Il laureatoZadie Smith, Fabbri e il mondo in cui titoli e premi valgono più di tutto

Il nuovo romanzo della più strepitosa intellettuale della mia generazione è stato stroncato da una vincitrice di Pulitzer (la più stolida a vincerlo). A Mentana è stato chiesto se l’esperto di geopolitica sia dottore. Perché ciò che conta oggi non sono le competenze, ma se hai la pergamena incorniciata

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Che cos’hanno in comune Zadie Smith, forse la più strepitosa intellettuale della mia generazione, e Dario Fabbri (chiunque egli sia)? Fino all’altroieri avrei detto niente, ma poi la vita s’incarica di collegamenti mai sospettati.

“The Fraud”, il nuovo romanzo della Smith, è uscito in Inghilterra un paio di giorni fa. Sono ancora al primo capitolo e già sono pazza della vedova Touchet, che ritiene che, visto che tutti i tentativi di pronunciare il cognome del defunto marito sono ridicoli, tanto valga optare per la ridicolaggine francofona. Ma del libro parliamo poi (esce in Italia il 10 ottobre).

Prima ancora che m’arrivasse il romanzo, ne ho letto una stroncatura su Vulture, le pagine culturali del New York Magazine. Era un articolo così stolido che, se l’avessi letto qualche anno fa, avrebbe fatto barcollare tutte le mie certezze: è il New York, è un giornale di cui mi fido, com’è possibile.

Sono andata a cercare su Google l’autrice, e ho scoperto un’altra cosa che qualche anno fa mi avrebbe devastata: la tizia che lancia a Zadie Smith la vibrante accusa di, ohibò, preferire l’interpretazione psicologica a quella ideologica, questa tizia ha vinto il Pulitzer per la critica. E io ancora non sono étoile alla Scala: allora ditelo che non c’è meritocrazia.

Breve divagazione: tra le altre cose, la Pulitzer più stolida del mondo accusa Smith di ciò che secondo Keats caratterizzava la scrittura di Shakespeare, di non avere convincimenti morali inamovibili o solide opinioni (di essere un’intellettuale e non una sacerdotessa, ma tu pensa).

Mentre Keats e Smith fanno una seduta spiritica per domandarsi come sia finito questo secolo ad avere intellettuali così scarsi, a me viene in mente “Inferno”, la rilettura dantesca fatta da Claudio Giunta per Feltrinelli, e il suo elogio del padre di Proust e della sua ignavia – ma anche di questo libro parliamo poi (esce la settimana prossima).

Una volta la scoperta del Pulitzer assegnato a questa inutile compilatrice di tesine universitarie incapace di capire cosa sia un romanzo mi avrebbe devastata, perché una volta non c’erano i social. E io non avevo modo di sapere quanti Pulitzer imbecilli, grandi giornali ottusi, prestigiose istituzioni da mettersi le mani nei capelli esistessero.

Sono i social o è la vecchiaia? È che, se vivi abbastanza a lungo, incontri abbastanza medici cani e avvocati imbarazzanti da sapere che una laurea non garantisce niente? O è che i social – con le loro note biografiche in cui la gente meno è in grado di trovarsi il culo con le mani e più rimarca le proprie cattedre e dottorati – hanno scostato la tenda di Oz?

Questo è il punto in cui in genere i più stolidi tra i laureati, quelli che la loro l’hanno incorniciata e se non riconosci il valore morale del titolo di studio è perché sei invidiosa, sibilano: eh, certo, tu sei per l’università della vita. Che è una frase temibile, in questo tempo in cui tutti siamo terrorizzati di sembrare lo scemo del villaggio globale, quello che crede che nel vaccino ci sia il chip, o che Birkenau fosse una stazione termale.

Ma ovviamente la contrapposizione non è quella un po’ elementare percepita dagl’istruiti che si percepiscono colti. La questione non è: i titoli di studio sono una truffa, per strada sì che s’impara. La questione è: se non capiscono niente di niente neanche quelli che hanno studiato, figuriamoci quelli che neppure hanno studiato, com’è possibile che non ci siamo ancora estinti con questa imbecillità media, com’è possibile che non cadiamo in un tombino ogni volta che usciamo di casa, aiuto.

