La nostra parte di notteScrivo horror perché sono nata in America Latina

Per chi è cresciuto in Argentina negli anni Settanta la paura era ovunque. Ed era anche una emozione utile per sopravvivere, per mimetizzarsi e per affrontare gli orrori (veri) della vita

Unsplash

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di Big Ideas del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse, oppure in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia.

Mi chiedo spesso perché mi piaccia leggere e scrivere storie horror. Certe volte io rispondo che uno dei motivi è che sono cresciuta in America Latina, e più precisamente nell’Argentina degli anni Settanta. E in questa risposta c’è del vero. Credo che nessuno scelga veramente i propri gusti e i propri modi di esprimersi. Credo invece che un bel giorno ci si imbatta in un linguaggio – e che trovare un linguaggio sia molto simile a trovare una casa. Quando ho scoperto il cinema e la letteratura horror, ho trovato il mio linguaggio: quello che mi ha permesso di parlare delle cose terrificanti che ho conosciuto. Il mio linguaggio si è formato grazie a Cime tempestose di Emily Brontë. Ai racconti di Jorge Luis Borges, di Julio Cortázar e di Stephen King. A Frankenstein, a L’esorcista, a Lo squalo e a E.T. E poi a Twin Peaks, alla musica rock e punk, a David Cronenberg, a Clive Barker e alle fanzine.

Questa mia educazione sentimentale, avvenuta attraverso la letteratura e la cultura pop, si è svolta durante la dittatura argentina degli anni 1976-83. Non mi piace chiamarla “Guerra sporca”: questa espressione viene da fuori. Qui in Argentina ci riferiamo a quel periodo dicendo dittatura militare oppure “Processo”, che è l’abbreviazione di “Processo di riorganizzazione nazionale”, che era il nome che la giunta militare aveva dato al suo governo autoritario. E non è stata una guerra, perché lo Stato ha dato la caccia e ucciso segretamente gli appartenenti alle organizzazioni armate che avrebbero dovuto avere un processo giusto e una pena equa, invece di essere torturati e gettati dagli aerei nell’oceano. Quella non è stata una guerra, né pulita né sporca.

Sono nata nel dicembre del 1973. Sono cresciuta in un mondo oscuro e ambiguo, in cui la morte era ovunque, ma era tenuta segreta – la sparizione delle persone ha tutta l’esplicita crudeltà del sadismo, ma ha anche un’aura particolare che ha a che fare con le tinte sinistre dell’ignoto. Quando la dittatura finì, mi fu permesso di assorbire liberamente le informazioni che stavano emergendo in quegli anni: ho ascoltato le testimonianze delle vittime nei processi e ho letto sui giornali e sulle riviste gli articoli che parlavano dei centri clandestini di detenzione e tortura. E sono venuta a sapere dei bambini che erano stati rapiti per affidarli ad altre famiglie e a cui era stato cambiato il nome (molti di loro hanno oggi la mia età e ancora non sanno – o non vogliono sapere – chi fossero i loro genitori biologici).

Queste storie si sono infiltrate nella mia scrittura, ma, invece di indurmi al realismo o al reportage, sono riemerse come una forma letteraria che ha abbracciato il linguaggio e le convenzioni della letteratura horror. Naturalmente, ci sono anche altre cose che influenzano la mia scrittura (non scrivo solo storie horror, ma sono le storie horror a suscitare più interesse e, lo ammetto, a divertirmi di più quando le scrivo), ma in larga misura la paura che evoco e ritraggo è questa: una sensazione simultanea di minaccia incombente e di abbandono che è difficile descrivere a chi non l’abbia mia provata.

Di recente, ho ricevuto alcune critiche al riguardo, soprattutto da Paesi che non fanno parte dell’America Latina e che tendono a esibire una superiorità morale. Mi si obietta che usare la sofferenza di queste vittime per fare letteratura di genere è una forma di sfruttamento. Io vorrei replicare dicendo, in primo luogo, che tutti gli argentini sono stati delle vittime della dittatura, anche se, ovviamente, in modi diversi. E, in ogni caso, nessuno – neppure i miei compatrioti – ha il diritto di decidere come devo raccontare una storia né quale linguaggio letterario io debba usare. In secondo luogo, vorrei dire che chi ritiene erroneamente il genere horror irrispettoso, in quanto si tratterebbe di mero intrattenimento, ripropone una convinzione che sta diventando antiquata e sciocca.

