
La risposta di Israele agli attacchi terroristici di Hamas di sabato scorso è stata lenta, ha dato agli attentatori il tempo di infiltrarsi in più di venti città all’esterno della Striscia di Gaza e compiere i loro massacri. Il risultato è l’aggressione più mortale nella storia dello Stato ebraico, dove fino a oggi sono morte più di milleduecento persone, e almeno altre centocinquanta sono ancora in ostaggio dei carnefici di Hamas.
Eppure, prima degli attentati, l’intelligence israeliana aveva rilevato un insolito aumento di attività sulle reti militanti di Gaza – tenute sempre sotto monitoraggio – e aveva allertato i soldati israeliani a guardia del confine di Gaza. Ma per qualche ragione l’avvertimento non ha avuto seguito, o perché i soldati non l’hanno ricevuto correttamente o perché non l’hanno letto. In ogni caso il risultato è stata una sostanziale impreparazione da parte delle truppe israeliane che avrebbero potuto e dovuto difendere i cittadini dagli attacchi terroristici.
Invece l’aggressione di Hamas si è dispiegata in poche ore, poco dopo le sei di mattina di sabato 7 ottobre, colpendo in più luoghi contemporaneamente, in molti modi: Hamas ha lanciato migliaia di razzi contro le città israeliane – la grande maggioranza è stata intercettata dal sistema missilistico Iron Dome –, ha tentato di arrivare sulla spiaggia israeliana Zikim Beach con barche e motoscafi, ha usato parapendii a motore per attaccare dall’alto. L’attacco più feroce è stato quello via terra, nel quale sono stati uccisi più di novecento tra civili e militari israeliani, e sono stati presi in ostaggio più di cento israeliani e stranieri.
Il New York Times ha ricostruito le ore cruciali dell’attacco di Hamas con una timeline interattiva in cui racconta sia il susseguirsi degli eventi di sabato scorso, sia alcune delle storie degli israeliani sopravvissuti all’aggressione. In una nota conclusiva specifica che tutta la tempistica degli eventi si basa su interviste, dichiarazioni, video e altre immagini.
A Nir Oz, ad esempio, sparatorie e bombardamenti sono iniziate intorno alle sei e mezza del mattino e solo nel pomeriggio sono arrivati i soccorsi: le persone hanno aspettato più di otto ore e mezza per essere raggiunte dall’esercito. Un gruppo di studenti andato nei rifugi è rimasto nascosto per quasi dodici ore.
Ma a Kfar Aza i residenti si sono nascosti all’alba, inconsapevoli che i soccorsi non sarebbero arrivati prima di venti ore – circa –, cioè molto dopo il passaggio dei terroristi che hanno assaltato casa per casa il kibbutz nel sud di Israele. «Ad Alumim, Sarit Kurtzman ha sentito le sirene dei razzi e si è precipitata nella sua stanza di sicurezza con il suo bambino di quattordici mesi. Sarebbe rimasta lì per ventisei ore fino all’arrivo dei soccorsi», scrive il New York Times.
Solo intorno alle dieci del mattino, quindi più di tre ore e mezza dopo l’inizio degli attacchi, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha detto che Israele era in guerra. Quaranta minuti più tardi Israele ha annunciato che stava colpendo obiettivi a Gaza. Ma molte persone sul campo erano ancora sole e in attesa dei soccorsi.
«I funzionari israeliani stanno appena iniziando a fare i conti con l’ampia gamma di errori logistici e di intelligence che hanno aperto la strada all’incursione di Gaza nel sud di Israele e alla ritardata risposta israeliana», riporta ancora il quotidiano americano. «La portata delle atrocità commesse sabato dai terroristi di Hamas è ancora in fase di studio e analisi. Lunedì mattina, i soldati israeliani stavano ancora combattendo i militanti in almeno sei città, e gli scontri periodici continuavano anche dopo che un portavoce militare israeliano aveva affermato che i militari avevano ripreso il controllo di tutte le comunità. Si stima che circa duecento persone potrebbero essere morte intorno al luogo del festival e centootto corpi sono stati recuperati a Be’eri. A Kfar Aza decine, o forse centinaia, di persone sono state uccise, hanno detto soldati e soccorritori». Ma soprattutto, ancora diversi giorni dopo gli attacchi, i residenti dei villaggi e dei kibbutz assaliti ancora aspettavano dai militari un’altra cosa: il recupero dei corpi.