L’altroieri ho scritto un articolo in cui ipotizzavo che una certa risposta di Landini sul costo della vita e il costo del caffè nei bar fosse un tentativo di far chiudere Cova, a Milano, e ripopolare il Molise coi baristi licenziati. Sotto a un retweet (o come si chiama ora) dell’articolo, c’erano gli indignati commenti d’un tizio che lo accusava d’essere molto inattendibile come articolo «di analisi sociale ed economica».

Il tizio così capace di decodificare un registro comico e valutare con criteri sensati quel che legge ha ovviamente la sua brava nota biografica su Twitter (o come si chiama ora), nota che ci svela ch’egli è «prof a contratto di analisi dei media». Una volta le università erano posti ai quali ci iscrivevamo certi di trovarci gente che sapesse spiegarci il mondo. Ora sono queste botti di ferro che paghi per mandarci i tuoi figli a imparare a non saper leggere.

Certo, diranno i miei piccoli lettori, meglio analisi dei media che cardiochirurgia, meglio che gli imbecilli non facciano danni in campi seri. Questa settimana sul magazine del New York Times c’è un articolo che s’interroga sul perché gli americani non abbiano più fiducia nell’istruzione universitaria. È perché le università americane costano troppo, è per quello che in Francia si laureano di più, ipotizza l’ennesimo articolista che non capisce il mondo.

Essere costose è l’ultimo valore rimasto alle università americane (nulla di ciò che è gratis ha un valore percepito e quindi viene preso sul serio: se il professore a contratto pagasse per leggermi, ci penserebbe tre volte prima di dire scemenze; se poi dovesse pagare per commentarmi, allora sì che cominceremmo a ragionare).

Se sono le prime a declinare non è perché sono le più costose: è perché sono le prime a essersi specializzate in stronzate. Nell’articolo c’è uno schemino che dice che, rispetto a quarant’anni fa, la laurea produce meno ricchezza per chi la prende. Ettecredo: vale la pena indebitarsi coi costi della retta per i gender studies? Quanti posti di lavoro per spiegatrici di femminismo su Instagram potranno mai esserci, una volta presa la laurea da incorniciare?

E quindi, nella penultima avvincentissima polemica di Twitter (o come diavolo eccetera), quella in cui un Carneade (ovviamente con la sua brava cattedra specificata nella biografia social) chiede ossessivamente a Enrico Mentana se Dario Fabbri sia laureato, e Mentana gli risponde che non ha mai domandato i titoli di studio a nessuno, e nelle sue trasmissioni neanche si è mai rivolto a lui col vocativo «dottore» (aggiungerei: non essendo un parcheggiatore), ecco, in quest’avvincente polemica qui, io osservo incantata questa specie la cui sopravvivenza mi risulta inspiegabile.

Coloro che, in un secolo in cui la realtà s’impegna ogni giorno a dimostrare che non esistono garanzie, che sono crollati i muri e le certezze, che il mondo come lo conoscevamo è finito, coloro che in questo delirio globale restano aggrappati al Novecento come DiCaprio alla porta su cui galleggiava Kate Winslet, certi di poter sopravvivere grazie alla convinzione che i titoli cambino qualcosa, le lauree cambino qualcosa, i premi cambino qualcosa.

Coloro che del tizio che vedono alla tele non vogliono sapere se stia dicendo o no una stronzata oggi, ma se vent’anni fa sia andato con l’alloro in testa a farsi consegnare una pergamena. Coloro che, se la critica più stupida del mondo vince il Pulitzer e Zadie Smith no, si rifiutano di mettere in dubbio le loro certezze: per fare il bagno bisogna aspettare tre ore dopo mangiato, e tra due scrittrici la migliore è senz’altro quella che ha vinto il Pulitzer.

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