Ancora di salvezzaIl consenso diffuso sul salario minimo e la stagnazione dell’economia italiana

Nel nostro Paese ci sono pochi stipendi bassi e pochi stipendi alti rispetto alla media dei Paesi industrializzati: un sintomo di immobilismo che spaventa anche chi ha un lavoro e il posto fisso

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Italia patria dell’uguaglianza nel mercato del lavoro? La sola idea fa sorridere. Eppure un indicatore dell’Ocse dice che il nostro Paese, tra quelli industrializzati, è quello con la percentuale inferiore di bassi salari. Sono definiti tali quelli che non raggiungono i due terzi del salario mediano.

Solo il 3,48 per cento finisce in tale categoria considerando una media dei dati degli ultimi anni. Si tratta di una cifra decisamente in calo rispetto ai livelli di più di dieci anni fa e, soprattutto, della più bassa del mondo avanzato.

Basti pensare che in diverse realtà dell’Est Europa ad essere così bassi rispetto al valore mediano sono più del quindici per cento degli stipendi (il 27,19 per cento in Bulgaria), negli Stati Uniti il 23,14 per cento, e anche in Paesi relativamente egualitari come la Francia o simili all’Italia come la Spagna si arriva al 7,09 per cento e al 10,16 per cento.

Parallelamente risulta inferiore alla media dell’Unione europea o Ocse anche la quota di salari definibili “alti”, ovvero di una volta e mezzo superiori alla solita mediana, anche se è salita oltre il venti per cento.

Dati Ocse, media 2018-2022 e dati per anno

Tutto bene quindi? Non proprio. Come già si è visto in altre occasioni a volte l’apparente uguaglianza può essere il sintomo di immobilismo, mentre la disuguaglianza è tipica delle economie dinamiche, in fermento.

Questo è uno di quei casi. In Paesi emergenti, con una crescita maggiore della nostra, come quelli dell’Est Europa, o anche la Corea del Sud e Israele, alcuni settori innovativi godono di stipendi in forte aumento che si staccano in modo deciso da quelli medi, anche perché spesso legati a forti investimenti anche esteri.

Nei Paesi come l’Italia anni di stagnazione e di mancato aumento della produttività hanno portato a un livellamento, uno schiacciamento verso il basso dei salari. Il motivo per cui sono pochi gli stipendi così scarni è che la grande maggioranza di essi non è aumentata nel tempo e a differenza che altrove sono pochi coloro che lavorano in settori vicino alla frontiera tecnologica, con alti margini, e le loro buone retribuzioni non hanno un grande effetto sulle medie e sulle mediane.

L’altro motivo, naturalmente, è che molti di quelli che sarebbero bassi salari non risultano come tali, sono in nero o mascherati come partite Iva. Rimaniamo pur sempre il Paese dell’Unione europea con più autonomi. Anche quest’ultimo aspetto, però, è in un certo senso legato alla stagnazione della produttività e quindi degli stipendi che è possibile pagare.

I numeri lo mostrano in modo piuttosto chiaro e sono particolarmente spietati se consideriamo i salari reali, depurando i dati dall’inflazione. Che il termine di paragone sia il 2000 o il 2010 l’Italia, assieme alla Spagna, si distingue da Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania per una riduzione degli stipendi dello 0,87 per cento se il riferimento è l’inizio del millennio e dell’1,07 per cento se si tratta dell’inizio dello scorso decennio.

Il colpo di grazia è dato dall’inflazione del 2022, che altrove provoca una riduzione dell’incremento salariale e nel nostro caso, invece, un vero e proprio passaggio in territorio negativo.

Dati Ocse

Gli stipendi costanti (ovvero reali, calcolati come se vi fosse sempre il livello dei prezzi del 2022) italiani sono diminuiti di duecentosettantotto euro lordi in ventidue anni, la distanza dalla Francia, che nel 2000 era di 2.729 euro, è diventata di ben 10.176. Quella con la Germania è passata da meno di 8mila euro a poco meno di quattordicimila, mentre si sta fortemente riducendo e in alcuni casi (la Slovenia) chiudendo il differenziale con l’Est Europa.

Dati Ocse

Un dato interessante è che l’andamento delle retribuzioni è stato abbastanza simile per tutte le categorie. Anche incorporando l’inflazione sono saliti poco sia gli stipendi mediani, (+64 centesimi l’ora tra 2014 e 2020), sia quelli del dieci per cento meglio pagato (+88 centesimi) che del dieci per cento con i salari più bassi (+42 centesimi nello stesso periodo). Anzi, in termini percentuali è stato maggiore l’incremento per questi ultimi.

Allo stesso modo non sono stati i più anziani, gli over-50, ad aver visto le migliori dinamiche salariali, ma gli under-30, soprattutto quei pochi che si ritrovano tra i meglio pagati.

Dati Istat

E non vi sono state neanche grandi differenze tra le dinamiche salariali di chi lavora in grandi, medie, piccole e micro aziende. Anzi, i salari di questi ultimi si sono mossi un po’ di più di quelli dei primi.

Dati Istat

È per questo che i nostri stipendi appaiono meno ineguali, è proprio per questo che vi è insicurezza e disincanto anche tra i lavoratori in teoria più fortunati, che guadagnano un po’ di più, occupati in grandi imprese. Anche per loro vi è stata la stagnazione degli stipendi, che in termini reali sono addirittura calati.

È questa insicurezza, la consapevolezza che si può perdere potere d’acquisto anche con un posto di lavoro, anche con il posto fisso, che è il motore per il grande consenso che ha il salario minimo in Italia.

Più del settanta per cento degli italiani approva la proposta dell’opposizione, anche moltissimi di coloro che hanno votato per la maggioranza, anche quanti sono ben sopra i nove euro all’ora.

Il salario minimo è inteso come una forma di welfare in un Paese che non ne ha mai visto uno serio, fatta esclusione per quello che interessa i pensionati.

In molti dei Paesi in cui è realtà da tempo ha seguito una traiettoria al rialzo, anche in termini reali, con l’importante eccezione degli Stati Uniti.

Anzi, in molte realtà dal 2000 a oggi sono saliti più degli stipendi nel loro complesso. È il caso della Polonia, del Regno Unito (+20 per cento i salari mediani, +56,9 per cento quelli minimi) e soprattutto della Spagna. Qui, nel Paese che economicamente più ci assomiglia, a fronte di una riduzione degli stipendi reali vi è stata una salita di più del cinquanta per cento di quelli minimi, per una decisione prettamente politica.

Non a caso in Spagna, come in Portogallo e persino in Grecia è aumentato il rapporto tra il salario minimo e quello mediano, che ha raggiunto rispettivamente il 49,52 per cento, il 66,33 per cento e il 50.61 per cento.

In sostanza in queste realtà, che hanno sofferto stagnazioni, recessioni, ondate di disoccupazione, trasformazioni negative del mondo del lavoro, il salario minimo è sempre più visto, più che altrove, come un’ancora di salvezza contro la povertà, contro il declino.

Dati Ocse

A differenza di quanto accade nei Paesi Bassi o negli Stati Uniti, dove è ancora diffusa l’idea che il lavoro umile, povero, sia momentaneo, che con il sacrificio e/o la formazione si possano raggiungere livelli stipendiali più alti, maggiori di quelli minimi, questo ottimismo, questa fiducia non c’è in Italia e nel Sud Europa.

Per questo dove c’è già il salario minimo continua ad aumentare e dove non c’è, come da noi, è così anelato.

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