Sarà una corsa a cinque quella per la presidenza della Banca Europea degli Investimenti, l’istituzione in comproprietà tra i ventisette Paesi che finanzia i progetti funzionali a raggiungere gli obiettivi UE attraverso prestiti a condizioni favorevoli. Il ruolo è attualmente ricoperto dal tedesco Werner Hoyer che terminerà il suo mandato alla fine di quest’anno. Le candidature sono state ufficializzate il 17 agosto e tra queste c’è anche quella dell’italiano Daniele Franco, ex ministro dell’Economia e delle Finanze del Governo Draghi e già direttore generale della Banca d’Italia. L’ex titolare del dicastero di via XX settembre dovrà vedersela con la vice premier spagnola Nadia Calviño, candidata dell’ultimo minuto del Governo Sanchéz che al momento sembra essere la favorita.
C’è poi Margrethe Verstager, dal 2014 apprezzata commissaria europea per la concorrenza, la cui candidatura ha subito un ridimensionamento nelle ultime settimane dopo che la danese ha proposto l’economista americana Fiona Scott Morton come nuova responsabile dell’antitrust a Bruxelles. La scelta di non nominare un’economista europea ha sollevato critiche da vari Governi che hanno spinto Morton a rinunciare alla carica, esponendo la commissaria danese a una pessima figura. Inoltre la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha recentemente ribaltato una serie di contenziosi in tema di antitrust che hanno messo in difficoltà Verstager di fronte ai colleghi di Palazzo Berlaymont. In corsa ci sono anche due attuali vicepresidenti della BEI: Teresa Czerwińska, ex ministro delle finanze della Polonia e Thomas Östros, ex ministro svedese per l’energia.
La scelta del nuovo presidente spetterà ufficialmente ai ventisette consiglieri BEI a maggioranza qualificata e dovrebbe essere formalizzata a ottobre ma già nella riunione informale dei ministri delle finanze in Spagna a metà settembre potrebbe uscire il nome giusto. Sarebbe ovviamente opportuno, prima di quella data, trovare un accordo con gli altri Paesi coinvolti per arrivare a una candidatura unitaria.
La guida dell’istituzione finanziaria è da sempre una carica prestigiosa soprattutto tra gli economisti. Ultimamente è diventata ancora più allettante visti gli enormi investimenti che saranno necessari per la transizione green, per quella digitale e per la ricostruzione in Ucraina. Inoltre è al vaglio dei funzionari della Commissione la possibilità di potenziare il ruolo della BEI per aumentarne l’influenza negli investimenti. In particolare, come si legge nella Relazione di previsione strategica 2023 della Commissione europea, viene sottolineata la necessità di fornire «misure più forti di sostegno agli investimenti strategici rilevanti per la duplice transizione, come materie prime, tecnologia verde o biotecnologia, soprattutto per progetti all’avanguardia. Sarà inoltre importante proseguire gli sforzi per facilitare l’accesso ai finanziamenti per start-up e piccole e medie imprese».
La presidenza della BEI potrebbe essere uno dei primi banchi di prova in tema di nomine UE per la presidente del Consiglio Meloni a meno di un anno dalle elezioni europee. Da Roma non sembrano essere troppo ottimisti sulla nomina dell’ex ministro dell’esecutivo Draghi tanto che, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, Giancarlo Giorgetti avrebbe già pronto un piano B. Nel caso in cui saltasse la presidenza della BEI il ministro leghista vorrebbe candidare Franco al comitato esecutivo della BCE, l’organo decisionale della Banca Centrale Europea composto da sei membri. Un ruolo meno prestigioso ma comunque importante. A Francoforte c’è da rimpiazzare Fabio Panetta che siede nel board dell’Eurotower dal 2020 ma che dal primo novembre assumerà la carica di nuovo Governatore della Banca d’Italia. Inizialmente sembrava che il candidato scelto dovesse essere il vice direttore generale di Bankitalia Piero Cipollone ma Giorgetti pare intenzionato a prendere un’altra strada (creando qualche inevitabile malumore). Anche in questo caso ci sarà da lavorare visto che non è scontato che il posto vacante alla BCE spetti di nuovo all’Italia.
Meloni dovrà costruire delle alleanze anche in vista dei prossimi dodici mesi in cui si rinnoveranno molte delle cariche apicali in Europa. Ma la presidente del Consiglio al momento non sembra avere molti partner strategici su contare. Soprattutto se si dovesse riproporre una grande coalizione tra popolari, socialisti e liberali alle prossime elezioni, il Governo rischierebbe di avere un ruolo marginale nelle nomine di peso. Sarà quindi necessario un grande lavoro diplomatico da parte dell’Italia, in un autunno in cui sull’asse Roma-Bruxelles ci saranno diversi argomenti caldi: dalla gestione dei flussi migratori ai progetti del PNRR fino alla riforma delle concessioni demaniali. Tutte partite su cui il Governo italiano sta arrancando perché consapevole di giocarsi la credibilità nei confronti degli elettori a cui, meno di un anno fa, erano state promesse riforme strabilianti. Per il momento la scelta è di continuare a prendere tempo e non decidere. Ma è una strategia che non potrà durare a lungo.