Prima Picchio Meno male che Favino c’è e altre baruffe chiozzotte

L’attore italiano, da Berlino a Venezia, sa come stare sulla scena e come tenere in piedi il mondo dei giornali (peccato che i giornalisti non lo capiscano)

LaPresse

Meno male che Favino c’è. Meno male che Pierfrancesco Favino esiste e, oltre all’evidente fighezza, porta in dote anche una dose di mestiere ormai fuori moda.

Meno male che Pierfrancesco Favino non pensa che il mestiere degli artisti non sia porsi il problema di come funziona l’infernale macchina dentro cui si muovono, e quindi si mette una giacca borgogna perché, andando a presentare uno di quei film che in postmodernista si definirebbero «tutti maschi», sa che sul tappeto rosso saranno in dieci con la giacca nera, e sarà visivamente un disastro, e qualcuno con uno straccio di colore ci vuole.

Meno male che Pierfrancesco Favino legge i giornali, sa che devono fare un titolo, e si pone il problema di farglielo fare, problema che di sicuro non si era posta la moderatrice della conferenza stampa di “Adagio”, il secondo film con Favino passato a Venezia in tre giorni. A un certo punto della come sempre noiosissima presentazione ai giornalisti, il regista Stefano Sollima, e uno degli altri attori, Valerio Mastandrea (un altro che sa cosa e come funziona, non per nulla è cresciuto al Maurizio Costanzo Show), cominciano a palleggiarsi un cazzeggio che non sia lo strazio di quanto ci stimiamo e quanto ci è piaciuto fare questo film.

Sollima dice che inizialmente la storia era quella di tre vecchi ex boss criminali, Mastandrea l’avrebbe letto e avrebbe obiettato che mica poteva fare la parte del vecchio, Sollima gli avrebbe suggerito di chiedere al figlio se lo reputasse giovane. Però anche tuo figlio, ma tuo figlio è più grande del mio, e a quel punto Mastandrea dice una di quelle cose che si dicono solo per chiamare i bis, ovvero: «magari di questo dovremmo parlarne dopo». E la moderatrice, adatta al ruolo come io lo sono al balletto sulle punte: magari, sì. E come niente uccide l’unico momento vitale di quella mezz’ora riportandoci alle inquadrature, la trilogia, la tantissima rava e pochissima fava per cui nessuno ma proprio nessuno compra un giornale. Mi piace pensare che qualcuno tra i cronisti pianga sommessamente: e io il titolo come lo faccio?

Mi piace pensare che in quel momento Favino decida d’essere il supereroe che salva i giornali. Che la parte di Enzo Ferrari avrebbe dovuto farla un italiano è un anno che lo ripete, e ogni volta ci fanno il titolo, ma chissà perché giovedì si erano distratti, quando l’aveva detto appena arrivato al festival. Me lo vedo Favino che s’incarica di trovare a tutti noi un titolo, e – poiché probabilmente è anche l’ultimo rimasto che legga i giornali – sa che nulla è più inedito dell’edito, e quindi prende da parte un cronista qualunque, ne basta uno tanto poi tutti ricalcano, e gli dice guarda che nei filmati dell’altroieri e di sei mesi fa puoi trovare la notizia di oggi.

«Quel che sta succedendo è che grandi attori – non parlo di me – non vengono mai considerati per ruoli da italiani che sono i protagonisti della storia. Senza contare il fatto che per me è una novità che Ferrari non parli italiano o che i membri della famiglia Gucci parlassero tra loro in americano. Tutto questo da noi passa sotto silenzio, mentre stiamo assistendo a una sollevazione nel mondo al rispetto delle minoranze, delle specificità, delle nazionalità. Siamo l’unico Paese, non me ne viene in mente un altro: Ridley Scott gira il “Napoleon” in Francia, ma è una produzione inglese, non francese. E so per certo che qualche francese storce il naso. Ma nessuna produzione oserebbe mai chiedere a un attore americano di fare Yves Saint-Laurent».

È quel che ha detto Favino sabato? Macché: è quel che ha detto Favino a febbraio, al festival di Berlino. Lì, passava il film in cui Helen Mirren fa Golda Meir. A Venezia, quello in cui Bradley Cooper fa Leonard Bernstein. In entrambi i casi, ci sono state polemiche per l’antisemitismo (buonanotte) del far interpretare personaggi ebrei ad attori non ebrei. Poiché sognarsi antisemitismo è la forma di suscettibilità che si concedono quelli normalmente non suscettibili, sono due casi in cui ha protestato anche chi aveva trovato ridicole le polemiche per una Cleopatra non africana.

Degli italiani non importa a coloro che non hanno ben capito che il lavoro d’un attore non è fare sé stesso ma interpretare appunto altro da sé, e quindi vogliono il trans per fare il trans, il coreano del sud per fare il coreano del sud (se è del nord è appropriazione culturale), e il paralitico per fare il paralitico (che però se per metà film camminava è un problema: se pensate stia inventando, vi siete dimenticati le polemiche per Eddie Redmayne che interpreta Stephen Hawking).

Ma neppure importa a coloro che si straniscono se Bradley Cooper si mette un naso posticcio per interpretare un direttore d’orchestra ebreo. Degli italiani non importa nulla a nessuno perché, come lamentò Favino a febbraio, ci dicono che non siamo una minoranza; e, come diceva Silvio a Tony nel miglior dialogo dei “Soprano”, a nessuno importa che ai miei nonni sputassero addosso perché erano calabresi.

Sabato, quando Favino ha fatto fare un titolo a tutti i giornali rivendicando posti di lavoro per gli attori italiani i cui personaggi vengono arrubbati da Adam Driver, ai migliori di noi è venuto in mente Gary Cooper – che, ci spiegavano nei “Soprano”, non ha mai sofferto quanto noi italiani. Ma, spiegava il saggio Tony, oggi apparterrebbe comunque, Gary Cooper, a un qualche gruppo identitario dedito al vittimismo, «i cristiani fondamentalisti, i cowboy stuprati, i gay» (ovviamente Silvio non capiva, e chiedeva se Gary Cooper fosse gay).

Quelli che non avevano i “Soprano” nel repertorio delle citazioni hanno detto eh ma però Favino ha interpretato D’Artagnan, scambiando la metastoria di Giovanni Veronesi per un film in cui Favino era davvero un moschettiere. L’opinionismo in mancanza di basi non può salvarlo neanche Favino, che pure coi guai del presente s’impegna assai, tra giornali moribondi ai quali fornisce una sleppa di clic, e posti di lavoro che s’impegna a difendere con un piglio che neanche Di Vittorio.

«Se vieni da noi e hai la possibilità di avere il 40 per cento di tax credit, allora deve esserci una regolamentazione», aveva detto a febbraio. Prima gli attori italiani, intendeva, riuscendo comunque a restare di sinistra, sennò che fuoriclasse sarebbe.

«Una volta Ferrari l’avrebbe interpretato Gassman», ha detto la settimana scorsa. Prima gli attori del Novecento, abbiamo pensato tutti, ma nessuno l’ha detto, tutti impegnati a dire «Picchio, che ce la facciamo una foto?». Una volta Gassman aveva interlocutori all’altezza, Favino ha noialtri e insomma è andata così.

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