Veti incrociatiIl futuro della sanità in Sicilia è un gioco di nomine

Nelle aziende ospedaliere tanti reparti chiudono per mancanza di medici e di personale sanitario, ma in Regione piuttosto che cercare soluzioni a lungo termine litigano su come assegnare i manager accontentando i partiti

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Diciotto. Il numero magico è diciotto. Quello della quadra. La somma che fa contenti tutti. Se sette manager sono per Fratelli d’Italia, meno di sette Forza Italia non ne accetta. Si, ma allora ne rimangono quattro per tutti gli altri. La Lega (che ha appena rinnovato il suo coordinamento a Pantelleria. Esatto: c’è la Lega Nord, sezione di Pantelleria) ha appena fatto un’alleanza con i potentissimi autonomisti dell’ex presidente Raffaele Lombardo. E lo hanno detto chiaramente: «Noi adesso dal punto di vista elettorale contiamo più di Forza Italia». E Totò Cuffaro? Lui gigioneggia: «Per me li possono anche estrarre». E si dice dispiaciuto quando nessuno lo prende sul serio. Ma lo fa apposta, per farli litigare ancora di più.

Diciotto. Sono i manager della sanità pubblica in Sicilia che il presidente della Regione, Renato Schifani, deve nominare da qui a fine mese. È tutto in alto mare. Guerra di veti incrociati, riunioni che saltano, alleati che si odiano, e poi il grande pasticcio degli “idonei”, la lista top secret che questa estate è stata resa pubblica dalla solita manina che si diverte a creare caos. Solo che qui siamo in Sicilia. Una manina non basta. E allora ecco spuntare la seconda manina, che fa circolare una seconda lista: i “maggiormente idonei”.

Si arriva con un clima di grande confusione che neanche al Trono di Spade, alla vigilia di questa importante partita delle nomine, con in ballo il futuro della sanità siciliana. Il dibattito ha toni altissimi. Forza Italia, ad esempio, vuole almeno cinque manager. Ma, attenzione, non è che qui siamo dalle parti del grillismo dei tempi d’oro, dell’uno vale uno. Ma quando mai. C’è chi vale di più. E quindi nei cinque manager ci devono essere almeno un paio di grandi ospedali, tra Palermo e Catania. Allora sì che si ragiona. Non direte mai che l’Azienda Sanitaria Provinciale di Ragusa, ad esempio, vale quanto quella di Palermo?

Schifani non sa che fare, ma qualcosa dovrà inventarsi. L’ultimo colpo di mano non gli è riuscito. Voleva fare approvare una riforma lampo (che, per un parlamento regionale che non ha approvato nessuna riforma in un anno sembrava davvero una provocazione) per svuotare le Asp da ogni incarico e dare più potere agli ospedali. In pratica si moltiplicavano i manager, quindi i posti, quindi si potevano accontentare tutti, in attesa del prossimo scannatoio. Con il piccolo particolare che, una volta approvata la riforma, i commissari nel frattempo sarebbero stati prorogati, portando un po’ di pace. La classica manina ha ancora una volta girato la bozza alla stampa. Sfuriata dei partiti contro Schifani, accuse reciproche, smentite su smentite, e tutto ritirato. Quindi, le nomine si devono fare, senza sé e senza ma.

Nell’ultima riunione si è consumata la rottura tra la Lega, che ormai fa la voce grossa dopo gli ultimi accordi elettorali con gli autonomisti in vista delle Europee, e Forza Italia. La riunione è cominciata ed è terminata subito, per uno sgarbo, addirittura, su chi doveva fare gli inviti a chi.

Se guardassero fuori dalle loro stanze, i leader di partito, i capigruppo, Schifani e gli assessori, si accorgerebbero del disastro che c’è intorno. I pronto soccorso sono sempre più con l’acqua alla gola, i medici fuggono dalla sanità pubblica, e l’unica cosa che regge sono le strutture convenzionate, che richiedono però somme sempre più alte alla Regione per sopperire alle sue mancanze, e che si preparano ad nuovo sciopero a dicembre.

