Quale futuro?La tragedia climatica in Libia e l’occidente che non può stare a guardare

Il riscaldamento globale è il filo rosso in grado di unire quasi tutti i puntini di questa storia. Senza un Mediterraneo così bollente, il ciclone Daniel non si sarebbe scatenato con tale violenza. Il resto lo hanno fatto la mancanza di adeguati sistemi di allerta precoce e la precarietà delle infrastrutture libiche, non abituate a certe quantità d’acqua. Ora, nel buio e nell’incertezza, si aprono altri due temi: le migrazioni e la diplomazia climatiche

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Stabilire una relazione diretta tra un singolo evento meteorologico estremo e il riscaldamento globale è un’impresa insidiosa, a volte impossibile. Questa, però, non è una scusa per omettere l’emergenza climatica nei discorsi sulla catastrofe avvenuta in Libia. I morti – che potrebbero arrivare a quota ventimila, stando alle parole del direttore del Centro medico Al-Bayda, Abdul Rahim Mazi -, gli sfollati e i danni dovuti alla tempesta Daniel sono il risultato di un cocktail indigesto di fattori, e la tendenza climatica degli ultimi decenni è filo rosso in grado di unire molti puntini di questa storia. 

Tra povertà, frammentazioni politiche, terrorismo, scontri militari e siccità perenne, la Libia è un Paese in un hotspot climatico (il Mediterraneo) che negli anni non ha avuto la stabilità necessaria per prepararsi (e adattarsi) agli effetti della crisi climatica. Non solo non può contare su sistemi efficienti di allerta precoce ed evacuazione: le città e le infrastrutture non sono state costruite con standard di progettazione in linea con l’imprevedibilità del climate change

Il risultato è stato il crollo di due dighe – non venivano controllate dal 2002, scrive Al Jazeera – non abituate a certi volumi d’acqua dovuti alle piogge torrenziali. Così, il fiume si è trasformato in un imbuto che ha inondato il centro urbano a valle, distruggendo un quarto della città costiera di Derna, in Cirenaica: «Il mare scarica costantemente dozzine di corpi», spiega al Guardian Hichem Abu Chkiouat, ministro dell’Aviazione civile nell’amministrazione che governa la Libia orientale.

Il ciclone Daniel, che prima di abbattersi sulla Libia aveva scatenato gravi alluvioni anche in Grecia, Turchia e Bulgaria, avrebbe accumulato un’enorme quantità di energia a causa delle acque “bollenti” del Mediterraneo, per poi sfogarsi attraverso precipitazioni inedite per il territorio libico. È esattamente il fenomeno descritto da Antonello Pasini, fisico climatologo del Cnr, in un’intervista rilasciata a Linkiesta a fine agosto. 

Secondo l’esperto, i mari sempre più caldi (a causa dei gas serra rilasciati dalle attività umane) hanno un duplice impatto sull’intensità di fenomeni come i cicloni. Il primo: «Da un lato, un mare molto caldo evapora di più. Le nubi sono fatte di vapore acqueo condensato in acqua, o che diventa addirittura ghiaccio. Queste molecole sono i “mattoni” con cui si formano le nubi. Il mare caldo, quindi, fornisce più materiale per crearle. E questo, naturalmente, significa più pioggia». 

Il secondo: «L’atmosfera segue le leggi della termodinamica, quindi non può trattenere più di tanto questo surplus di energia. Il risultato? L’energia viene scaricata violentemente sui territori sottostanti tramite piogge e venti sempre più forti. Ecco perché gli eventi sono sempre più estremi». 

È arduo attribuire un singolo evento estremo al cambiamento climatico. E, al momento, non è stata trovata una correlazione diretta tra la tempesta Daniel e il riscaldamento globale. In questi giorni, però, i massimi esperti di clima stanno comunque sottolineando il rapporto tra i mari caldi e l’intensità di questi fenomeni. 

