Farfugliamento streamingI sottotitoli stanno vivendo la loro epoca d’oro (ma non in Italia)

La chiarezza dei dialoghi in film, serie e video in lingua originale è sempre più rara. Un prodotto pensato per il cinema rischia di perdere qualità audio nella sua trasposizione su altre piattaforme e su altri dispositivi

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«Cosa ha detto? Torna indietro». Quante volte vi è capitato di pronunciare una frase simile durante la visione di un film o di una serie tv su piattaforme streaming? Se vi succede sempre più spesso con prodotti in lingua originale, non c’è da temere: non siete i soli.

Nell’epoca del dominio televisivo di Netflix, Amazon Prime e delle altre piattaforme Svod (subscription video on demand), mentre la filiera del grande schermo si occupa della trasposizione di contenuti pensati per le sale cinematografiche ma sempre più spesso fruiti su televisori, tablet o persino smartphone, l’intero settore dell’intrattenimento sta affrontando una nuova sfida tecnologica: la qualità dell’audio. In particolare, la chiarezza dei dialoghi in lingua originale. Per questo motivo, negli ultimi anni l’utilizzo dei sottotitoli è aumentato vertiginosamente in tutto il mondo (o quasi), entrando a far parte soprattutto delle abitudini dei più giovani.

Farfugliamento streaming
Come spiega un recente articolo del New York Times, il «farfugliamento» nei film e nelle serie tv è un fenomeno ormai ampiamente diffuso e discusso. Negli ultimi tempi le compagnie attive nel settore dei media hanno iniziato a interfacciarsi con questo problema, cercando di trovare soluzioni efficaci per il proprio pubblico.

La qualità dell’audio nelle grandi produzioni contemporanee, parlato compreso, dipende da una serie di fattori. Le tecniche di registrazione dei suoni sui set cinematografici sono cambiate molto nel tempo, ma non è questo il punto. I mixer audio più avanzati e attualmente utilizzati in fase di post-produzione calibrano i livelli audio per i cinema tradizionali, in sale che dispongono di sistemi di altoparlanti massicci e in grado di riprodurre un’ampia gamma di sonorità, dai rumori alle voci.

Quando questi contenuti vengono trasmessi via streaming, tuttavia, l’audio viene compresso, riducendo le dimensioni del file e permettendoci di riprodurlo attraverso casse più piccole e deboli (non aiutano in questo senso i moderni televisori, con design sottili e altoparlanti sempre più nascosti che allontanano il suono dalle orecchie dello spettatore). Non solo: se i programmi televisivi tradizionali devono attenersi a norme che vietano di superare specifici livelli di volume, non esistono invece regole per Netflix e compagnia. Per questo, l’audio può cambiare drasticamente in base ai contenuti o ancora di più passando da un’app all’altra.

Il problema della qualità dei dialoghi può essere parzialmente risolto con l’acquisto di una soundbar, in grado di indirizzare meglio il suono verso lo spettatore. Ad aprile, Amazon Prime Video ha introdotto anche una funzione chiamata dialogue boost, pensata appositamente per migliorare l’ascolto e la comprensione del parlato. Per utilizzarla, basta aprire le opzioni della lingua e selezionare «English Dialogue Boost: High», ma il catalogo di film e serie per le quali può essere attivata al momento è piuttosto limitato (se volete, potete fare una prova con un episodio di “Tom Clancy’s Jack Ryan”).

La crescente abitudine ai sottotitoli
In un mondo di film con dialoghi originali spesso incomprensibili, device per l’amplificazione del suono costosi e funzioni per il miglioramento dei dialoghi che hanno un campo d’azione ancora troppo ristretto, i sottotitoli rappresentano la soluzione ideale. Secondo un sondaggio condotto dall’azienda statunitense Preply, circa la metà della popolazione americana utilizza i sottotitoli per la maggior parte del tempo, con Netflix come piattaforma che registra maggiormente questa pratica (cinquantadue per cento). Si tratta di un’abitudine sempre più diffusa soprattutto tra i più giovani e in maniera particolarmente significativa tra gli spettatori della Gen Z.

Dall’indagine sul pubblico anglofono emerge quanto detto in precedenza: sta diventando sempre più difficile ascoltare i dialoghi inglesi di film e programmi rispetto al passato, spesso a causa della musica di sottofondo. L’ottantuno per cento degli intervistati afferma che i sottotitoli li aiutano a capire maggiormente il contenuto che stanno guardando, invece di distrarli. Inoltre, nel caso di produzioni di lingua diversa dall’inglese, svolgono un ruolo importante per l’apprendimento di una nuova lingua (prima dell’avvento delle piattaforme Svod la visione di contenuti in lingua straniera rappresentava un’impresa ardua, spesso possibile solo illegalmente tramite Internet).

Il fenomeno, a ogni modo, non riguarda solo film e serie tv: l’attivazione del supporto testuale rappresenta una pratica quotidiana anche su piattaforme come TikTok e YouTube, con il quarantasei per cento degli utenti che preferisce vedere questo genere di contenuti sottotitolati.

Il doppiaggio in Italia e in Europa
La qualità audio dei dialoghi, naturalmente, cambia con il doppiaggio: per questo, il problema riguarda solo in parte l’Italia, dove si stima che oltre l’ottanta per cento degli individui preferisca la versione tradotta a quella originale sottotitolata. Il nostro è tra i Paesi culturalmente più abituati a doppiare pellicole e programmi tv, insieme a Francia, Germania e Spagna: in un mondo dominato da Hollywood, infatti, questa tendenza si è affermata nei quattro maggiori mercati europei non anglofoni; come noto, la nostra è una propensione che affonda le sue radici nel fascismo e nella nascita, all’epoca, di una forte tradizione di doppiaggio. Viceversa, i sottotitoli sono sempre stati preferiti in mercati più piccoli come i Paesi scandinavi, i Balcani, il Portogallo e l’Olanda (pur con delle eccezioni, come nel caso della Repubblica Ceca e dell’Ungheria).

Mentre in Italia continua a esistere una manifestazione come il Gran Premio internazionale del doppiaggio che tutela, promuove e premia quella che viene definita una vera e propria “arte nell’arte”, nell’Europa orientale un’alternativa a noi sconosciuta in ambito cinematografico ha da sempre grande importanza: si tratta della traduzione voice-over. A differenza del doppiaggio, dove la colonna sonora viene sostituita e “rimontata”, questa tecnica aggiunge il dialogo tradotto sull’originale, che rimane udibile. Da noi è una pratica familiare solo in documentari e notiziari, vederla applicata a un film risulterebbe a dir poco alienante.

Credits: Bigthink.com

Al netto delle tradizioni, viene da chiedersi quanto a lungo le varie tendenze in giro per il mondo resisteranno all’avvento di tecniche sempre più avanzate per il doppiaggio in tempo reale. Le intelligenze artificiali generative alla base dei deepfake aiuteranno sempre di più a sincronizzare il labiale degli attori con le parole pronunciate fuori campo, mentre la clonazione vocale (che tanto spaventa Hollywood e scuote gli animi dello sciopero che da mesi paralizza l’industria del cinema americano) sarà utilizzata per adattare a proprio piacimento la voce dei doppiatori, grazie a una “malleabilità” inimmaginabile. Le nuove tecniche potrebbero convincere i mercati orientali ad abbandonare il voice-over, che in fin dei conti non è che l’alternativa povera al doppiaggio. Per quanto riguarda i mercati abituati ai sottotitoli, invece, potrebbe volerci di più. Insomma, con ogni probabilità passerà ancora un po’ di tempo prima di sentire Margot Robbie o Robert De Niro parlare in norvegese.

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