Il Grande GiocoL’Europa ha riscoperto il Mediterraneo nella lotta per l’energia

Nella ricerca di nuove fonti di approvvigionamento e diverse rotte per il trasporto energetico, il Mare Nostrum si sta rivelando un luogo di collaborazione e competizione tra esploratori, produttori, trasformatori, distributori e consumatori. E l’Italia è coinvolta totalmente in questo cambiamento

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 57 di We – World Energy, il magazine di Eni

Il presente a tutta velocità ci ha (ri)consegnato una lettera dimenticata, un’idea di Mediterraneo. Improvvisamente quel mare che sembrava in piena bonaccia, senza più niente da raccontare, si è increspato, è tornato a ruggire. La contemporaneità ha aggiornato il Grande Gioco e riaperto tutte le antiche partite che sembravano senza più storia. Quello che si chiama ‘Mediterraneo allargato’, dallo Stretto di Gibilterra, alle coste dell’Africa, fino alle acque del Golfo, è uno spazio in trasformazione rapida. Il Mare Nostrum diventa una dimensione che si allunga fino all’Indo-Pacifico, si apre fino al lontano Oriente. Il mondo che appare piccolo in aria, per mare diventa immenso, le distanze e il tempo si dilatano, le possibilità si moltiplicano.

Il Mediterraneo oggi è il luogo dove si gioca la partita energetica più importante: esploratori, produttori, trasformatori, distributori, consumatori, tutti sono sulla scena. Le rotte del gas sono il sistema sanguigno, i giacimenti sono i terminali nervosi, questo corpo chiamato Mediterraneo è una meraviglia. La guerra in Ucraina, il disaccoppiamento dalle forniture di gas della Russia – la necessità innescata dal conflitto come una scintilla – ha prodotto il più rapido cambiamento di postura strategica degli ultimi trent’anni. E così l’Europa ha riscoperto il Mediterraneo, l’Africa, sé stessa. Siamo di fronte a una rivoluzione del pensiero: da Ovest a Est, la bussola mentale è passata alla direzione NordSud, ma per la prima volta nella storia, rovesciandola.

L’Europa non può più guardare all’Africa come un deposito di risorse da estrarre, l’era coloniale non può rinascere né sul piano economico né su quello culturale. La popolazione europea invecchia, siamo in pieno inverno demografico, le migrazioni si potranno e dovranno regolare, ma non fermare, il mondo avrà bisogno di energia e non mi riferisco solo a quella delle materie prime, energia è soprattutto quella dei giovani che costruiscono le nazioni del domani che s’affacciano sulle sponde del Mare Nostrum. Si volta pagina e non a caso l’impulso viene dall’Italia che s’allunga nel Mediterraneo, lo vive, lo ascolta.

Il nostro lungo cammino fino alla civiltà è tutto sulle sponde del Mediterraneo, è un filo interminabile di storie, un affascinante arabesco marino. L’inizio di tutto è nell’acqua. Quando parliamo di energia e abbiamo di fronte lo spazio europeo, il punto di partenza è un luogo nel Mediterraneo che s’inerpica sui corsi d’acqua, fino ai grandi fiumi del Nord. Parti da Cartagine e arrivi ad Amburgo con un profumo di salsedine che si spande da Alessandria d’Egitto alle rive della Senna, sui ponti di Parigi. Queste intriganti ramificazioni della storia sono la nostra biografia. Si può scrivere in tanti modi: con l’intreccio dei gasdotti o con la trama della scoperta di un nuovo giacimento; non ci sono guerre senza uomini, non esistono orizzonti senza visionari. Enrico Mattei, il fondatore di un’avventura che nel mondo si chiama Eni, era uno di questi visionari.

L’idea dell’Italia per una nuova pagina di storia dei rapporti tra l’Occidente (non solo l’Europa) e l’Africa si chiama Piano Mattei. La storia ama farsi e disfarsi in cicli dove l’eterno ritorno è una garanzia. Verranno altre occasioni per raccontare il nuovo, nella transizione l’Italia ha mostrato tutta la sua forza e competenza, quando si è (ri)aperto il risiko del Mediterraneo il nostro paese ha cominciato a veleggiare con la sapienza degli antichi marinai, anticipare i venti, disegnare una rotta, gonfiare bene le vele. Siamo riusciti dove altri non hanno neppure iniziato. No, questa non è una storia del tubo, è intelligenza, si chiama Italia.

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