Che maltempo che faDopo aver occupato la Rai, ora il governo Meloni vuole farla sprofondare

La riduzione del canone in bolletta di venti euro farà perdere milioni al servizio pubblico, costringendo i dirigenti a tagliare personale, infrastrutture, produzioni. Una scelta illogica, come quella di lasciar andare via Fabio Fazio

Lapresse

O il governo Meloni sta allestendo una trappola ai danni di Viale Mazzini o sta prendendo in giro tutti. In entrambi i casi questa non è una bella storia. Con la riduzione del canone Rai in bolletta da novanta a settanta euro, prevista dalla legge di Bilancio varata ieri dal Consiglio dei ministri, la televisione pubblica rischia una crisi potenzialmente catastrofica. Non siamo in grado di fare calcoli precisi ma per le casse già disastrate dell’azienda radiotelevisiva di Stato l’ammanco dovrebbe essere di molte decine di milioni. Un buco serio per di più in un anno pari, il 2024, uno di quelli in cui non si disputano Mondiali di calcio o come in questo caso le Olimpiadi che storicamente fanno perdere al servizio pubblico un sacco di soldi. 

La nuova botta significherebbe tagli ovunque, al personale, alle infrastrutture, alla produzione. Per i nuovi amministratori è un problema, anche perché non era questa la mission che avevano ricevuto. Vedremo cosa succederà ma certo la decisione è presa, vista l’inemendabilità (uno sbrego alla libertà dei parlamentari) della legge di Bilancio decisa dal governo, ed essendo utopistico sperare nell’approvazione di emendamenti dell’opposizione. 

Oppure, dicevamo, è una colossale presa per i fondelli dei cittadini, a cui si toglierebbero venti euro dalla bolletta che pagherebbero in qualche altro modo con la fiscalità generale chiamata a compensare il taglio del canone: una buffonata, una partita di giro demagogica, un effetto ottico della bolletta che cala. 

Gioisce la Lega che da sempre odia la Rai «pagata dal Nord» e punta all’azzeramento del canone entro cinque anni. Mesi fa Giancarlo Giorgetti aveva spiegato che tra le ipotesi di riforma del pagamento del canone tv ci sarebbe stata quella di legarlo non più al possesso di una tv ma di un’utenza telefonica, perché ormai le nuove tecnologie permettono di vedere i programmi televisivi anche tramite smartphone e tablet. Può darsi che la strada sia quella, ma allora perché non chiarirlo subito? 

Piuttosto la questione è quella di capire come mai Giorgia Meloni abbia avallato questa decisione, proprio lei che considera la Rai un instrumentum regni occupandone persino gli sgabuzzini per farne l’infrastruttura principale per costruire una sorta di egemonia culturale e che si trova adesso nei panni del killer dell’azienda. Ha piazzato suoi uomini al vertice dell’azienda e giornalisti a lei vicini alla guida dei due telegiornali più importanti, più una miriade di persone sistemate ovunque: ma per fare che? Qualcosa qui non torna. 

Forse dopo dieci mesi, la presidente del Consiglio si è resa conto che tutto il Risiko messo in piedi alla Rai non vale la candela, complici anche gli umilianti flop e che insomma va bene accaparrarsi i posti migliori ma in definitiva non vale la pena buttare tanti soldi nel pozzo di Viale Mazzini. O forse si è avvicinata all’idea declinata populisticamente secondo cui l’azienda gradualmente debba essere smantellata: il pubblico vuole altro, nell’era delle piattaforme. O, infine, può darsi che Matteo Salvini abbia vinto questa partita, magari per compensare il nulla di fatto su flat tax e pensioni mentre il Ponte di Messina resta una chimera. 

Il segnale rischia di essere di per sé davvero pessimo per un’azienda mai in crisi nella sua storia come adesso, tra difficoltà economiche – a viale Mazzini più d’uno ha evocato lo spettro dei libri in tribunale – e drammatici problemi di immagine e di ascolti. Lo schiaffo di Fabio Fazio, che domenica sera ha fatto il botto su Nove, battendo Rai2 e Rai3, non ha precedenti. Aver creato le condizioni per mandarlo via e vederselo rispuntare su una rete concorrente con ospiti del valore di Liliana Segre e di David Grossman è stata per i vertici di Viale Mazzini una sberla indimenticabile, un’umiliazione, una linguaccia come il simbolo dei Rolling Stones. 

Quanti soldi ha perso, il servizio pubblico, lasciando andar via l’inventore di “Che tempo che fa”? Milioni di euro. Se la Rai fosse un’azienda privata qualche testa sarebbe saltata, ma a Viale Mazzini non è da queste cose che si giudica un giocatore, semmai dalla mancanza di coraggio e di fantasia. Già, Fazio, da solo, ha irriso un’azienda che deve risalire la china affidandosi a Nunzia De Girolamo e a Pino Insegno, emblemi di una Rai precipitata nel medioevo della televisione e nel disfacimento di una lunga storia. 

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