DisallineamentoIl problema del mercato del lavoro italiano è la mancanza di lavoratori, non il loro costo

L’incontro tra domanda e offerta di manodopera è una criticità da molto tempo, in costante aumento e già superiore alla media europea

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Siamo a crescita zero, eppure a settembre sia il numero degli occupati, ventitré milioni e seicentocinquantasei mila persone, che il tasso di occupazione, 61,7 per cento, hanno toccato un record assoluto. E gli imprenditori lamentano la sempre più evidente mancanza di manodopera, confermata dall’aumento dei posti vacanti. Siamo davanti a un cambio di paradigma di cui il Governo e forse anche l’opposizione faticano ad accorgersi. Anche appena prima della pandemia, a fine 2019, l’incremento del Prodotto interno lordo era pressoché nullo, eppure la percentuale di posizioni libere sul totale non andava nell’industria oltre l’1,4 per cento, mentre negli ultimi mesi, nelle stesse condizioni, è stata del 2,2-2,3 per cento. Ancora più eloquenti sono le opinioni degli imprenditori stessi, il nove per cento dei quali lamenta, come ostacolo alla propria attività, proprio la scarsità di manodopera. Cinque anni fa a segnalare il problema era solo il 2,5 per cento. 

Dati Istat, Ocse, Banca d’Italia, settore dell’industria

In alcuni settori la crescita dei posti vacanti è andata di pari passo con l’incremento degli addetti. È il caso, per esempio, delle attività professionali e scientifiche e dei servizi alle imprese. Tuttavia vi sono ambiti in cui sono aumentati anche in corrispondenza a una stazionarietà, se non a una diminuzione del numero dei lavoratori, come nel segmento alloggio e ristorazione. Qui già nel 2021, all’inizio della ripresa post-Covid che aveva massacrato il settore, nonostante gli addetti fossero anche del dieci o del venti per cento inferiori al livello pre-pandemico, già si notava un tasso di posti vacanti del 4,5 per cento. Anzi, è evidente come la mancanza stessa di personale abbia frenato il recupero dell’occupazione.

Dati Istat, posizioni lavorative, 2015=100

Anche all’estero la crescita dei posti vacanti è una realtà, in alcuni luoghi come Paesi Bassi e Germania erano al livello italiano attuale o maggiore già diversi anni fa. 

Dati Eurostat

Tuttavia questo avveniva in un contesto di quasi piena occupazione, è comprensibile che quando a lavorare è il settantacinque per cento o più della popolazione tra quindici e sessantaquattro anni vi sia almeno un due per cento di posizioni non coperte. È il caso della Germania, in cui, anzi, i posti vacanti erano inferiori al livello attuale italiano pur con un tasso di occupazione di quindici punti più alto. Nel nostro Paese, invece, si sono raggiunti numeri simili nonostante rimangano tantissimi inattivi, più di un italiano su tre in età lavorativa.

Singolare è anche il dato spagnolo, dove, nonostante un aumento dell’occupazione più significativo che in Italia, i posti vacanti non salgono, rimanendo allo 0,4 per cento, segno di un mercato del lavoro maggiormente funzionante e più fluido, in cui la crescita dell’economia riesce a essere accompagnata da quella degli occupati senza troppe frizioni. Non è un caso che Madrid abbia più disoccupati, quindi persone che non lavorano ma che sono disposte a farlo, dell’Italia e meno inattivi, cioè soggetti che non sono disposti a impiegarsi.

Dati Eurostat

Nel nostro Paese l’incontro tra domanda di manodopera da parte delle imprese e l’offerta da parte dei possibili lavoratori è un problema crescente e superiore a quello dei nostri vicini per un peggiore matching tra le competenze richieste e quelle presenti sul mercato. È cronaca, si possono trovare centinaia di articoli sul tema, e ogni anno sembra aumentare il numero di mansioni per cui non si trova personale, anche quelle per cui dieci anni fa c’era la fila ai concorsi. Ormai non sono più solo gli stallieri, i mulettisti, i panettieri a mancare, ma anche gli infermieri, per cui solo dieci anni fa vi era un esubero, o gli autisti di bus. 

Di fronte a questo cambiamento strutturale la politica offre vecchie ricette, è ferma all’epoca in cui il problema sembrava essere solo quello della bassa occupazione causata dagli alti costi del lavoro, o della rigidità delle leggi. È per questo che ripropone misure come il “Più assumi meno paghi”, con incentivi, deduzioni, decontribuzioni per le assunzioni a tempo indeterminato. Il tutto mentre a settembre 2023 i posti permanenti hanno raggiunto un record e sono cresciuti rispetto al settembre 2019 del 4,8 per cento, quindi a un ritmo superiore a quello dell’occupazione complessiva, +3,8 per cento, e mentre scendono, invece, gli occupati a termine o a partita Iva. 

Si diminuiscono poi i contributi da versare a un’Inps in sempre maggiore difficoltà per la transizione demografica e si privano le limitate casse statali di risorse, per cosa? Per dare acqua a un cavallo che non beve, per usare una celebre metafora. Non beve perché non può, perché mancano le competenze che le aziende cercano, più che il denaro per pagarle. 

Ormai infatti il costo del lavoro italiano è inferiore a quello medio europeo, nel 2022 era di 29.400 euro lordi per addetto contro i 30.500 euro nella Ue, solo quattordici anni prima quello italiano era di tremila e seicento euro più alto. Anche la differenza con i salari pagati dalle aziende in Germania e Francia è andato aumentando: un lavoratore italiano costa novemila euro in meno che uno tedesco, nel 2008 la differenza era solo di duemila e settecento euro.

Dati Eurostat

Il vero problema è la mancanza di formazione per chi è occupato e soprattutto per chi non lo è. Nonostante se ne parli molto, la percentuale di disoccupati che segue programmi di aggiornamento delle competenze non è cresciuta, anzi, era gradualmente scesa fino al 2020 per poi risalire senza superare, però, i livelli del 2004-2005, inferiori al sette per cento. Per quanto riguarda gli inattivi l’aumento c’è stato, si è arrivati al 7,6 per cento di soggetti in formazione nel 2022, ma l’incremento si misura più in decimali che in punti percentuali.

In Europa siamo abbondantemente sotto la media per proporzione di disoccupati e inattivi tra i venticinque e i sessantaquattro anni che apprendono competenze al di fuori dei consueti percorsi scolastici, ormai finiti da un pezzo, rispettivamente Il 6,7 e il 7,6 per cento. Non sono solo molto meno del quarantanove e del 35,7 per cento svedese, ma anche del 17,4 e del 12,6 per cento spagnolo oltre che del 14,5 e del nove per cento francese. 

Dati Eurostat

In fondo il declino di un Paese si misura anche in questo, non solo in numeri e statistiche, nel ritardo nel comprendere i cambiamenti in atto, che porta inevitabilmente al ritardo nell’affrontarli. Nel capire troppo tardi che invece di sgravare un’azienda di parte dei contributi da versare per il nuovo mulettista che tanto non si trova è meglio uno stanziamento equivalente per formare all’uso del muletto giovani e adolescenti ancora fuori dal mercato del lavoro. Certo, è più impegnativo e difficile.

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