L’apocalisse in corsoLa guerra dei nazisti islamici contro gli ebrei

Pogrom, esecuzioni sommarie, missili sui civili, deportazioni di donne israeliane a Gaza tra ali di folla festante e il sostegno dell’Iran, del Qatar e anche dell’Arabia Saudita accusata di cercare la pace con Gerusalemme

LaPresse

Non ci sono parole adeguate a raccontare il Male che si dispiega davanti a noi in tempo reale, non è possibile riflettere a ciglio asciutto quando l’apocalisse è ancora in corso, quando c’è la consapevolezza che la barbarie del sabato mattina di Sukkot, la festa ebraica delle capanne, continuerà ancora lungo e avrà conseguenze inimmaginabili. 

Qualche settimana fa ho visitato il lager che i russi hanno approntato a Yahidne, in Ucraina, una nuova Auschwitz del XXI secolo nel cuore d’Europa, non lontana da dove si era giurato che mai più avremmo visto tale pianificazione di atrocità.

Sabato ci siamo svegliati con un pogrom nel sud di Israele, una mattina dei cristalli preparata a tavolino ed eseguita grazie anche a un sommovimento popolare che ha dato la caccia agli ebrei, ha ucciso i civili sul posto, ha separato le donne dagli uomini e le ha fisicamente trascinate a Gaza assieme ai bambini, per poi offrire i loro corpi al pubblico festante, alla folla pronta a sputare sui prigionieri e a profanare i cadaveri, a una fiumana felice e inneggiante ad Allah. 

Il Novecento è finito da due decenni, ma se non chiamiamo nazismo tutto ciò che sta succedendo sotto i nostri occhi, nazismo islamico, allora abbiamo qualche problema di comprensione della realtà. 

Neanche nei film si sono mai viste scene così raccapriccianti e un’ostentazione di odio così assoluto. I nazisti tedeschi pianificavano lo sterminio degli ebrei con una precisione teutonica, ma non scendevano in strada a festeggiare gli arrivi dei vagoni piombati e a sputare sui rastrellati.

I nazisti islamici invece festeggiano con una standing ovation dentro il parlamento iraniano, per un attimo distolto dall’impegno quotidiano profuso a incarcerare e a uccidere le giovani donne che si sciolgono i capelli, senza parlare delle forniture di droni armati al macellaio di Mosca per assassinare i civili ucraini.

I nazisti islamici di Hamas, i cui vertici probabilmente sono al sicuro in Qatar, davanti alle immagini trasmesse da Al Jazeera ringraziano il loro Dio pregando in favore di TikTok. Gli Hezbollah, il partito di Dio del Libano, rivendica con orgoglio tale disumanità, giustificata anche dal Qatar, cosa che bisognerebbe ricordarsi ogni volta che le istituzioni corrotte dello sport nostrano si prostrano davanti agli emiri e gli affidano le chiavi, per esempio, del calcio europeo. 

Anche l’Arabia Saudita, il paese chiave del radicalismo estremista sunnita e custode dei luoghi sacri dell’Islam, se l’è presa con Israele, con l’aggredito, nonostante da tempo stia lavorando a una pacificazione con lo Stato ebraico che proprio in queste settimane avrebbe dovuto segnare un punto di non ritorno.

Non c’è dubbio che l’invasione terrorista su larga scala partita da Gaza, e in corso in queste ore, sia motivata dall’urgenza di una parte dell’Islam politico di evitare che qualcun’altro faccia la pace con Israele, come spiega candidamente Hezbollah, e magari scopriremo più avanti che ruolo avrà avuto nella carneficina di Sukkot la triangolazione Teheran-Gaza-Mosca con gli aiuti militari reciproci e i frequenti viaggi di Hamas in Russia. 

Israele si è sempre saputo difendere dai vicini, anche in modo spietato e preventivo, ma stavolta si è fatta prendere di sorpresa anche perché da qualche tempo è governata da estremisti parolai che cercano di scalfire l’unico stato di diritto del Medio oriente e per questo perdono di vista la difesa e la sicurezza del paese.

Ma Israele è la vittima, qualunque mancanza democratica abbia mostrato il governo Netanyahu. Resta, inoltre, che l’invasione terrorista proveniente da Gaza rientra nella più ampia guerra tra gli arcinemici islamici Arabia Saudita e Iran, i duellanti che tengono in ostaggio il Grande Medio Oriente e lo condannano al caos eterno. 

Alla base della loro rivalità ci sono solide questioni storiche che vanno indietro fino ai tempi d’oro dell’impero persiano e del Califfato, e poi anche più recenti ragioni geostrategiche, energetiche e nazionaliste, ma il punto centrale della disfida infinita è che Arabia Saudita e Iran si contendono la guida del mondo islamico su una linea di divisione che risale al 632 dopo Cristo, l’anno della morte di Maometto. Gli eredi del fondatore dell’Islam si divisero sulla successione del Profeta: a prevalere fu la fazione del suocero Abu Bakr e a soccombere quella che sosteneva il cugino Alì (sciita significa grosso modo “del partito di Alì”).

Quello scisma di quattordici secoli fa infiamma ancora oggi il quadrante mediorientale, e appena accenna a spegnersi, come da qualche tempo a questa parte ha tentato di fare l’Arabia Saudita con gli Accordi di Abramo e le aperture a Israele, ecco che la situazione deflagra in una guerra totale, una guerra scatenata dai nazisti islamici contro gli ebrei nel Ventunesimo secolo.

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