Telefono senza filiNel mercato delle telecomunicazioni servono meno regole, non meno operatori

La volontà del Governo di rinazionalizzare una infrastruttura strategica facendo un monopolio dove oggi c’è concorrenza (e potrebbe essercene ancora di più), finora ha paralizzato il settore e frenato gli investimenti. L‘editoriale dell'Istituto Bruno Leoni su Linkiesta

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Il Governo ha dato parere positivo a un emendamento al disegno di legge sulla concorrenza, che consente l’innalzamento dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici. L’Italia ha limiti tra i più restrittivi in Europa: questo comporta un eccesso di investimenti per garantire la copertura delle reti e, di conseguenza, maggiori costi per raggiungere gli obiettivi della transizione digitale. Non solo: come ha più volte sottolineato l’Autorità Antitrust, limiti così restrittivi impediscono l’ingresso di nuovi operatori e danneggiano la concorrenza.

Per fare solo un esempio, per le frequenze sui 3400-3800 GHz utilizzabili per il 5G la normativa europea prevede un tetto di 61 V/m. In Italia il limite è 6 V/m – un decimo del livello ritenuto sicuro – e, grazie all’emendamento appena approvato, potrebbe salire a 15 V/m (comunque meno di un quarto del limite europeo). Dietro questo atteggiamento iper-precauzionale c’è quella cultura anti-scientifica che troppo spesso permea le decisioni nel nostro paese e che rimanda anche all’incapacità della politica e delle istituzioni tecniche di generare fiducia nell’opinione pubblica. Sfortunatamente, gli effetti sono molto concreti.

L’assurdità dei limiti espositivi non è, infatti, una scoperta recente. Se ne discute da anni: il Garante della concorrenza ha spesso esortato a mettervi mano, e diversi governi di tendenze opposte ci hanno provato, o almeno hanno detto di volerlo fare. Tuttavia hanno sempre fatto marcia indietro temendo la reazione dell’opinione pubblica. Anche questa volta, beninteso, la strada è in salita: per ora è stato approvato un emendamento in Commissione Industria del Senato. 

Prima di entrare in vigore, il ddl concorrenza dovrà ricevere il via libera definitivo di Camera e Senato. E anche a quel punto i giochi saranno ancora aperti, perché l’emendamento non comporta un adeguamento automatico dei limiti ma solo una possibilità, che potrà essere esercitata dal ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Bisogna però dare atto che il ministro Adolfo Urso ha avuto, in questo caso, il coraggio di sfidare i luoghi comuni sull’ambiente. L’adeguamento dei limiti ai livelli europei è uno strumento a costo zero per l’erario per incentivare quegli investimenti senza i quali la digitalizzazione dell’economia resterà una chimera. Ma aiuta anche a mettere a fuoco l’assurdità di un dibattito pubblico che, anziché rimuovere gli ostacoli concreti e oggettivi allo sviluppo delle reti, da anni si avvita attorno alle alchimie societarie della rete unica. 

La volontà di rinazionalizzare l’infrastruttura di telecomunicazioni, facendo un monopolio dove oggi c’è concorrenza (e potrebbe essercene ancora di più), ha paralizzato il settore e frenato gli investimenti. Il Governo dovrebbe occuparsi di più di rimuovere regole inutili e di meno degli assetti proprietari delle imprese.