La paura è una delle nostre emozioni fondamentali e costitutive. Anzi, in alcuni casi la paura è positiva: aiuta a sopravvivere, a mimetizzarsi, a creare empatia e ad allenarsi ad affrontare gli orrori della vita reale. Nel mio Paese la paura non è finita con la dittatura. Al di là delle conseguenze traumatiche di lungo termine causate dal regime, ci sono altri cose spaventose con cui in Argentina conviviamo ogni giorno: la povertà, la graduale scomparsa della classe media, l’instabilità economica permanente, l’esilio (perché è quasi impossibile rimanere in Argentina e condurre una vita normale), la burocrazia, l’isteria politica, la criminalità, la miseria e la repressione.

Qualche tempo fa, stavo parlando con Bernardo Esquinca, uno scrittore messicano di cui sono amica. Lui scrive storie del terrore e la sua protagonista principale, per così dire, è Città del Messico. Ma la tradizione a cui fa riferimento è diversa dalla mia. È più elegante e classica, meno legata all’attualità. Bernardo scrive anche racconti polizieschi, spesso piuttosto violenti. Con lui abbiamo discusso di quanto sia difficile scrivere horror in un Paese in cui il narcotraffico fa vacillare la democrazia, in cui le persone scompaiono ogni giorno e le vittime di omicidi vengono ritrovate decapitate e appese sotto i ponti.

Nel suo romanzo Insensatez, lo scrittore honduregno Horacio Castellanos Moya racconta di un giornalista incaricato di revisionare un rapporto su un massacro di indigeni in Guatemala durante una guerra civile durata più di trent’anni. Non si tratta di letteratura di genere ed eppure è come se fosse un horror, perché la discesa del giornalista nell’autoflagellazione e nell’afflizione è molto feroce. È un qualcosa che ricorda Thomas Bernhard, ma è ambientato in America con tutte le anomalie e le contraddizioni di quel continente. Da parte sua, proprio in Guatemala, la performance artist Regina José Galindo si arrampicherà invece sui sacchi dell’immondizia e trascorrerà dei giorni in una discarica, proprio come nel suo Paese avviene a molti corpi. In altri giorni, camminerà intorno al Parlamento con i piedi insanguinati o giacerà su un tavolo da autopsia coperta da un lenzuolo bianco. E, nel suo meraviglioso romanzo Stella distante, Roberto Bolaño racconta di un poeta genocida che partecipa a un laboratorio di scrittura e usa il suo aereo per scrivere poesie in cielo durante la dittatura di Augusto Pinochet.

Tutte queste opere, pur non appartenendo alla letteratura horror, lavorano con l’orrore, perché è un qualcosa di cui siamo permeati in quanto latinoamericani, così come siamo permeati dalla musica, dalle feste e dal piacere dello stare in compagnia, delle conversazioni dopocena e del Carnevale. Quindi mi chiedo: chi sono? Sono molte cose. Essendo argentina, sono in terapia da quando avevo sei anni e quindi non mi faccio troppe domande su chi sono. Inoltre, penso che sia un po’ vano – anche se tutto è vanità – pensare troppo a se stessi.

Quando mi chiedono chi sono, rispondo: «Sono una latinoamericana». L’esperienza di nascere e vivere nel mio Paese mi ha plasmato come persona – spesso problematica – e come scrittrice. Sono una donna latinoamericana, e questo implica anche una serie di sfide: crescere senza leggi che ci permettessero di prendere decisioni sul nostro corpo (ora quelle leggi esistono, ma io ho cinquant’anni) e doversi fare strada a spallate in un mercato del lavoro che, oltre a essere sessista, è scarso e limitato. E quindi i posti di lavoro vengono dati agli uomini non solo perché sono maschi, ma anche perché c’è molta disoccupazione in generale e la catena si spezza proprio nel suo anello più debole.

Sono appassionata fino al fanatismo di horror e di cultura pop. Leggere Alan Moore mi fa tremare le ginocchia. Se si deve discutere su quale sia il più grande film horror di tutti i tempi sono disposta a mettermi a urlare e ho cercato, per anni, una camicia con lo stesso motivo della moquette dell’Overlook Hotel che mi andasse bene. Sono stata una bambina timida e brutta e un’adolescente selvaggia e selvaggiamente bella. Ero una tossica e un’alcolista (molti dicono che una volta che si diventa tossici poi lo si resti sempre, ma io non credo che sia vero). Ora che sono pulita, penso a quegli anni come a un passato perduto e lontano. Sono una scrittrice che lavora nel suo Paese, che non ha mai vissuto altrove e che forse un giorno lo farà, ma la mia vita si è finora svolta tutta in una grande metropoli americana con tutta la sua intensità, con la sua gente spesso gioiosa (e altre volte disperata), con le sue interruzioni di corrente, con i suoi corpi per le strade, con la sua bellezza e con il suo horror.

© 2023 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND MARIANA ENRÍQUEZ

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di Big Ideas del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse, oppure in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter