Paradosso sinistroIl surreale tentativo di conciliare il comunismo con il liberalismo

Dopo anni di ostracismo, in Italia diversi commentatori stanno diffondendo il pensiero liberale. E alcuni hanno dato addirittura questa etichetta a Giorgio Napolitano

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Tutti liberali, nessuno liberale. Singolare il destino di questa posizione ideale e politica. Il nuovo secolo, in ritardo anche sul 1989, l’ha rivalutata, dopo i decenni in cui nessuno si azzardava a pubblicare i libri dei neoliberali stranieri (Karl Popper, chi era costui?), almeno fino alla comparsa sulla scena di un intellettuale come Ralph Dahrendorf. Milton Friedman in fondo aveva vinto un Nobel, ma solo il Centro Einaudi di Torino pubblicò subito i suoi scritti, compreso il famoso “Nessun pasto è gratis”, che forse sarebbe utile far leggere oggi all’avvocato Giuseppe Conte. Quello del «gratuitamente», un Friedman alla rovescia. Restavano in un angolo, figuriamoci, quei pochi italiani come Nicola Matteucci, Giovanni Sartori, lo stesso friedmaniano Sergio Ricossa, che portavano avanti posizioni liberali ortodosse nel campo istituzionale ed economico. Oggi hanno invece sempre più spazio gli editorialisti schiettamente liberali. Hanno successo Ernesto Galli della Loggia, Angelo Panebianco, Sergio Fabbrini, Alessandro Barbano, Alberto Mingardi, Maurizio Ferrera, il fecondo Nunzio Mastrolia di “Stroncature”, e in generale tanti commentatori che rendono coerentemente omaggio alla virtù liberale.

Ma attenti alle esagerazioni, cioè a fare un brodo unico con un sapore uniforme, per cui alla fine questo unanimismo liberale porta appunto a dire: tutti liberali, nessuno liberale. C ‘è un limite. In molti casi meglio dire «no, grazie». Giuliano Ferrara è stato icastico: «ll comunista non tollera il travestimento liberale e democratico del capitalismo e il liberale combatte come la peste il fondo totalitario dell’ideologia comunista».

Prendiamo l’ultimo caso. I commenti per la scomparsa di Giorgio Napolitano hanno esteso oltre ogni limite immaginabile il perimetro ormai onnicomprensivo del liberalismo di ritorno all’italiana. Molti hanno decisamente definito «comunista liberale» il profilo del presidente emerito, chi pudicamente limitandosi alle caratteristiche dell’approdo della sua carriera politica, circoscrivendo la definizione alla parte finale della sua attività, chi addirittura estendendola all’evoluzione complessiva della sua lunga vicenda pubblica, dalla giovanile militanza nel regime alla convinta adesione al comunismo anche in presenza delle manifestazioni più orrende della sua realizzazione pratica, ben prima dei ripensamenti miglioristi e dell’ammirevole capacità istituzionale di presiedere con autorevolezza una Repubblica schierata nel campo delle democrazie liberali. Governo Monti compreso.

Non ci azzardiamo a immaginare quale sarebbe stato il giudizio stesso di Napolitano rispetto a questa etichettatura che mette insieme il sostantivo comunismo con la parola liberale intesa come aggettivo. Forse l’avrebbe considerato un tantino eccessiva. Questa espressione non è neppure un ossimoro, perché il termine definisce una contraddizione possibile, mentre qui almeno a noi sembra sinceramente improponibile. La conciliazione forzata finisce per far torto a entrambi i termini.

Quando insomma il liberalismo influenza il pensiero cattolico o quello socialista, dando luogo a correnti ideali mutuamente compatibili, che risultano così più ricche e feconde, in fondo fa solo il suo mestiere e realizza la missione democratica su cui di innesta. Ma la differenza con il totalitarismo è insanabile (il liberalismo nasce per regolare i regimi democratici, figuriamoci quelli autoritari), e fare un’eccezione ad personam non è oggettivamente sostenibile.

Altra cosa è pensare che anche in casa comunista e soprattutto postcomunista sia validamente tangibile una certa influenza liberale. È celebre un omaggio che Fausto Bertinotti rese alla cultura liberale (ma lui era nato socialista).

