
Tra Milano e San Francisco ci sono quasi diecimila chilometri, più di tredici ore di volo. Nove ore di differenza di fuso orario, che sono tante. Le ruote toccano il suolo, slacciate le cinture di sicurezza, sbarcate dall’aereo intontiti e vi ritrovate dall’altra parte del pianeta, praticamente in un’altra stagione. Questo è straniante per tutti, ma per chi soffre di bipolarismo è peggio. Un viaggio del genere priva il vostro cervello dei suoi naturali punti di riferimento. È un po’ come togliere la zavorra da una mongolfiera: senza neppure rendervene conto, siete tra le nuvole.
Gennaio 2019. Sono atterrato al San Francisco International Airport insieme a Tony, amico dai tempi delle elementari, che poi è diventato il mio coinquilino a Milano. Una scuola di inglese mi aveva invitato per seguire i loro corsi, studiare la lingua e raccontare la mia esperienza durante quelle settimane. Avremmo documentato la nostra vita e l’avremmo condivisa con stories e post su Instagram. Era la prima tappa di un lungo viaggio che ci avrebbe riportati negli USA anche più avanti, d’estate, per visitare New York, Washington e Philadelphia. Cominciavamo con la west coast d’inverno, un’opportunità fantastica, da ogni punto di vista. Quindi c’ero io, in California, alla fine di quel lunghissimo viaggio. Entusiasta e felice.
Ai tempi ero in cura con il mio cocktail di medicine, piuttosto ricco ma non adeguato alla situazione. Portavo il peso di questioni macroscopiche, come la rottura tra me e Fabio avvenuta un anno prima e quel bagaglio di sensi di colpa che non vedevo, ma c’era. Quindi per me Fabio non esisteva più, ma da qualche parte dentro di me si erano annidate sensazioni contrastanti che incombevano.
Si dice che il diavolo stia nei dettagli: la stessa cosa vale per la malattia mentale, a volte. Nel mio caso, stava in parte anche nella dieta dimagrante (esatto, chi l’avrebbe mai detto) che avevo iniziato. Avevo accumulato chili di troppo e da qualche mese avevo deciso di rimettermi in forma. Ovviamente in cima alla lista degli alimenti depennati dalle mie abitudini c’era l’alcol. Ovvio, gravava sul calcolo calorico delle mie giornate ed era ragionevole toglierlo. Però aveva anche un effetto sedativo, ed eliminarlo da un giorno all’altro non è stato privo di conseguenze: ha dato uno scossone al mio equilibrio psichico generale. Ma io non me ne rendevo conto e, atterrato a San Francisco, scendevo la scaletta dell’aereo sentendomi in un periodo di rinascita (falso: era solo un’impressione). Single, mi prendevo cura di me con uno stile di vita equilibrato. In viaggio, con Tony al mio fianco. Ero sobrio, lucido, avevo eliminato le serate pazze, le sostanze alteranti, i vodka e Redbull e i rum e Cola, persino i carboidrati.
Oh, come mi sentivo bene, lucido, pieno di energia. Come si sta bene, senza la chimica ad appesantire il sangue, pensavo. Stavo benissimo, alla grande. Persino troppo. Avevo così tanta energia che un paio d’ore di sonno a notte mi bastavano. Talvolta meno. Credevo di aver lasciato Fabio e quella vita sregolata e di aver ritrovato me stesso, invece, senza rendermene conto, stavo vivendo il mio primo, grave stato di alterazione: un vero e proprio up – il re degli up! – di quelli per cui avresti bisogno di uno psichiatra al tuo fianco, e uno bravo.
A dieta, senza sgarri, senza carboidrati, senza sostanze psicostimolanti, senza alcol, con l’incapacità di elaborare quel che era accaduto con Fabio: già da qualche mese sperimentavo, senza saperlo, uno stato d’alterazione; un up che poi quei diecimila chilometri e il jet lag hanno fatto esplodere, in tutta la sua potenza. A San Francisco il mio cervello ha ceduto. La mongolfiera ha preso il volo.
