La storia nel calice Vini biblici dal deserto del Negev

Grazie ai semi recuperati da scavi archeologici e a una ricerca sul Dna dopo centinaia di anni è stato possibile ripristinare alcune antiche coltivazioni vitivinicole

Sde Boker, foto di Vered Caspi su Unsplash

In Israele due antichi vitigni, Sariki e Beer, rivivono grazie a un progetto di recupero di antichi semi endemici che ricostruisce filologicamente un ambiente perduto. Il tutto è stato reso possibile da un’innovativa ricerca sul Dna condotta da Guy Bar-Oz dell’Università di Haifa, in collaborazione con Meirav Meiri dell’Università di Tel Aviv e con alcuni ricercatori dell’Autorità israeliana per le antichità.

Per la prima volta dopo 1500 anni, le viti sono state piantumate nel terreno in cui venivano originariamente coltivate, nate dai semi trovati negli scavi archeologici della città carovaniera nabatea di Avdat, una tappa importante sulla Via dell’incenso dall’Arabia al Mediterraneo, a metà strada tra la capitale del regno, Petra, e il porto di Gaza, e dal 2005 patrimonio dell’umanità Unesco.

Il Negev, che occupa gran parte del Sud di Israele e il sessanta per cento del suo territorio, è un deserto aspro, caldissimo di giorno e gelido di notte, ma, oggi come un tempo, costellato di oasi ricche di acqua e di vita. Quella di Avdat, sul fiume Zin, riforniva la vicina città e tra le sue rovine, che molti anni fa furono lo sfondo per le riprese del musical “Jesus Christ Superstar”, si distinguono ancora i resti dei canali e dei terrazzamenti che sfruttavano tutta l’acqua piovana disponibile.

Furono i Nabatei, popolo di commercianti e agricoltori che abitarono nell’area tra il terzo secolo a.C. e il terzo d.C. e che conoscevano le tecniche per rendere fertili terreni aridi, i primi a coltivare qui la vite, e con grande successo.

In particolare, la città di Avdat divenne un importante centro di produzione ed esportazione: dal quarto al settimo secolo dopo Cristo, la regione rendeva fino a un milione di litri ed era nota come fornitrice di vino di qualità in tutto l’impero bizantino. Il vino del Negev veniva esportato fino al Nord Europa e all’odierna Inghilterra.

Il progetto in corso prevede anche il ripristino di tre appezzamenti di vigneto vicino a cinque antichi torchi scoperti nel sito. Saranno realizzati secondo la struttura tradizionale comune tra gli agricoltori di Israele durante i periodi della Mishna e del Talmud (primo-settimo secolo d.C.) sulla base degli studi effettuati da agronomi e archeologi israeliani nel corso di decenni di pionieristiche ricerche nel Negev. Sono, anche, un modello di coltivazione sostenibile perché adattata alle esigenze di un terreno desertico e con scarsissime precipitazioni.

Ridare vita a un vino storico è l’ulteriore passo di un piano che dalla fine degli anni ’90 interessa il deserto del Negev e punta a riscoprirne e rilanciarne le antiche produzioni, uva e olive, collegandole con una modalità produttiva moderna che combina sistemi tradizionali e tecnologia: reti ombreggianti, tralicci che crescono in modo da limitare l’esposizione al sole, sensori che misurano l’umidità del suolo, e termocamere che tracciano l’assorbimento della luce solare da parte di uva e foglie.

La vocazione enologica si è sviluppata notevolmente negli ultimi anni e ha dato vita al Consorzio del vino del Negev, creato dalla Fondazione Merage Israel, che riunisce oltre quaranta aziende vinicole distribuite tra il Negev settentrionale ed Eilat. L’obiettivo è riconoscere ufficialmente al Negev lo status di regione vinicola e denominazione di origine geografica.

L’itinerario per scoprire, tra le colline bruciate dal sole, centinaia di ettari di varietà note e diffuse a livello internazionale come Chardonnay, Chenin Blanc, Sauvignon Blanc, Malbec, Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, è la Strada del vino. Che attraversa punti panoramici, antiche rovine, rocce scolpite dal vento e offre degustazioni in una serie di kibbutz, tra cui Sde Boker, noto per essere stato la residenza del primo premier israeliano, David Ben Gurion, che vi è sepolto e che fu il primo a credere alle potenzialità di questo deserto.

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