Ci sarà ancora l’America?Il futuro del mondo libero dipenderà ancora da una sfida tra Biden e Trump

Sul palco del Teatro Parenti, per l’ultimo panel della seconda giornata del Linkiesta Festival, c’è il vicedirettore del Post Francesco Costa: «I candidati che i due grandi partiti porteranno alle elezioni del 2024 sono quasi scontati, a meno che uno dei due non finisca in carcere nel frattempo»

Ph. Lorenzo Ceva Valla

Nel Novecento gli Stati Uniti facevano gli Stati Uniti nel mondo, ma oggi non è più così: a ogni elezione e a ogni cambio di presidenza si ribaltano le strategie, e dunque saltano gli accordi internazionali, cambia la visione del futuro. Così per i cittadini la visione del mondo americana diventa “sconfittista”, in qualche modo. «Gli Stati Uniti attraversano un momento delicato, che facciamo anche un po’ fatica a decifrare», dice Francesco Costa, vicedirettore del Post, salito sul palco di un Teatro Franco Parenti pienissimo con il direttore de Linkiesta Christian Rocca, nel panel che chiude la seconda giornata di lavori del Linkiesta Festival 2023, “Ci sarà ancora l’America?”.

«Negli Stati Uniti sono avvenuti cambiamenti destinati ad avere conseguenze per decenni», spiega Costa. «Alle nostre latitudini non sempre è facile leggere, capire e interpretare quel che accade in America. Facciamo un esempio con la narrazione del declino degli Stati Uniti, che non è una fantasia perché tra crisi economica del 2008, Trump, abbandono dell’Afghanistan, crescita della Cina, abbiamo visto che qualcosa c’è. Però è anche vero che queste storie sono molto simili a quelle degli anni Settanta, dove c’era un clima di grande insoddisfazione, in un periodo segnato dalla Guerra in Vietnam, la crisi petrolifera durante l’amministrazione Carter, la Guerra Fredda che sembrava andare in direzione dell’Unione Sovietica. E, insomma, la narrazione di oggi sembra figlia di una certa miopia, anche nostra, di chi la racconta. Forse dovremmo parlare un po’ di più di un Paese in cui milioni di persone cercano di entrare ogni giorno, che cresce economicamente, in grado di resuscitare la Nato dal suo stato di coma cerebrale, di essere ancora protagonista ovunque».

Il declino americano è iniziato, almeno nel suo racconto contemporaneo, durante l’amministrazione Obama. O meglio, Barack Obama si è posto come l’amministratore del declino americano, smantellando basi americane all’estero, diminuendo l’influenza in Europa, rispondendo troppo leggermente alla crisi siriana, e quel vuoto che ha lasciato è stato riempito da altre potenze, dalla Cina alla Russia, fino all’Iran.

«Di tutte le decisioni di Obama si potrebbe discutere per un secolo», osserva Costa. «In generale, Dobbiamo però pensare a due cose. L’accordo sul nucleare iraniano, un accordo storico anche per la politica iraniana, che poi è stato stracciato da Trump, con tutte le conseguenze che vediamo oggi sull’influenza iraniana in quel quadrante di mondo. Ma questo comportamento degli Stati Uniti dipende anche dal fatto che probabilmente questo è quel che chiedono gli elettori».

La polarizzazione e estremizzazione del dibattito politico americano è iniziato leggermente prima di Obama, già durante la seconda metà dell’amministrazione di George W. Bush, con la crescita del Tea Party nel Partito Repubblicano. Subito dopo è nato, a sinistra, il movimento di Occupy Wall Street e tutta quell’ala più estremista del Partito Democratico. «Che i partiti siano cambiati è molto vero e questo in un certo senso è coerente con la storia americana», dice Costa. «Il loro bipartitismo in realtà si basa su questa trasformazione dei due grandi partiti, che si evolvono nel corso dei decenni. Perché hanno dei ricambi delle classi dirigenti molto liquidi, perché si basano molto sulle primarie. Il punto è che questo cambiamento è soprattutto un allontanamento progressivo dal centro, e quindi sta impedendo alle istituzioni di funzionare, perché queste istituzioni spesso hanno bisogno di un consenso bipartisan ma in quest’epoca trovare un compromesso tra due parti così diverse e distanti è impossibile».

Lo si vede dal fatto che oggi governare per Joe Biden è insolitamente difficile, premesso che si è trovato davanti a scenari davvero ai limiti dell’incredibile, a partire dall’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, la necessità di vaccinare tutti gli statunitensi, fino all’invasione dell’Ucraina. «L’amministrazione Biden ha mosso per il Paese un’enorme quantità di denaro in questo mandato, e l’ha spesa per industrie moderne, batterie per la transizione energetica e tecnologica», dice Costa, che sull’attuale presidente americano ha scritto un libro (oltre ad aver tradotto l’edizione italiana della sua biografia). «Chiaramente come ogni presidente ha una lista lunga di cose che non è riuscito a fare, ma si è guadagnato questo tentativo di rielezione, in una sfida così importante con Trump: non è stato un presidente assente o marginale, tanto meno senile, nonostante l’età».

D’altronde, guardando al Partito Democratico, è anche difficile immaginare altri nomi. La stessa vicepresidente Kamala Harris è rimasta molto in disparte in questi anni – al punto che quando Biden si è ammalato di Covid, la Casa Bianca ha comunicato che Harris non era stata contagiata perché i due non si vedevano da una settimana. «Va detto che Harris ha anche deluso sul fronte comunicativo. Perché è vero che non doveva avere un ruolo di rilievo sul fronte delle politiche, ma anche dal punto di vista dell’immagine pubblica non è stata all’altezza delle aspettative» dice Costa.

Nel Partito Repubblicano, a dire il vero, non è che vada molto meglio. «Per molti Repubblicani Trump è un problema perché è ingovernabile», spiega il vicedirettore del Post. «Molti preferirebbero un candidato più giovane e più centrato, di certo senza tutti i problemi legali di Trump, che per il giorno delle elezioni potrebbe già essere condannato».

Per gli elettori Repubblicani è praticamente impossibile minare il consenso di Trump: lui è in grandissimo vantaggio su tutti, e gli altri l’unico modo che hanno per provare a rosicchiare il suo consenso è essere più trumpiani di lui, che però vuol dire porsi come un fac-simile, un surrogato dell’originale, una condizione che raramente paga in un’elezione. «Trump la vittoria ce l’ha abbastanza in tasca», dice Costa. «Non va dimenticato che Trump è già stato presidente, e per molti elettori è ancora il presidente legittimo». Quindi sarà prevedibilmente Trump contro Biden. A meno che non arrivi una condanna per Trump: l’unico scenario in grado di cambiare le regole del gioco.

Una battuta finale, in tutto questo parlare d’America, è sull’Ucraina. C’è da considerare cosa accadrebbe al confine orientale dell’Europa in caso di elezione di Trump: «Sarebbe sicuramente una realizzazione del sogno di Putin di dividere l’Occidente, e sarebbe una catastrofe per gli ucraini e gli europei», secondo Costa. «Ma non dobbiamo mai dimenticare che questa cosa dipende da noi, da noi europei, che dovremmo forse smettere di aspettarci sempre che siano gli Stati Uniti a salvare la libertà e la vita degli europei».