Comunità di destinoAmo Israele perché è un paese che mi somiglia, anche se non mi appartiene

È un paese vario, complicato e libero, il posto più difficile nel quale vivere, ma anche il più necessario per gli ebrei e la loro storia millenaria di persecuzione

LaPresse

La prima Intifada inizia nel 1987, ero al liceo. Non c’era Internet. I telegiornali mostravano l’esercito israeliano sui carriarmati e gruppi di persone palestinesi in abiti civili con la kefiah al collo o sul volto, che tiravano pietre contro l’esercito. Leggevo i quotidiani italiani e i settimanali di informazione, seguivo i partiti politici e la loro interpretazione di questa specie di guerra e tutto sembrava collimare. C’era un popolo povero e oppresso che si batteva per la sua liberazione e un oppressore forte e potente che lo reprimeva. C’era convergenza su questo. Ero una ragazzina curiosa, incline a pensare, a non lasciare i dubbi irrisolti. Trascorrevo il tempo scolastico più volentieri in biblioteca che in classe.

Un’estate – credo fossi in terza liceo – vado a Cambridge per una vacanza-studio. Sono ospitata in famiglia. La mia compagna di stanza è una coetanea israeliana. Non ricordo il nome ma ricordo che era bella come la cantante Noa, con i capelli neri lunghi e ricci, e di una dolcezza infinita. Io ero selvaggia, spregiudicata, inquieta. Non ingraniamo subito.

Un giorno il college organizza una gita in barca sul fiume. Ci smistano in gruppi di una decina di ragazzini. Io vengo messa nella barca con la mia compagna di stanza e le sue amiche israeliane – che non conoscevo. C’è una tra queste che prende il comando e impartisce gli ordini al resto della truppa, me compresa. Una tipa assertiva, padrona di sé. Mi affida un remo e procediamo. Comincia a parlarmi quasi subito di Israele, mi fa una specie di interrogatorio. Io rispondo abbastanza convinta di quel che so. Le pietre e i carriarmati, i poveri e i potenti, i palestinesi buoni, gli israeliani cattivi.

A ogni mia frase lei si fa più aggressiva. Smonta il mio rosario di luoghi comuni, parola per parola. Mi incalza di domande, smaschera la mia ignoranza di fatti fondamentali. La discussione si fa tesa, i toni si alzano. Il mio remo non affonda più nell’acqua, lo sbatto qua e là a ritmo della mia furia. Nessun’altra interviene: siamo io e lei. Doveva essere una gita, una cosa divertente, si è trasformata in uno scontro. Cala il gelo. Ormai non vediamo l’ora di sbarcare.

Ci portiamo l’imbarazzo a casa. Poi la mia compagna di stanza rompe il silenzio e comincia a raccontarmi di sé, di Gerusalemme, della sua famiglia, della scuola, i suoi interessi, lo sport, la musica. Parliamo di libri che abbiamo letto, film che abbiamo visto, musica che entrambe ascoltiamo. Mi parla anche delle pietre, non come astrazione ma come elemento presente nella sua vita quotidiana. Alla fermata dell’autobus, sull’autobus, in auto: mi racconta cosa sia l’Intifada nella sua vita quotidiana di quindicenne israeliana. Mi colpisce. Comincio a pensare: e se fossi io?

Tornata dalla vacanza, ripresa la scuola, voglio sapere tutto quello che non so. La letteratura ebraica, l’Olocausto, il sionismo, i kibbutz. I kibbutz soprattutto diventano la mia ossessione. Mi sembrano il luogo in cui voglio vivere, il modo in cui voglio vivere. Non capisco ancora il perché della guerra, non so se tra Olp e Israele abbia ragione l’Olp o Israele. Ma so che più leggo più scopro cose incredibili ed è incredibile che le ignorassi.

Sono stata in Israele per la prima volta nel 2014. Ci sono stata tre mesi. Israele era stato attaccato da Hamas ed era in corso la ormai consueta operazione israeliana a Gaza – Protective Edge. Ho visto Iron Dome intercettare i missili nei cieli, ho ricevuto l’allarme sulla app di Red Alert, ho dormito in una safe room. Ero di base a Tel Aviv, condividevo l’appartamento di un’amica italo-israeliana che lavorava con i giornalisti stranieri, trovava le storie, mostrava i luoghi in cui capire Israele. Ha fatto lo stesso con me.