Karsten Haustein, climatologo e meteorologo dell’Università di Lipsia, ha spiegato all’Associated press (Ap) che quest’estate il Mediterraneo è stato due-tre gradi più caldo rispetto alla norma. Un esempio? Il 24 luglio, come dichiarato all’Afp dal principale centro di ricerca marittima spagnolo, il nostro mare ha raggiunto i 28,71 gradi: l’ennesimo record sbriciolato. Sono numeri da mari tropicali, se consideriamo che ai Caraibi i valori si attestano sui trenta gradi. 

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Oggettivamente, il Mediterreneo è sempre più caldo a causa delle attività antropiche. Altrettanto oggettivamente, l’alta temperatura delle sue acque rende gli eventi atmosferici più violenti. Ed ecco che torna l’essenziale distinzione tra meteo e clima: non sappiamo con certezza se il disastro in Libia sia connesso al global warming, ma la tendenza climatica in atto da decenni è chiara e inequivocabile. E la violenza del ciclone Daniel risponde perfettamente agli effetti del riscaldamento globale sul Mediterraneo.  

La meteorologia, come spiegava la presidente di Italian climate network Serena Giacomin in questa intervista, «risponde alla domanda: “Che tempo c’è?”. La climatologia, invece, alla domanda: “Che condizioni meteorologiche ci aspettiamo?”. Il fatto di attendersi una condizione meteorologica è stabilito da un range di dati di almeno trent’anni». In un mondo più freddo e non ferito dall’emergenza climatica, sottolinea il climatologo Karsten Haustein, «la tempesta Daniel non si sarebbe sviluppata così velocemente e rapidamente, e non avrebbe colpito la Libia con una forza così feroce». 

Più di cinquemila morti e diecimila dispersi, però, non si spiegano dando la “colpa” solo al riscaldamento dei mari che aumenta l’intensità degli eventi estremi. I danni della tempesta in Libia sono stati esacerbati dalla scarsa manutenzione delle infrastrutture, quasi tutte costruite precedentemente alla prima guerra civile (2011). Il Wwf, che parla di «combinazione tra cambiamento climatico e mancato governo del territorio», si augura che le aziende italiane «che oggi sfruttano le risorse naturali libiche, innanzi tutto gas e petrolio, devolvano tutto il ricavato, almeno dell’ultimo anno, nei soccorsi diretti alla popolazione». 

Precipitazioni del genere hanno un impatto diverso se toccano un Paese ricco e sviluppato o uno Stato come la Libia – in preda agli scontri armati e alle divisioni interne – che produce solo lo 0,21 per cento delle emissioni di gas serra su scala globale (gli Stati Uniti il 49,09 per cento, la Cina il 22,9 per cento e l’Unione europea il 25,55 per cento). La trama è sempre la stessa: i più poveri sono anche i più vulnerabili agli effetti della crisi climatica, e necessitano di aiuti economici per rialzarsi e tentare di sopravvivere. 

Cosa sarebbe successo in Libia se un fondo Loss and damage (perdite e danni) fosse stato approvato e implementato ben prima della Cop27 del 2022? Una domanda a cui è difficile rispondere, perché inviare aiuti a un Paese così frammentato può rivelarsi una scalata impossibile. E la sua posizione nello scacchiere della diplomazia climatica è altrettanto complessa da inquadrare. Un evento di tale portata, comunque, potrebbe essere un game changer nelle discussioni tra coloro che detteranno il futuro della lotta alla crisi del clima. Nel frattempo, si cominciano già a fare riflessioni sull’impatto di questa catastrofe sulle migrazioni climatiche, interne ed esterne al Paese dell’Africa settentrionale. 

In questo momento di incertezza e sgomento, risuonano le parole della dodicenne libica Revan Ahmed durante la Cop27, a cui ha partecipato all’interno di una delegazione dell’Unicef: «Non possiamo cambiare la situazione da soli. Abbiamo bisogno che le leggi vengano modificate. Abbiamo bisogno di nuove politiche. Se non ci ascoltate ora, quando lo farete? Stiamo vivendo i disastri adesso, nel presente. E noi ragazzini non saremo vittime: vogliamo cambiare la situazione». 

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