La psichiatra da Milano mi aveva avvisato: «Stia pronto, perché il viaggio potrebbe farle male». Aveva colto il mio stato alterato e cercato di arginarlo con nuovi farmaci, ma non era stato sufficiente. Era troppo tardi, perché era già iniziato tutto da settimane. A San Francisco, ormai, non ero più recuperabile. Se mi passate la metafora, ero ormai decollato, sparato verso la stratosfera.
Una sensazione neppure troppo sgradevole, da vivere. Ero euforico, emozione che è normale provare in concomitanza con un grande viaggio, non fosse che nel mio caso ero troppo euforico. C’era stato qualche segnale d’allarme, come la valigia già pronta all’ingresso tre giorni prima della partenza. Non l’avevo colto in Italia, ma sull’assurdità dei miei comportamenti in California non c’erano più dubbi. Vagavo per la città in pigiama, di notte, da solo. Visitavo tre musei al giorno, compilavo liste con tutti i monumenti cittadini, documentavo ogni momento, fotografavo, condividevo.
La mattina a scuola ero concentrato come un universitario nel suo giorno della laurea. Poi facevo i compiti per tutti, studiavo più del necessario, ero un capitolo avanti rispetto al professore. Ci era stata assegnata una stanza nel dormitorio studentesco, ma per me non era mai abbastanza. Di più era il mio motto, quindi ho affittato una casa, la tipica villetta cittadina, quella che avrete sicuramente visto nei film o nei poster di San Francisco. Poi a metà del soggiorno ci siamo trasferiti, per vivere anche in un secondo quartiere (in effetti, perché accontentarsi di uno?). Scattavo migliaia di foto, mi cambiavo i vestiti cinque volte al giorno. Caricavo sessanta storie al giorno su Instagram e rispondevo a tutti i messaggi. Tutti quanti. Sono dettagli: continuavo a digitare sulla tastiera del telefono, anche mentre facevo pipì. San Francisco l’ho vista da cima a fondo. Ho camminato decine di chilometri, l’ho battuta metro dopo metro, ogni strada, ogni piazza, ogni vicolo.
Alle quattro del mattino ero al telefono con mia sorella per discutere dell’appartamento milanese di quasi duecento metri quadri che avevo “fermato” appena prima di partire, ignorando il mio amico che borbottava nel letto, lamentandosi del disturbo. Con il senno di poi, aveva ragione mia sorella, comunque: con disinvoltura e scelleratezza passavo da un affitto di mille a uno da tremila euro al mese.
D’accordo che quaranta metri quadri sono pochi, ma hai davvero bisogno di una casa con sei stanze? Alla mia famiglia ancora sfuggiva il nocciolo del problema, ovvero il fatto che le decisioni avventate e irragionevoli che prendevo erano generate da quell’euforia malata. Tra telefonate con l’Italia e passeggiate in solitaria, avevo notti impegnate. Poi mi addormentavo senza rendermene conto, crollavo sul divanetto del locale dove stavamo pranzando. Dopo ci siamo spostati a Los Angeles, dove mi sono concentrato sugli amici italiani. Ho incontrato decine di persone, macinato appuntamenti, pranzi, cene, anche con quattro diversi gruppi di amici. Perché sedersi a tavola una volta sola, quando puoi farlo quattro volte?
Ero pesante, petulante, ossessivo con le persone. Potevo scrivere centinaia di messaggi al giorno. Parlavo, ma non riuscivo ad ascoltare. Dovevo fare, continuamente.
Quindi dicevo sì a tutto, sempre. Vivevo in cerca di continue emozioni e mi uccideva anche solo l’eventualità della noia. Ogni istante era esasperato, assomigliavo a quei giochi di latta che carichi con una molla. Solo che io non davo segni di cedimento, mai. Scivolavo spesso in episodi ipomaniacali: facevo la valigia, poi la svuotavo e la rifacevo, anche per cinque volte. Quello lo ricordo, ma sicuramente ho fatto anche cose di cui non conservo memoria.
© 2023 A. Andrea Pinna
© 2023 HarperCollins Italia S.p.A., Milano
Prima edizione HarperCollins
ottobre 2023