Più recentemente, in una intervista a Repubblica e in un intervento da Giovanni Floris su La7, Pierluigi Bersani ha sostenuto con convinzione che nella crisi della sinistra attualmente misurabile c’è, tra le altre cause, l’assenza di una componente culturale di natura liberale. Ha perfettamente ragione. La stessa forza propulsiva del Partito Democratico è stata ben più vivace e incisiva quando, specie al momento della fusione con la Margherita, il vecchio filone postcomunista poté avvalersi di apporti che venivano da componenti in cui appunto era l’aggettivo liberale che svolgeva una funzione di arricchimento e di pluralismo.

Il Pd di oggi, che considera una disgrazia il quaranta per cento di Matteo Renzi, che peraltro mai si definì liberale (Renzi è innanzitutto renziano) secondo lo schema conformista di cui si parlava più sopra, mostra di non crederci, liquidando criticamente come neoliberiste queste suggestioni. E così sostanzialmente respinge fuori dal recinto apporti e sensibilità che potrebbero essere più utili a rafforzare il campo democratico anziché allargarlo verso spazi che palesemente lo negano.

Ma Bersani, coraggioso nell’analisi, non è altrettanto lucido nella proposizione. Perché ha anche fatto degli esempi di quello che intende per presenza liberale. Chi si aspettava, non diciamo Valerio Zanone, che pure in Senato ha reso grande onore alla sua partecipazione, purtroppo breve, nel gruppo parlamentare Pd, ma almeno un Nicola Rossi, un Vincenzo Amendola, per far nomi che nel Partito democratico hanno militato senza provenienze precedenti.

No: Bersani ha citato per primo Beniamino Andreatta, e poi Romano Prodi e Antonio Maccanico, e ci ha lasciato quantomeno perplessi, pur nel rispetto di questi illustri personaggi. Alcuni di loro, militanti del cattolicesimo di sinistra, spesso definito «sociale». Ma appunto nella vicenda politica testimoni utilizzabili e utilizzati anche a loro insaputa a favore della virtù del riformismo comunista, altro ossimoro che a sua volta meriterebbe meditazioni.

L’intuizione di Bersani finisce insomma per tradire il suo stesso intento. Perché è vero che la sinistra è in crisi anche perché ignora la forza dell’apporto liberale. Ma allora – diciamolo con chiarezza – liberale nella sua interezza, non pescando quel che si preferisce nella corrente neokeinesiana bolognese. Altrimenti potremmo dire che vi sono tracce liberali nella posizione di Elly Schlein, solo perché una cosa (forse l’unica) che la caratterizza, è un certo impegno sui diritti civili. Battaglie molto liberali, ma parziali, in fin dei conti riduttive. Passando da Walter Veltroni a Schlein il Partito Democratico si è involuto. Nessuno dei due liberale, beninteso, ma l’attenzione del Veltroni del Lingotto all’economia di mercato, non è lontana parente dei referendum cigiellini sul Jobs Act.

Insomma, la politica fatica ancora a dare un senso, nonostante i tempi tanto cambiati, al confronto operativo, realizzativo, con le idee che pur sono il fondamento di una democrazia liberale in cui – minoranza nel mondo l’Italia sta ben attenta a collocarsi. Preferisce il salto logico nell’acritico fascino negli ossimori.

Diversa, la prospettiva strettamente culturale. Su quel terreno gli slanci sono possibili, ma dobbiamo tornare indietro, ad Antonio Gramsci. Un recente articolo su Il Foglio di Franco Lopiparo ci fa riscoprire un Antonio Gramsci «liberale», obbligandoci a ricordare – reminiscenze giovanili – la complementarietà del pensiero di Gramsci con quello di Piero Gobetti.

Gramsci, dunque, primo comunista-liberale? Il teorico dell’egemonia la ritiene possibile solo in contesto di democrazia liberale. Lopiparo sottolinea un’annotazione (Quaderno 6): «L’egemonia, […] presuppone una certa collaborazione, cioè un consenso attivo e volontario (libero), cioè un regime liberal-democratico». Comprensibile che Togliatti avesse atteso la svolta di Salerno, cioè un cambio di politica, per divulgare gli scritti, in sé molto pericolosi per il Partito Comunista Italiano, di quel Gramsci che gli aveva rivolto spietate critiche sul modo in cui la Russia di Stalin gestiva il dissenso. Ma – annotiamo noi tanto tempo dopo – lo aveva fatto prima di entrare nella galera fascista, non certo dopo una prestigiosa carriera politica nelle istituzioni di una Repubblica libera.

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