La mancanza dei camici bianchi soprattutto in medicina di urgenza, era stata tamponata con il ricorso ai dottori extracomunitari. Una trovata che era partita da Agrigento, come abbiamo raccontato in questo giornale, e che poi si era estesa alle altre province, con medici provenienti dal Nord Africa, Cuba, Argentina, Ucraina a reggere interi reparti ed ospedali che altrimenti sarebbero chiusi. Ma anche questa storia non finisce bene. Qualche settimana fa il commissario dell’Asp di Trapani, Vincenzo Spera, ha fatto un insolito appello: «Cerchiamo case in affitto per i medici stranieri. Aiutateci». Strano. In un territorio che conosce una forte emigrazione, di case vuote ce n’è una infinità. «Cercano appartamenti spaziosi, perché si trasferiscono con la famiglia, hanno figli….», aggiunge il commissario. Ma questi benedetti appartamenti, già arredati, in centro, magari, non si trovano. Come mai? Forse che i siciliani non vogliano affittare casa al medico extracomunitario? No, non è nello spirito degli isolani, maestri dell’ospitalità. E allora? Allora il problema è che i medici hanno bisogno della casa per avere il contratto di lavoro, e solo così possono avere il permesso di soggiorno, come stabiliscono gli ultimi decreti del governo Meloni in tema di sicurezza e migranti. Se no sono clandestini, rischiano il carcere. E questa roba di affittare una casa con un contratto in regola, di quelli da firmare, registrare, e depositare – e poi magari pagarci le tasse – a molti padroni di casa siciliani non va giù. Morale: dopo l’entusiasmo iniziale, molti medici stranieri che avevano aderito all’avviso per venire a lavorare in Sicilia, ci hanno ripensato.

Il clima è esasperato. Il 16 ottobre i pazienti del Centro traumatologico ospedaliero di Palermo hanno dovuto chiamare i Carabinieri. Erano in fila dalle prime ore del mattino, dopo aver fatto analisi e radiografie, quando si sono trovati questo cartello: «Si avvisano i signori pazienti che per motivi organizzativi le visite ambulatoriali odierne non verranno effettuate». Chi è arrivato in ambulanza è dovuto tornare indietro. Non c’erano medici. Il primario si è dimesso, per andare in una clinica privata, e si è portato due specializzandi. Due chirurghi stanno male, e altri due stanno per andare in pensione e smaltiscono ferie arretrate. Rimangono solo, per tutta Palermo, due medici, sia per le emergenze, che per l’ambulatorio.

Ma sono tanti i reparti che stanno chiudendo per mancanza di personale – denunce simili, sempre ieri, sono arrivate da Gela come da Caltagirone o Sciacca – creando poi un effetto imbuto sui reparti che rimangono aperti.

Queste e altre storie, a quanto pare, al palazzo non le conoscono. E procedono di riunione in riunione, di lite in lite. Dopo l’elenco degli idonei, ben ottantasette,  e dei maggiormente idonei, trentanove, ecco spuntare un terzo elenco. I candidati con il giudizio “pienamente coerente”. Coerente con cosa non lo sanno neanche loro. Sono undici, i top, quelli che un posto lo devono avere per forza.  Bisogna capire dove. E poi cosa fare con gli altri.  E qui è saltato il tavolo. Schifani cerca di mettere su dell’ altro, per gli scontenti: «Ci sono trecentoquaranta milioni di euro per un nuovo Policlinico in Sicilia», ha annunciato. Quindi, un nuovo ipotetico futuro manager, il diciannovesimo. «Se tutto va bene», ha aggiunto Schifani, con prudenza.  Ma i partiti di maggioranza già non lo ascoltavano più: litigavano pure su quello.

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