Mi casa non es su casaCosa non va nella direttiva Ue sull’efficienza energetica degli edifici

Le regolamentazioni discusse a Bruxelles sugli affitti e le norme energetiche rischiano di limitare l'imprenditorialità degli europei, spogliando i proprietari di casa del controllo diretto sulle loro proprietà

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Le proposte di regolazione dell’Unione europea sugli aspetti energetici degli edifici residenziali stanno causando non poco trambusto in diversi paesi europei. Si prenda la Germania ad esempio: le stime mostrano che i proprietari immobiliari tedeschi sarebbero costretti a spendere duecento miliardi di euro per adeguarsi alle nuove norme, e ciò all’anno! Questa cifra corrisponde praticamente a quattro volte il budget che la Germania stessa stanzia per il settore della difesa. Secondo le stime, inoltre, il costo di un impianto di riscaldamento e isolamento termico a risparmio energetico per casa unifamiliare è almeno di centomila euro. Se la direttiva dell’Unione sarà attuata nella forma attuale è ancora una questione aperta, ma già il dibattito che ne è uscito è abbastanza per far preoccupare centinaia di migliaia di proprietari di immobili.

E questo è solo un esempio di come la Ue sta incrementando il proprio assetto dirigista, creando sempre più un’economia pianificata e accentrata. Il termine economia pianificata e accentrata può essere visto come un’esagerazione da quei lettori che lo collegano alla nazionalizzazione dei mezzi di produzione. Tuttavia, la moderna pianificazione economica funziona diversamente: formalmente, i proprietari restano certo i proprietari, venendo però sempre più indirettamente spogliati dal controllo delle loro proprietà, con lo “Stato europeo” che impone loro cosa possono o meno fare. 

Il divieto alla immatricolazione di nuove macchine a combustione nell’Unione dal 2035 è un altro esempio: non ci saranno più di aziende o consumatori che decideranno cosa dovrà essere prodotto (innovazione creatrice), ma tale ruolo verrà svolto dai politici supportati da intellettuali di Stato. Ciò viene dalla convinzione collettivista che, quando si tratta del bene delle persone, i politici ne sanno più di milioni di imprenditori e consumatori. E questa è proprio la differenza tra il libero mercato e un’economia pianificata. 

L’economia di libero mercato si basa sull’innovazione in relazione ai consumatori: ogni giorno milioni di consumatori infatti, scegliendo, indicano alle aziende ciò che funziona e ciò che non funziona. Nondimeno i prezzi di mercato mandano un segnale alle diverse aziende su quali prodotti servono – quanti ne servono – e invece quali non servono più. 

Tornando all’esempio delle proprietà immobiliari, molti paesi hanno esteso leggi sugli affitti che impediscono ai proprietari di permettersi di affittare i loro appartamenti all’interno di un libero mercato. Nella stessa Germania, ciò è stato raggiunto attraverso un intero pacchetto di leggi: un tetto massimo di aumento dell’affitto determina la percentuale e il livello degli aumenti consentiti dal canone. Anche quando l’inflazione tocca il sette per cento o più all’anno, in molte città tedesche gli affitti possono aumentare un massimo del cinque per cento. E la SPD, il partner principale della coalizione di governo tedesca, sarebbe incline ad abbassare questo tetto al due per cento. Che in effetti è come parlare di una espropriazione. Detto in altri termini, il valore degli affitti sta decadendo anno dopo anno. Poi c’è il limite sul prezzo dell’affitto, che determina quanto dev’essere l’importo dell’affitto che i proprietari possono far pagare. 

Come risultato, l’uso della proprietà è sempre più limitato: il governo impone pressoché impraticabili rinnovamenti – basti appunto vedere la situazione tedesca e le direttive europee sull’energia – forzando i titolari delle proprietà ad attenersi in modo sempre più rigido, con richieste sempre più oppressive, per nuove strutture. Al contempo, limita le possibilità del mercato degli affitti per il quale c’è comunque domanda. Di fatto, il cosiddetto proprietario è come se fosse diventato un assistente dello Stato nel dirigere ciò che gli appartiene, dovendo attuare quello che gli viene dettato di fare. 

Nel peggiore dei casi costoro, se il beneficio rispetto a ciò che il governo permette loro di guadagnare è troppo basso in relazione ai costi che il governo chiede loro di sopportare, finiscono per perdere formalmente il controllo delle proprietà. E l’impatto negativo non vale solo per questi casi, bensì anche per l’economia in generale: per l’Unione europea non basta soltanto intervenire sempre più sui diversi paesi e le loro attività imprenditoriali.

 La cosiddetta direttiva Ue sulla catena di fornitura è progettata per rendere responsabili le grandi aziende Ue se, ad esempio, i loro fornitori esteri operano nel rispetto delle norme sulla salute e sicurezza sul lavoro o degli standard ambientali che non soddisfano le aspettative dell’Ue. Un altro intervento europeo, CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), introduce tariffe sul carbonio sulle importazioni da tutto il mondo. Se, per esempio,  una compagnia importa viti dall’India, dove appunto le regole dell’Unione europea sul clima non ci sono, dovrà pagare di più. 

Questo è il modo in cui Bruxelles vuole ridurre le emissioni – non solo nell’Europa ma in tutto il mondo. L’erosione dei diritti di proprietà non è tuttavia solo qualcosa di europeo. Ciò accade anche negli Stati Uniti sotto l’influenza del Green new deal. Tutto ciò continuerà fino a quando i proprietari, i manager o le aziende saranno ridotti del tutto a meri burocrati. Saranno infatti i governi a dire ciò che dovrà essere fatto oppure no attraverso sempre più leggi. Alla fine, è come se gli imprenditori stessero diventando servi della politica.

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