Il dilemma del Terzo poloRenzi, Calenda e il paradosso dei riformisti senza patria

Di fatto, nessuno dei due può pensare di raggiungere i propri obiettivi a spese dell’altro, ma entrambi possono condannare l’altro al fallimento. Ed è esattamente quello che otterranno, continuando di questo passo

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Manca quasi un anno alle elezioni europee del 2024, in cui verosimilmente si decideranno le sorti dell’intera legislatura, e l’elettore riformista osserva con crescente costernazione il panorama politico attorno a sé.

Sulla carta, la situazione non potrebbe essere più favorevole a chi voglia spezzare quell’equilibrio perverso che abbiamo chiamato bipopulismo: da un lato un governo ostaggio della sfida tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, dall’altra un’opposizione in cui il Partito democratico di Elly Schlein ha deciso di ricercare l’unità con i potenziali alleati (Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistra) semplicemente accodandosi alle loro posizioni.

Dalla politica estera al lavoro, la pubblica abiura di tutto ciò che il Pd ha detto, fatto e rappresentato nelle stagioni precedenti non segna soltanto il definitivo trionfo dell’egemonia populista. È prima ancora il sintomo di un decadimento anche dello stile, tanto più irritante nel momento in cui si accompagna a tutta quell’insopportabile retorica sul partito-comunità, il noi al posto dell’io e via biascicando luoghi comuni cui si mostra nei fatti di non credere nemmeno un po’.

Le ultime notizie sul costo esorbitante dei vari superbonus e bonus facciate dovrebbero chiudere il discorso su un’intera classe dirigente, che ha passato quasi due decenni rivendicando come principale merito dei propri governi il rigore di bilancio e l’avanzo primario, per poi scassare in tal modo i conti pubblici, a tutto vantaggio dei ceti medio-alti.

Oggi più che mai ci sarebbe dunque bisogno di una proposta alternativa a entrambi i populismi al centro della scena. Il problema è che alle prossime europee i leader di quello che fu il Terzo Polo sembrano destinati a dissanguarsi a vicenda, qualunque cosa decidano di fare: sia che si presentino separati, sia che alla fine si rassegnino a una qualche forma di coabitazione elettorale.

Carlo Calenda e Matteo Renzi appaiono intrappolati in un falso dilemma del prigioniero. Qui infatti ognuno dei due sa benissimo cosa dirà l’altro, perché ognuno dei due lo ha già detto pubblicamente, e le cose sono andate ormai troppo avanti per immaginare che a un certo punto si possa dire che si è scherzato, lasciarsi le polemiche alle spalle e riprendere il progetto comune da dove lo si era lasciato.

Di fatto, nessuno dei due può pensare di raggiungere i propri obiettivi a spese dell’altro, ma entrambi possono condannare l’altro al fallimento. Ed è esattamente quello che otterranno, continuando di questo passo. Ma un fallimento dell’unica alternativa esistente all’attuale bipopulismo alle prossime europee significa condannare l’Italia all’ennesimo giro a vuoto. Significa buttare non solo questa, ma forse anche la prossima legislatura.

Calpesti e derisi un po’ ovunque, i riformisti sembrano dunque destinati a vagare senza patria ancora per chissà quanto, a meno che Renzi e Calenda non si convincano a decretare un disarmo bilaterale, che implicherà per forza di cose un passo indietro, per entrambi.

Si tratti di partito unico, lista o federazione, quel che si presenterà alle prossime europee in rappresentanza di una politica riformista, né sovranista né populista, per avere qualche speranza, dovrà avere un altro leader. Renzi e Calenda possono aiutare a creare le condizioni perché, di qui alle europee, una nuova leadership possa affermarsi, oppure continuare a logorarsi reciprocamente come hanno fatto finora, ma di sicuro non per molto.

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