Inclusione necessariaL’evoluzione della lingua dei segni nell’epoca dell’emergenza climatica

Espressioni come “gas serra” o “impronta di carbonio” non erano contemplate, mentre ora rientrano nei nuovi termini scientifici della Bsl (British sign language). Un caso virtuoso che, si spera, potrebbe spingere altri Paesi all’emulazione

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Le estati del 2022 e del 2023 hanno trasmesso un messaggio forte e chiaro: l’emergenza ecoclimatica non riguarda solamente certi Paesi geograficamente lontani dall’Europa. Tra perdita della biodiversità, crisi idriche, siccità, inquinamento atmosferico ed eventi estremi, siamo spesso in preda a una frenesia incontrollabile che può trasformarsi in sgomento, cogliendoci apparentemente privi di mezzi collaudati e con l’indecisione sul da farsi, tipica delle cose nuove, delle cose che spaventano. 

A volte, davanti a ciò che perplime e terrorizza, conta anche curare la narrazione e creare parole nuove, adatte a raccontarci la realtà. E quello che è accaduto per la lingua dei segni britannica (oppure Bsl, che sta per British sign language), nel cui vocabolario sono stati introdotti circa duecento termini scientifici in più, per descrivere l’evolversi del cambiamento climatico e le nuove sfide per affrontarlo. Un’unione d’intenti tra scienziati dell’Università di Edimburgo, studiosi e insegnanti della Lingua dei segni britannica, nella speranza di colmare un divario non solo linguistico e scientifico. 

Ma cosa si intende, nello specifico, per Lingua dei segni? A parlare di sordità si rischia di scivolare in un universo apparentemente inesplorato, inaccessibile e difficile da afferrare. Eppure, come spesso accade, la comprensione è legata a un minimo sforzo cognitivo, che parte da un assunto semplice: gli esseri viventi sono fatti per comunicare tra loro. Nel nostro caso specifico – che ci vede essere umani, appartenenti alla stessa specie – l’evoluzione ha permesso di sviluppare spontaneamente metodi e vie, man mano collaudate, per esprimere noi stessi, comunicare all’altro la nostra esistenza. 

Da questo bisogno c’è il linguaggio come capacità biologica innata, per cui le lingue e, tra le tante, le lingue dei segni. «La lingua dei segni è una lingua non vocale, poiché non è prodotta dalle onde sonore e percepita dall’orecchio, ma dal segnato delle mani e recepita dagli occhi, quindi di tipo visivo-gestuale. In ogni comunità si può sviluppare una lingua dei segni e, proprio come qualunque lingua, ogni lingua dei segni ha le proprie caratteristiche morfosintattiche e lessicali», racconta Davide Astori, ricercatore e docente incaricato per l’istituzione del corso di laurea ad orientamento professionalizzante in Interprete in lingua dei segni italiana (Lis) e Lingua dei segni italiana tattile (List) all’università di Parma.  

Sono infatti più di trecento le lingue dei segni nel mondo, tante quante le comunità di Sordi esistenti, che però non sono le uniche a utilizzarle. Se chi parla una lingua è un parlante, chi si esprime in lingua dei segni è un segnante, e i segnanti sono sia Sordi che udenti. Secondo l’università Ca’ Foscari di Venezia, infatti, la comunità Sorda che in Italia utilizza la Lis (Lingua dei segni italiana) include circa quarantamila segnati, si arriva a centomila includendo anche le persone udenti. Non una nicchia, un bacino limitato di utenti, ma espressione di una comunità a cui spesso ci si è riferiti nel modo sbagliato, alimentando uno stigma che si fa fatica a dimenticare. 

«Il pregiudizio legato alla sordità vive di idee legate al non capire, all’avere qualche carenza cognitiva, al non sapere. Se uno non sente non sa. O si pensa che il sordo sia anche muto. C’è l’idea che la lingua dei segni sia limitata, che non sia una vera lingua. O, addirittura, che ghettizzi. È esattamente il contrario, la lingua dei segni permette al sordo di esprimersi al proprio meglio», afferma Rita Sala, sociologa, interprete Lis/italiano e docente presso l’Università Ca’ Foscari. 

False credenze limitanti, che svuotano della propria rilevanza culturale delle lingue dalla connotazione storica forte, su questo gli esperti del campo sembrano concordare. Eppure, la Lis è stata riconosciuta ufficialmente a livello nazionale solo nel 2021, nonostante le indicazioni europee e i numeri studi scientifici, soprattutto all’estero, andassero in un’unica direzione. «È il grande scandalo di non riconoscere la lingua dei segni come lingua a tutti gli effetti. Significa negare, ad alcuni, il diritto alla propria lingua madre», commenta Astori.

Una questione di rappresentazione, di poter affermare la propria presenza nel mondo. Ne sono convinti gli esperti dell’Università di Edimburgo, per i quali infoltire la Lingua dei segni britannica con segni specifici per concetti scientifici particolari (da insegnare ai bambini sordi a scuola) è un modo per includere la comunità nella discussione sul cambiamento climatico. 

Espressioni come “gas serra” o “impronta di carbonio non erano contemplate, mentre ora rientrano nei nuovi termini scientifici ambientali (circa duecento) della Bsl. I nuovi segni riguardano temi come la biodiversità, la protezione degli ecosistemi, l’inquinamento, e c’è anche un video-glossario online che li mostra approfonditamente. 

Melissa, tredicenne sorda che frequenta una scuola di Glasgow, ha confessato a Victoria Gill, corrispondente della Bbc, che queste novità stanno aiutando gli studenti come lei a «capire davvero cosa sta succedendo» al Pianeta. Prima, era costretta a scrivere greenhouse gas faticosamente a mano. Ora, perlomeno nel Regno Unito, c’è un segno ad hoc, che consiste nel movimento dei pugni chiusi come se fossero delle bolle che fluttuano in aria. 

Un processo sorprendente, che funziona esattamente come in tutte le lingue. Tra calchi, prestiti e neologismi, la formazione di un nuovo segno è consolidata dalla ripetizione all’interno delle comunità segnanti e dalla diffusione che permette a un segno di consolidarsi. «Si creano nuovi dizionari continuamente, lo abbiamo visto con il Covid, per esempio. La Lis ha coniato nuovi segni per gli oceani, la natura, per il mondo queer, con la necessità di adottare una terminologia corretta e non discriminatoria. Anche a livello ambientale ci si pongono diverse domande di interpretazione», spiega Sala. 

L’Europa del multilinguismo, divisa e talvolta negazionista di fronte alle conseguenze del cambiamento climatico, viaggia ancora una volta a velocità diverse nelle istituzioni tra tentativi virtuosi e pregressi da dimenticare. In Italia, intanto, il riconoscimento (seppur recente) della Lis ha permesso a diverse università di inaugurare corsi di laurea specializzanti in Lingua dei segni, avvalorando la dignità di una lingua e dei suoi segnanti, a lungo ignorati. Come dice Sala, infatti, «ne parlava già Socrate. La lingua dei segni è sempre esistita, così come le persone sorde». 

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