Impronte e passi avantiLo spreco alimentare sta diminuendo, è ancora necessario parlarne?

I dati sembrano essere positivi, ma la battaglia per un sistema alimentare più sostenibile è solo all’inizio

Foto di Mabel Amber da Pixabay

Il 29 settembre 2023 è stata la quarta Giornata Internazionale di sensibilizzazione sulle perdite e sprechi alimentari, promossa dalle Nazioni Unite. Un’altra giornata mondiale che era proprio necessario costituire? In questo caso la risposta è sicuramente sì. L’attenzione verso un sistema alimentare più sostenibile è quanto mai fondamentale, non solo per la salute delle persone ma anche per le (tante) ripercussioni che il fattore cibo ha sull’ambiente.

A metà settembre i ricercatori Marta Antonelli (Fondazione Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, Cmcc) e Alessandro Galli hanno pubblicato su Nature Food i risultati del loro ultimo studio, che dimostra come l’impronta ecologica dei cittadini dei ventisette Paesi dell’Unione Europea è diventata ormai insostenibile per la biocapacità (l’ammontare di risorse naturali che può produrre un ecosistema e di anidride carbonica che può assorbire) del continente. Ed è proprio il cibo che si configura come il maggior responsabile di questi dati, con una percentuale che si attesta sul 28-31 per cento dell’impronta ecologica totale pro capite, ovvero più della metà della biocapacità europea.

Un primato che vede i sistemi alimentari battere settori non propriamente riconosciuti per la loro attenzione verso la sostenibilità, come quello abitativo, la mobilità e i servizi. Le possibili soluzioni? Principalmente ne vengono presentate due: una transizione proteica, che permetta di allontanarsi sempre di più da carne e derivati – e soprattutto dalla filiera che oggi li porta sugli scaffali di supermercati e negozi –, ed eliminare lo spreco alimentare.

Per i più attenti non è una novità: già nel 2020 Project Drawdown, ente no profit che si occupa di trovare soluzioni al cambiamento climatico a livello globale, aveva sottolineato come combattere lo spreco alimentare fosse la soluzione numero uno per contrastare il cambiamento climatico e mantenere l’aumento delle temperature al di sotto dei due gradi centigradi entro la fine del secolo.

E qui arrivano le cattive notizie? In realtà no: il Cross Country Report 2023-Food & Waste around the World – firmato da Waste Watcher, International Observatory on Food & Sustainability e pubblicato proprio in occasione della Giornata Internazionale contro gli Sprechi dalla campagna Spreco Zero di Last Minute Market, con il monitoraggio di Ipsos – sembra anzi registrate dei grossi passi avanti. Realizzata in otto Paesi (Italia, Spagna, Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Olanda e Azerbaijan), la ricerca evidenzia come nell’ultimo anno lo spreco alimentare sia crollato in tutti i Paesi presi in considerazione, tra cui gli Stati Uniti, storicamente l’area meno attenta al fenomeno.

In Italia lo spreco di cibo scende del venticinque per cento circa e si assesta su 469,4 grammi settimanali a persona, con la frutta che mantiene il primato di alimento più buttato a livello globale. Una buona notizia data da una maggiore consapevolezza e attenzione sul tema? Non proprio. L’indagine, infatti, evidenzia anche come i consumatori stiano comprando meno (sette su dieci hanno tagliato drasticamente gli acquisti) e guardando sempre di più al portafoglio.

Una diminuzione dovuta quindi in particolare ai problemi legati all’inflazione e al contesto economico e non direttamente a una maggiore consapevolezza e conseguente cambio di abitudine. Un andamento simile a quello già registrato dopo la pandemia: lo spreco alimentare è sì sceso nell’anno dei lockdown – che hanno portato a una maggior propensione a cucinare a casa e ad utilizzare tutti i prodotti in dispensa – ma già l’anno successivo è ritornato ad aumentare, rincorrendo i numeri pre-pandemia.

Non è però più possibile lasciare queste battaglie alle emergenze pubbliche o alla sola consapevolezza, per quanto rimanga fondamentale. Azioni pubbliche e a livello culturale vanno implementate, per poter raggiungere un livello più alto di coinvolgimento e di efficacia. Ne è convinta, ad esempio, Katherine Miller, figura di spicco nell’ambito del food&beverage negli Stati Uniti che ha pubblicato qualche giorno fa At the Table. The Chef’s guide to advocacy.

Miller, che è coinvolta in importanti no profit come la James Beard Foundation, chiede agli chef di farsi portavoce di un sistema alimentare migliore, non solo all’interno del loro ristorante ma anche nei confronti dei consumatori e dell’opinione pubblica generale. Un vero e proprio chef attivista, in grado di lottare dietro ai fornelli ma anche con la propria voce, che sta diventando sempre più ascoltata. Il libro, che parla in modo pratico direttamente a chi sta in cucina, al momento è disponibile solo negli Stati Uniti, ma chissà che in futuro non venga tradotto anche in italiano. Di sicuro non ci mancano chef che possano prendere in mano il megafono e diffondere un’idea sempre più concreta della necessità di un cambio del paradigma alimentare.

Presentazione Cross Country Report Waste Watcher

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