A caro prezzoIl divario di genere negli stipendi comincia dal giorno dopo il diploma (e poi peggiora)

Il gender pay gap aumenta col progredire della carriera e non dipende solo dal settore di impiego. Per cambiare rotta non basta chiedere maggiore welfare per le madri lavoratrici, ma serve educare alla parità nelle aspirazioni

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Riguardo al gender pay gap tra uomini e donne c’è una bella notizia e almeno una brutta. Quella positiva è che secondo uno studio di Banca d’Italia nel corso dei decenni è diminuito, i salari delle lavoratrici sono stati gradualmente meno distanti da quelli dei lavoratori di quanto lo fossero i salari delle loro madri o nonne, a parità di anzianità. Il dato negativo è che con l’andar del tempo questo miglioramento è diventato sempre più flebile e che il gap continua seguire una traiettoria precisa: aumenta con il progredire della carriera, ovvero al momento della pensione diventa massimo. Il risultato è che in tutte le aree del Paese il differenziale tra gli stipendi di uomini e di donne è molto più ampio tra le cinquantenni che tra le ventenni. E questo è ancora più vero proprio per le mansioni più alte, di impiegata o dirigente, e nella parte più ricca del Paese, nel Nord. Nel Nord-Ovest, per esempio, tra i colletti bianchi il gender pay gap è dell’otto per cento tra i quindici e i ventinove anni e cresce fino al 35,4 per cento poco tempo prima del ritiro.

Fonte: Istat, gender pay gap tra donne e uomini, 2020

Sappiamo qual è l’obiezione più frequente a questi dati: le donne sono impiegate in settori in cui gli stipendi sono mediamente più bassi, così come gli aumenti salariali. Tuttavia anche all’interno dello stesso comparto si ripete quasi sempre la stessa dinamica, anche se magari con numeri più piccoli: il divario con gli uomini è più alto nel caso delle lavoratrici più anziane. Se nella sanità si passa da un gender pay gap dell’uno per cento prima dei trent’anni a uno del 6,7 per cento dopo i cinquanta, in settori generalmente più generosi in termini di remunerazione, come informazione e comunicazione e attività professionali, scientifiche e tecniche, l’incremento è ben più alto. In questi casi c’è una quadruplicazione del divario, che passa dal cinque-sette per cento a più del venti per cento.

Fonte: Istat, gender pay gap tra donne e uomini, 2020

Questo peggioramento del gender pay gap che si ritrova tra i lavoratori a fine carriera e nelle professioni più remunerative è qualcosa di peculiare dell’Italia. Non è una sorpresa che venga riscontrato anche per i laureati. Chi ha un titolo universitario prima di andare in pensione ha uno stipendio notevolmente più alto di un diplomato, ma nel nostro Paese questo è molto più vero per gli uomini, +93,7 per cento, che per le donne, +45,5 per cento. In Francia e Germania, invece, il maggior guadagno di una laureata rispetto a una diplomata è rispettivamente del’83,6 e del sessanta per cento, nell’Unione Europea (Ue) in media del 59,7 per cento. Non solo, le italiane con una laurea a cinquantacinque anni e più prendono solo il sessantanove per cento dello stipendio di un uomo con lo stesso titolo e la stessa età, mentre le europee in media il 78,6 per cento. Al contrario per le diplomate e chi non ha neanche completato le scuole superiori il gap è decisamente inferiore.

Fonte: Ocse, 2021

Perché accade questo? Certo, in Italia la maternità è meno tutelata, non c’è un welfare adeguato per la donna che voglia avere dei figli e una carriera. Quest’ultima è più discontinua, ed è meno probabile che a essere promossi a posti apicali sia una lavoratrice che per alcuni anni è stata assente dal mondo del lavoro, e magari è assunta part time. Questo spiegherebbe anche perché il gender pay gap è più alto proprio nei settori in cui le possibilità di carriera sono più ampie, in cui è possibile raggiungere stipendi molto elevati, che però, appunto, rimangono appannaggio soprattutto degli uomini. Sono del resto gli stessi settori in cui vi sono più laureati.

È un fattore collegato con quello, già citato, degli studi. Meno donne diventano ingegneri e informatici, che sono tra i professionisti che mediamente guadagnano di più. Eppure succede anche negli altri Paesi avanzati. Non vi sono enormi differenze tra il 28,7 per cento di immatricolati a ingegneria di genere femminile in Italia e il 27,2 per cento nei Paesi Ocse.

Fonte: Ocse, 2021

C’è dell’altro, quindi. È quello che accade un giorno dopo il diploma o la laurea, quando gli studenti e le studentesse sono alla pari, normalmente non hanno ancora figli, e hanno alle spalle lo stesso background. Anzi, come sappiamo, le ragazze ottengono normalmente voti più alti dei compagni. Eppure fin da subito, dal primo anno, le donne tendono a venire assunte molto più spesso degli uomini con un contratto part time, e meno con uno permanente, sia nel caso delle diplomate che delle laureate, sia in generale che se il confronto è realizzato tra lavoratori dello stesso settore. Allo stesso modo è meno frequente che le donne trovino posto in mansioni high skill.

Fonte: Banca d’Italia (F. Carta, M. De Philippis, L. Rizzica and E. Viviano, Women, Labour markets and economic growth), differenza tra quota di donne e uomini in una determinata condizione (es, con contratto part time) a un anno dalla fine degli studi

Ciò accade anche perché le lavoratrici neo-assunte mediamente si ritrovano in aziende che sono più giovani di 2,4 anni, nel caso delle diplomate, o 2,6 anni, in quello delle laureate, di quelle in cui sono assunti gli uomini. Sono anche imprese più piccole, nel caso delle laureate molto più piccole, con ottantanove dipendenti in meno, di quelle in cui cominciano a lavorare gli uomini. Soprattutto, sono aziende con un valore aggiunto medio inferiore, più basso del 12,6 per cento se parliamo delle ragazze in uscita dall’università.

Non stupisce che le stesse realtà in cui trovano il primo impiego le donne abbiano anche salari mediamente più bassi di ben 522,4 euro se si tratta del primo lavoro dopo la laurea. Ancora una volta sono differenze che, seppur meno ampie, sono confermate se si esaminano i gap settore per settore. Ovvero, non tutto il divario è spiegato dal fatto che le donne magari sono occupate nell’istruzione, dove gli stipendi sono più bassi, e gli uomini nell’industria elettronica, dove sono più alti. Anche a parità di comparto un neolaureato di genere maschile lavora in un’azienda in cui il salario medio è di 144,6 euro più alto.

Fonte: Banca d’Italia (F. Carta, M. De Philippis, L. Rizzica and E. Viviano, Women, Labour markets and economic growth), differenza tra quota di donne e uomini per vari parametri a un anno dalla fine degli studi

Cosa succede? Un indizio viene da un altro parametro, quello della distanza tra residenza e luogo di lavoro: le donne tendono ad andare fin dal primo impiego dopo la laurea in imprese di 46,4 minuti più vicine di quelle dove si recano gli uomini. Se il confronto è nello stesso settore il divario è più piccolo, ma c’è, ed è di dieci minuti. Banca d’Italia ci dice anche che poi nel corso degli anni la percentuale di lavoratori che cambia lavoro e va in aziende a maggior valore aggiunto è più alta di quella delle lavoratrici che fanno lo stesso. Ci possiamo meravigliare se poi il gender pay gap massimo, del 25,15 per cento sia quello che interessa dirigenti e impiegati nelle aziende più grandi, con duecentocinquanta e più addetti, le uniche che in Italia possono fornire salari di livello europeo?

Fonte: Istat, gender pay gap tra donne e uomini, 2020

Tutto, o quasi, comincia subito. Ancora prima di avere un figlio, ancora prima di sposarsi. Sembra che fin dal primo curriculum inviato le ragazze italiane abbiamo come il timore di rischiare di più, di andare lontano, di essere ambiziose. Quindi cercano un posto di lavoro che sia più vicino, forse meno competitivo, più piccolo, e quindi, come sappiamo, mediamente meno remunerativo di quello in cui finiscono a lavorare i compagni di corso e di scuola.

È una tendenza innata? O le aziende più ambite discriminano tra i generi già al momento dell’assunzione dei neolaureati, o, cosa forse più probabile, anche le ventenni, anche se apparentemente emancipate, sono spinte da una cultura secolare interiorizzata che dice che le donne non devono rischiare troppo? Questa è materia di sociologi e psicologi, quello che la politica dovrebbe imparare è che la lotta ai divari di genere comincia dalla scuola e dall’università anche in ambito economico.

Non si tratta solo di chiedere più welfare per le donne che lavorano e vogliono essere madri, ma di educare alla parità nelle aspirazioni, nelle ambizioni di carriera, di insegnare che anche una ragazza, se si presenta un’opportunità da non perdere, può andare a vivere da sola in un’altra città, senza timore, come i coetanei, e rischiare.