Il male minorePer evitare la riforma Potëmkin della Costituzione meglio l’elezione diretta del Capo dello Stato

La proposta del premierato non esiste in nessun Paese del mondo ed è la forma più offensiva del regime parlamentare, molto meno rispettosa verso il potere legislativo rispetto al presidenzialismo o al semipresidenzialismo

LaPresse

Se dovessi occuparmi del tema delle riforme istituzionali, vorrei poter disporre di una macchina del tempo per tornare indietro nella storia a quel 1 gennaio 1948 quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica italiana. La riprenderei così come era, anche con la norma per la quale il Senato restava in carica sei anni anziché cinque come la Camera; con la rigorosa difesa dei requisiti specifici per l’elettorato attivo e passivo della Camera Alta, oggi brutalizzati dai nuovi barbari; e magari anche conservando quella piccola norma che prevedeva l’iscrizione «non ha votato» sulla fedina penale (forse un motivo in più per avere percentuali di partecipazione elevatissime). E nel 1970 rifletterei con maggiore prudenza sulla svolta regionalista. 

Non credo e non ha mai creduto che quella Carta fosse «la più bella del mondo» e pertanto non è questo il motivo che mi ha sempre indotto a votare contro nei referendum confermativi. La mia opinione è più banale: considero una stupidaggine infilarsi nella complessità prevista per la revisione di una Costituzione rigida, quando molti dei problemi di funzionalità potrebbero essere risolti tramite la modifica dei regolamenti e la legislazione ordinaria. 

Ciò premesso penso della riforma attribuita (‘va avanti tu che a me viene da ridere) al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati, più o meno ciò che il ragionier Ugo Fantozzi pensava del film “La corazzata Potëmkin”. Mi disturba però la disonestà politica ovvero che il governo di destra (che non ho votato) venga criticato quando si comporta più o meno come tanti governi di centro sinistra (sia di vecchio che di nuovo rito). 

Il fastidio va oltre la pur importante questione delle riforme istituzionali. Ritengo, per esempio, che Meloni dovrebbe essere ringraziata – non criticata – quando, per il bene oggettivo del Paese, non porta avanti le promesse programmatiche (che per altro si era già rimangiata in campagna elettorale), ma prosegue «a zoppo galletto» sul percorso tracciato da Mario Draghi. Lo stesso discorso vale per l’immigrazione: da leader di Fratelli d’Italia minacciava il blocco navale; poi quando è arrivata al potere i migranti approdati sulle nostre coste sono triplicati e il governo è stato messo sotto accusa da fior di amministratori di sinistra per non essere riuscito a impedirlo. 

Durante la campagna elettorale, Enrico Letta andava in giro per le Cancellerie europee a spiegare che una vittoria della destra in Italia avrebbe determinato l’implosione finanziaria dell’Unione, mentre oggi (come già nel 2022) il governo viene accusato per il bilancio 2024 di praticare una politica di austerità. Quanto alla politica internazionale è legittimo dubitare che un governo di segno opposto, di fronte alle gravi crisi aperte, godrebbe della medesima fiducia dei tradizionali alleati del nostro Paese. 

Tornando alle riforme istituzionali, ho apprezzato i richiami di Dario Franceschini a Elly Schlein, invitandola a non sottovalutare la forza che sprigiona (purtroppo dico io!) il messaggio semplice della presidente del Consiglio: «Vogliamo dare agli italiani il potere di scegliere da chi farsi governare» A questa forza secondo Franceschini «non si può opporre solo la difesa del parlamentarismo». Cultura che peraltro si è logorata per responsabilità dello stesso centrosinistra. Quest’ultimo è un onesto riconoscimento del fatto che da molti decenni tutti i principale partiti hanno fornicato con le manie revisioniste che si sono succedute nel tempo: quale forza politica non ha condiviso la svolta federalista? 

La sciagurata (è un giudizio ora condiviso) riforma del Titolo V fu opera dell’ultimo governo di centro sinistra ancien règime. È ammissibile che il Partito democratico si penta del Jobs Act e non delle cosiddette riforme Bassanini? E il federalismo fiscale, come anticipo del federalismo tout court? In quella legislatura (la XVI) io ero deputato; ricordo che il progetto fu approvato da tutti i partiti tranne che dall’Udc di Pierferdinando Casini. Adesso l’autonomia differenziata – al di là del disegno di legge Calderoli condannato a rimanere impiccato all’operazione impossibile dei Lep (livelli essenziali delle prestazioni) – è di per sé accusata di spaccare il Paese. Persino la Cgil si è messa di traverso e inserisce l’opposizione a questa problematica tra i motivi degli scioperi generali. 

Eppure la radice di questa misura è scritta nella Costituzione come modificata dal nuovo titolo V (articolo 116, comma 3). Sui nuovi statuti delle regioni (tra cui l’Emilia Romagna) erano intervenuti degli specifici accordi con il governo presieduto da Paolo Gentiloni. Certo i ripensamenti sono ammessi, ma non le amnesie. Tanto più che Dario Franceschini consiglia ancora la segretaria del Pd di cui è talent scout di uscire allo scoperto dopo le Europee quando si sarà posata la polvere dello scontro elettorale, che oggi impedisce di dialogare e mette in tensione anche il centrodestra. 

Per concludere, considero di per sé la soluzione del premierato – che non esiste in nessun Paese del mondo – la forma più offensiva del regime parlamentare, molto meno rispettosa verso il potere legislativo (che diventa un’appendice del premier) che non il presidenzialismo o il semipresidenzialismo. Negli Stati Uniti il Congresso risponde a logiche diverse da quelle del presidente eletto. È raro che il partito del presidente controlli ambedue le Camere ed è rarissimo che mantenga questa condizione anche dopo le elezioni di medio termine. In Francia non è un’eccezione la coabitazione tra presidente e premier di opposti schieramenti; è toccata sia a François Mitterrand (socialisti) che a Jacques Chirac (gollisti). E può anche capitare che il presidente eletto (vedi Emmanuel Macron) non abbia la maggioranza nella Assemblea nazionale. Poi, nonostante le garanzie fornite da Ignazio La Russa trovo inaccettabile inserire in Costituzione una legge elettorale a forte contenuto maggioritario. 

Al di là degli aspetti tecnici il ddl Casellati è il tentativo di realizzare due obiettivi: costituzionalizzare una forza politica da sempre pregiudizialmente emarginata; dare stabilità e continuità nel tempo a una coalizione di centrodestra, come tentò di fare, con i partiti centristi, Alcide De Gasperi con la cosiddetta Legge truffa; e in subordine consolidare una era Meloni a Palazzo Chigi. 

Un giorno spero che qualcuno mi spieghi per quali motivi ha incontrato tanta contrarietà l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato, come propose nel 1997 la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema (relatore Cesare Salvi). E come era indicato nel programma elettorale di FdI. In tutta Europa dove regnano, ma non governano, monarchie dinastiche, il presidente della Repubblica è eletto dal popolo. E ciò non mette in dubbio i regimi parlamentari previsti ovunque. Si dice che Sergio Mattarella l’avrebbe presa male. Il ddl Casellati lo trasforma in un notaio. Non c’è mai limite al peggio.

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