Ho conosciuto persone, visto le terre contestate, passato giornate nei kibbutz, dormito in un villaggio iper-protetto sul lago di Tiberiade. Ho parlato con i contadini dell’estremo nord, lungo il confine con il Libano. Ho respirato l’aria di Gerusalemme – e mi girava la testa. Ho corso sulla spiaggia di Tel Aviv in inverno, frequentato eventi di campagna elettorale, comprato frutta e spezie in un mercato centrale, immersa nelle urla dei venditori, nel profumo e nei colori della mercanzia.

Ho trascorso serate lunghissime a discutere con gli amici della mia amica – gay palestinesi, pacifisti israeliani, imprenditori, ricercatori, cuochi. Sono stata invitata a trascorrere la sera di Shabbat a casa di famiglie italo-israeliane – con il disagio per quel rito non mio. Ho aiutato a preparare pietanze di cui ricordo soprattutto il colore.

Comincio a cercare un lavoro, rispondono al mio Cv quasi subito per una posizione che sembra fatta apposta per me. Ma cercare lavoro con un visto turistico in Israele è illegale – e non ci sono scorciatoie per gli europei non ebrei. Che scema! Così abituata alla libertà di movimento da non capire cosa significhi non averne diritto. 

Amo Israele perché mi somiglia, anche se non mi appartiene. È il posto più difficile nel quale vivere ma anche il più necessario per gli ebrei e la loro storia millenaria di persecuzione.

Amo Israele perché è un paese vario, complicato e libero, e una democrazia così profonda che da settimane, in Stato di Guerra, migliaia di persone stanno in presidio permanente davanti la sede di IDF e manifestano sotto casa del Premier Netanyahu che subordina il salvataggio degli ostaggi alla distruzione dei tunnel di Hamas. E i figli di quelle persone, i loro mariti, i loro nipoti hanno lasciato famiglia e lavoro un minuto dopo aver visto i massacri del 7 ottobre e sono andati al fronte per forse non ritornare.

Israele è più piccola della Sicilia, è circondato da stati e forze non statuali militarmente ostili, ha subìto e vinto guerre, occupa illegalmente il Golan perché il Golan legalmente appartiene alla Siria del genocida (vero) Assad – e non gliene frega niente, a Israele, delle condanne dell’indecente Onu. Per questo amo Israele.

Amo Israele perché non è un semplice Stato ma una comunità di destino – e quel destino, lo dico con personale rammarico, è il destino comune degli ebrei, il loro. Mi fa specie ammetterlo: un po’ pannellianamente ho cullato idee alternative ai due popoli – due stati confessionali. Ma Israele potrebbe essere altro dallo Stato degli ebrei? Potrebbe mai esistere una federazione tra popoli invece che tra stati basata su democrazia e stato di diritto e diritti umani e diritti civili? 

Non ho più la freschezza anagrafica per sognare, né vedo personalità o movimenti attivi che mi lascino almeno la possibilità di sperare, ma chissà.

Detesto Netanyahu, trovo nocive le sue politiche securitarie che non hanno messo al sicuro nessuno – anche se mi dà fastidio sottolinearlo ora che è detestato dalla stragrande maggioranza degli stessi israeliani. Temo molto i fondamentalisti ebraici e sono convinta che le occupazioni illegali in Cisgiordania debbano finire, qualunque ne sia il costo, a prescindere dalla pace. Devono sparire le colonie illegali e devono finire le violenze ossessive e gratuite contro i palestinesi di quelle terre. 

Vedo l’esercito israeliano che, mentre combatte (e muore) per liberare Gaza da Hamas, crea corridoi di fuga e protegge dagli spari di Hamas i civili palestinesi che evacuano verso Sud. E lo vedo combattere sul fronte mediatico e su quello legale. Lo vedo filmare le sue azioni negli ospedali-bunker di Hamas e smentire le notizie false diffuse dalle “Autorità di Gaza”, e fornire le prove che lo scagionano dalle accuse di crimini di guerra e contro l’umanità che Hamas lancia, e Onu e stampa internazionale recepiscono. Vedo IDF fare queste cose e lo ammiro.

Da non ebrea, non riesco a non amare Israele. Vorrei che fossimo molti di più – non dico ad amarlo, ma quanto meno a capirlo. Invece mi rendo conto di aver paura di parlarne con amici o conoscenti. Mi rendo conto di essere un po’ come quella ragazzina israeliana sulla barca che si trova davanti la me di allora – una che non sa niente, che manco sa dove sta Israele sulla carta geografica, ma che esprime riprovazione morale e certezze assolute. Perdo la calma, litigo, non convinco nessuno.

Per questo scrivo qui la mia dichiarazione d’amore a Israele. Non so se possa essere utile a qualcuno ma per me è necessario.

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