codoni, germani.

Quello che ci interessa qui, tuttavia, non è l’esuberanza cui l’evoluzione ha consegnato la realtà zoologica, ma la questione linguistica di come i nomi che normalmente usiamo vi si attagliano. E, a questo proposito, su una cosa possiamo fare subito chiarezza: al termine di nessun ramo di questo albero troviamo un nome italiano che contenga al suo interno la parola papero (o il femminile papera).

Se ci limitiamo alle specie domestiche, ossia a quelle che possiamo trovare nei cortili delle nostre campagne e negli allevamenti, da una parte abbiamo le anatre, che in questo caso discendono quasi tutte da due specie selvatiche: la Chairina moschata, che ha dato origine all’anatra di Barberia (detta anche anatra muta o muschiata), e l’Anas platyrhynchos, Germano reale o anatra selvatica, da cui discendono le altre anatre domestiche: di piumaggio variabile, comunemente conducono vita acquatica e presentano collo tozzo, becco piatto utile nella ricerca di cibo in acqua, zampe corte e palmate, spiccato dimorfismo sessuale (ossia, in individui della stessa specie, caratteristiche morfologiche diverse a seconda del sesso). Dall’altra parte, troviamo le oche: tra le domestiche più comuni ci sono l’oca di Tolosa, grigia cenere, l’oca romagnola, bianca, l’oca padovana, grigia scura, ecc. Si riconoscono perché hanno collo e zampe più lunghi delle anatre, corpo più grosso, becco robusto atto a strappare l’erba, sono più propense alla vita terricola e non presentano, o presentano in misura minore rispetto alle anatre, dimorfismo sessuale. Esclusivamente anatre e oche: eppure molti parlanti italiani, magari digiuni di queste distinzioni tecniche, cercherebbero tra questi animali i referenti della parola papero (o papera), scegliendo indifferentemente tra le varie specie.

Di quanto appena detto si ha una conferma sfogliando le carte dello Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, atlante linguistico dialettologico in Italia conosciuto come Atlante italo-svizzero – AIS (1928-1940), dove papero e le sue varianti compaiono sia nella carta 1149 (dedicata ai modi locali di chiamare l’oca) sia nella 1150 (che mappa i nomi dell’anatra). In particolare, papero (o secondo il vocalismo locale paparo) ‘oca’ è attestata in certe zone della Toscana (specialmente in una fascia centrale che va dal Mugello alle Colline Metallifere, passando per Firenze, il Chianti, la Valdelsa), il tipo paperone (non direttamente attestato) si registra nelle varianti paparone e babaruni in Umbria e nel Lazio orientale, papera nell’Italia centrale e meridionale (Umbria e Lazio del sud, Marche e da lì in tutto il Meridione peninsulare, dove la variante maggioritaria sembra essere papara). Anche in Sicilia orientale si rilevano le forme papara e papira, che sempre intendono ‘oca’. Ma anche per ‘anatra’ è attestato il tipo papera, e in particolare le forme papara, paparella (sud delle Marche, Abruzzo, nord della Puglia, Campania costiera, nord della Calabria, Sicilia orientale), babara (Lazio orientale) e papaìna (tra Liguria e Toscana).

La possibilità di chiamare papero o papera sia l’oca sia l’anatra è confermata dai risultati della ricerca semplice nel web, dove sono molti a domandarsi quale sia la differenza specifica tra un’oca, un’anatra e un papero (o una papera) e molti a spiegarla (su blog, forum e siti specializzati), dichiarando in qualche caso che comunque

Chi mi conosce sa che io amo generalizzare e le chiamo tutte affettuosamente papere, sia che si tratti di anatre, sia che si tratti di oche. (Blog Mondopapera, 20/3/2010)

Oltre alle numerose richieste di disambiguazione, che a volte sfociano in veri e proprio dibattiti terminologici, la ricerca per “papero” restituisce anche immagini, tra le quali tuttavia le anatre e le oche si trovano felicemente confuse, e convivono insieme ad alcuni personaggi dei fumetti e del cinema assimilabili ora alle une, ora alle altre. La rete, d’altra parte, non fa che rispecchiare il comportamento linguistico dei parlanti, che effettivamente ricorrono a papero e papera in contesti colloquiali e familiari, di registro medio e informale e in cui spesso, più che le precise caratteristiche del referente, a essere centrali nella comunicazione sono altri tratti (come la goffaggine, la rumorosità, l’ingordigia, la tenerezza, la simpatia: tutte caratteristiche che tendiamo ad attribuire ai paperi).

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