Tappeto mossoFavino che imita Guadagnino, la figaggine di Clooney e le irsute arrampicatrici social(i)

Dalla Mostra del Cinema mi sono arrivate diverse cose divertenti: una foto delle mitomani che si autoscattano sopra il red carpet e un vocale del grande attore italiano che dice in guadagninese purissimo: «Qui a Venezia che d’altronde, come sai, è un festival di second’ordine»

Unsplash

La cosa migliore che mi è arrivata da Venezia è un’immagine dell’alba. Prima che intorno al palazzo del cinema inizino ad arrivare i giornalisti per la proiezione delle otto, quando la struttura che quattordici ore dopo ospiterà le première mondane è abbandonata a sé stessa.

È allora che arrivano le nuove poco ricche, le nuove mitomani, le nuove arrampicatrici social(i), le nuove parvenu. Quelle che sono partite prima dell’alba, da qualche stanza in subaffitto, pensione a una stella, forse persino da Mestre, e sono arrivate lì, vestite incongruamente da sera, ma l’incongruità è solo apparente.

Sono vestite da gran sera perché ora si metteranno ad autoscattarsi con angolazione strategica con la quale, sotto le loro scarpe scomode, si veda il tappeto rosso, ed eccole lì che potranno mettere in vetrina (cioè: postare sui social) la falsificazione di sé stesse sul red carpet del festival del cinema.

Ma poi perché falsificazione? Il tappeto rosso è rosso anche fuori orario, è rosso anche quando coloro il cui mestiere è accederci stanno ancora dormendo profondissimo, è rosso anche se non ci sono i buttafuori a renderlo prezioso. Loro sul red carpet ci sono state davvero. In futuro ognuno sarà famoso per finta.

La cosa migliore che ho sbirciato di Venezia è Matteo Garrone che, su quel red carpet, si piazza coi suoi due attori davanti ai fotografi. Fotografi che urlano come forsennati perché qualsivoglia tizia di cui i giornali compreranno le foto si volti verso di loro, fotografi cui si gonfia la giugulare se tizia di cui non si sa il mestiere ma che ha totmila follower non porge loro il miglior profilo di coscia, fotografi che Garrone sa come sono di solito.

E che, quando si trovano davanti Garrone con due attori africani di cui non sanno i nomi e dei cui vestiti dubitano che qualche gallery patinata s’interesserà, mostrano, come dire, una certa qual pigrizia. La cosa migliore che ho sbirciato dalle dirette del tappeto rosso di Rai Movie è Matteo Garrone che dice «me sa che non c’avete tanta voglia de scatta’».

La cosa migliore che mi è arrivata da Venezia è la foto di due donne che conosco, un’adulta e una trentenne, tutt’e due sbracciate perché a Venezia fa caldo, e dalla canotta della trentenne spuntavano i suoi bravi peli sotto le ascelle, essendo quella la generazione che non avrà mai la pensione ma ha ottenuto quella forma di welfare per la quale ti scrivono «sei bellissima» sotto le foto anche se rinunci persino alla manutenzione minima di depilarti.

Erano a quel punto tre giorni che i siti dei giornali parlavano solo del fatto che l’ex fidanzata di Coso dei Måneskin era andata sul red carpet, più acclamata dai fotografi di quanto lo sia poi stato Garrone, senza depilarsi le gambe. E i siti di questo irsutismo sapevano non perché si notasse – aveva un vestito lungo – ma perché lei l’aveva dichiarato (e vorremo mica non rilanciare una dichiarazione inutile: son quelle che fanno più clic).

Mi sono resa conto in quel momento che la trentenne che conoscevo non l’avevo mai sentita prendere una posizione politica sulle sue ascelle pelose, che forse è come dovrebbe andare: se sei troppo pigra per depilarti, perché poi dovresti fare la fatica di farne una questione ideologica? Se non perdere cinque secondi a passarti il rasoio ti fa perdere cinque ore a parlarne, non sei come quelli che si sbattezzano?

La cosa migliore che ho sbirciato a Venezia sono le immagini, fuorifestival, di una serata alla Fondazione Diane von Fürstenberg, con l’unico divo visto a Venezia nell’anno dello sciopero degli attori americani. George Clooney abbracciava Emma Thompson, lei gli diceva «stai benissimo», lui rispondeva «sono un povero vecchio», che è la ragione per cui George Clooney è il più figo del mondo: non solo perché ha quella faccia, ma perché con quella faccia ti dice che è un catorcio o che è solo il marito di Amal.

Che è una cosa che invidio sempre moltissimo, è uno dei divari di genere dei quali non si parla abbastanza concentrandosi invece su altri inesistenti: l’autoironia è un colore consentito solo ai maschi. Se George Clooney dice che è un catorcio, è ancora più irresistibile giacché ha anche la qualità di non prendersi sul serio; se fosse stata Emma Thompson a dire che casca ormai a pezzi, il giorno dopo ci sarebbero stati settanta editoriali sull’impossibilità femminile di credere in sé stesse, quarantacinque guide all’autostima, e mille influencer che le suggerivano di volersi più bene.

Ma pochi giorni dopo ho guardato di nuovo le immagini dal tappeto rosso, non quelle fuori orario, quelle in cui Mattia Carzaniga intervista i registi che stanno entrando alla loro première, e ha detto a Pietro Castellitto qualcosa sul fatto che tutti lo trovano molto figo, e lui ha risposto con la seriosità delle donne cui è stato insegnato ad affettare modestia davanti ai complimenti «Ho un sacco di difetti», e nessuno si aspettava che nascesse tanto presto un nuovo George Clooney, ma neanche che finissimo con gli uomini delle nuove generazioni che importano i limiti culturali delle donne. Prima o poi ci toccherà un Castellitto che si picca di non depilarsi, e l’irsuto cerchio si chiuderà.

La cosa migliore che mi è arrivata da Venezia è un vocale che Pierfrancesco Favino ha imprudentemente mandato a chissacchì, e questo chissacchì l’ha girato a tante di quelle persone che è arrivato persino a me, ma vorrei pregare Favino di non rimproverare troppo il signor Chissacchì, perché il messaggio è in effetti irresistibile e, mi sento di dire senza aver visto neppure un film, il più gran pezzo di cinema uscito da quest’edizione di Venezia.

È un messaggio in cui Favino nega di essere solito fare l’imitazione di Luca Guadagnino, e lo nega mentre ha la cadenza di Guadagnino, la zeppola di Guadagnino, i toni di Guadagnino.

Tra le cose migliori arrivate da Venezia ci sono le immagini di David Fincher e Woody Allen parimenti attoniti per la durata degli applausi del pubblico mondano che sa che il giorno dopo i giornali titoleranno sui minuti di applausi e vuol essere all’altezza. Ma anche Fincher e Allen avrebbero applaudito cinque minuti almeno se avessero sentito Favino dire, in guadagninese purissimo, «qui a Venezia che d’altronde, come sai, è un festival di second’ordine».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter