Ondata continuaPerché è ancora importante parlare di Long Covid

Sebbene con i vaccini la sindrome post infezione sia un fenomeno in riduzione, c'è ancora tanto da fare per identificarne la causa e migliorare le condizione di salute dei pazienti su cui ha ancora un forte impatto. Mancano protocolli diagnostici per i medici di base e un approccio coordinato della ricerca. Il primo passo verso una cura è stato fatto dall'Università Tor Vergata di Roma e dal governo svizzero

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«Sono arrivata ad avere il cancro per vedere per la prima volta un referto con il mio nome associato al Long Covid». Ne parla a Linkiesta Morena Colombi, fondatrice di Ailc (Associazione Italiana Long Covid). Colombi si è operata per un carcinoma ad agosto ed è stato il suo oncologo a segnare sulla cartella clinica che la paziente era in terapia con gli oppioidi da tre anni, perché da quando ha contratto il virus alla prima ondata, le conseguenze del Covid non l’hanno più lasciata. Ailc, che si appoggia a una community Facebook di quarantuno mila persone, nasce per far riconoscere il Long Covid come patologia perché «spesso – dice Colombi – non viene neanche diagnosticato e i pazienti vengono tacciati come ipocondriaci o ansiosi, curati con le gocce di ansiolitico. Con l’associazione chi ne è colpito potrebbe sottoporsi a visite e indagini specifiche».

Ailc collabora con la ricerca per trovare una cura al Long Covid e a tutti i suoi sintomi che vanno da difficoltà respiratoria, perdita del gusto e dell’olfatto, problemi neurologici come tremori e parestesie, brain fog, dolori articolari e muscolari, stanchezza cronica. «Ancora oggi non si conosce la causa di tutto questo – continua Colombi –, si è capito un po’ come funziona il deficit di attenzione, la brain fog, e perchè ci sono le parestesie, ma non esiste un test diagnostico, per questo diventa difficile riconoscere questa sindrome multisistemica». Fare ricerca sul Long Covid nasconde delle insidie metodologiche. Secondo la ricercatrice Tracy Beth Høeg dell’Università della California, San Francisco, che ha pubblicato un studio su BMJ Evidence-Based Medicine esiste un problema di definizioni quando si parla di Long Covid e l’assenza di gruppi di controllo in molte ricerche ha portato a una distorsione del rischio e a una sovrastima dei casi. Secondo lo studio quando si tratta di sequele post-acute di Covid-19 (PASC), le definizioni esistenti di quattro organizzazioni sanitarie internazionali tra cui l’Oms, non richiedono un nesso causale con l’infezione da SARS-CoV-2, questo significa che eventuali nuovi sintomi dopo l’infezione confermata o sospetta, indipendentemente dalla loro causa, potrebbero essere considerati Long Covid, permettendo di associare a esso più di duecento sintomi. 

Solo il cinquantaquattro per cento degli studi sul Long Covid si è basato su diagnosi confermate in laboratorio, che non sempre sono state possibili soprattutto all’inizio della pandemia. Per quanto riguarda, poi, i gruppi di controllo, che servono ad assicurare che i dati derivanti dall’esperimento siano effettivamente dovuti alla variabile che si sta testando e non influenzati da altri fattori, sempre secondo la ricerca, alcuni studi sono stati fuorvianti. Tali gruppi non sono sempre stati simili a quelli dei casi e non abbinati in modo adeguato sulla base dell’età, del sesso, dell’origine geografica, dello status socioeconomico e quando possibile sullo stato di salute e sui comportamenti messi in atto per ottimizzare il proprio stato di salute. Nelle prime fasi della pandemia i test diagnostici per Sars-CoV-2 erano meno diffusi per questo era più difficile intercettare i casi con sintomi lievi o gli asintomatici. Per questo gli studi sul Long Covid hanno incluso un numero più basso di pazienti positivi, per cui il campione non era molto rappresentativo della realtà.

Non è solo un problema metodologico: «Molti casi che vengono indicati dai medici come Long Covid, in realtà sono qualcos’altro – spiega a Linkiesta Matteo Bassetti, Direttore della Clinica Malattie infettive  del Policlinico San Martino di Genova –. È più comodo dire a un paziente che si tratta di Long Covid piuttosto che spendere tempo per accertamenti ed esami. Oggi ci sono troppe diagnosi di questo tipo». Secondo l’esperto, dopo l’avvento dei vaccini e con la nuova variante Omicron non si può parlare di Long Covid come due anni fa, bisogna indagare sulle cause di patologie che hanno una sintomatologia simile, ascoltando il paziente. Dello stesso avviso è il professor Gianfranco Parati, specialista in Cardiologia e Medicina Interna dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, che aveva aperto un ambulatorio post-Covid e l’ha chiuso perché non gli arrivavano più pazienti: «il Long Covid è un fenomeno in riduzione. Bisogna capire quanti di quei sintomi si possano ancora riferire all’infezione. I medici di famiglia, che hanno fatto molta formazione online in questi anni, indirizzano il paziente verso lo specialista più adatto e quando arriva da noi puntiamo a curare i sintomi, l’importante è che alla fine stia bene» dichiara a Linkiesta. Non tutti i medici di base, però, come spiega Colombi, sono informati e formati sul Long Covid e in assenza di protocolli diagnostici non sempre riescono a indicare lo specialista adeguato. Inoltre secondo la fondatrice di Ailc sarebbe utile avere la possibilità di effettuare una serie di test diagnostici ematici per capire lo stato di salute generale del paziente e mancano dei centri polispecialistici per occuparsi di questa sindrome.

Sull’aspetto diagnostico ci sono ulteriori passi da compiere «Si dovrebbe puntare sul creare dei test immunologici per capire quali sono le alterazioni a livello dell’organismo. Il Long Covid deve essere ancora studiato e sviluppato come tema» illustra Bassetti. Una ricerca americana pubblicata su Nature ad opera di due ricercatori, Lisa McCorkell, paziente Long Covid, co-fondatrice del Patient-led Collaborative gruppo di pazienti e ricercatori, e di Michael J. Peluso assistente professore della divisione di malattie infettive dell’Università della California, di San Francisco, chiede al governo di stanziare un miliardo di dollari all’anno per i prossimi dieci anni per la ricerca sul Long Covid. In questo modo secondo i due studiosi si potrebbe migliorare la possibilità di capire e trovare trattamenti per le malattie croniche associate all’infezione, quali ipertensione, patologie cardiovascolari, malattie respiratorie. Secondo lo studio, manca un coordinamento nel mondo della ricerca sul Long Covid e infrastrutture per la rapida attuazione di lunghi studi. Per il momento numerosi studi hanno identificato marcatori di infiammazione sia nel sangue che nei tessuti; molte persone soffrono condizioni autoimmuni dopo aver contratto il Covid-19, il che suggerisce che potrebbe essere il sistema immunitario ad attaccare il corpo, tuttavia bisognerebbe identificare un biomarcatore per il Long Covid per testare trattamenti specifici e investire nella medicina sperimentale.

Se lincidenza del Long Covid può dirsi ridotta è anche grazie all’utilizzo di farmaci antivirali su pazienti che hanno contratto l’infezione e che riducono il rischio di evoluzione della malattia e quindi di avere conseguenze a lungo termine: «Abbiamo già in uso per i pazienti il Nirmatrelvir-ritronavir e il remdesivir – spiega a Linkiesta Massimo Andreoni, virologo del Policlinico Tor Vergata di Roma – che se somministrati nei primi giorni di malattia sono molto efficaci per ridurre il rischio di ospedalizzazione e di decesso. Anche se tutt’oggi non abbiamo una cura specifica che si sia dimostrata efficace e anche la patogenesi del Long Covid non è ancora chiara, queste terapie possono aiutare a prevenirlo. L’altra possibilità che abbiamo per ridurre il rischio di malattia e quindi delle sue conseguenze è quella di usare anticorpi monoclonali. Alcuni di questi si sono rivelati molto efficaci. Stiamo lavorando a degli anticorpi anti Herv, proteina presente nelle cellule del sangue dei pazienti Long Covid, ma siamo ancora in fase sperimentale». 

Gli anticorpi monoclonali anti Herv potrebbero essere il punto di svolta nel trovare una cura risolutiva a questa malattia. Il professor Matteo Tosato geriatra del Policlinico Gemelli di Roma che si è occupato a lungo di questa patologia, col suo ambulatorio, insieme ad altri specialisti, ha preso in cura quattromila pazienti, e sta collaborando con una sperimentazione svizzera di cui è iniziata la prima fase: fino al 31 ottobre selezioneranno un campione di pazienti da studiare per testare il Temelimab, farmaco che contiene quel tipo di anticorpo. Poi inizieranno a somministrare una dose al mese per sei mesi al gruppo di studio. Al gruppo di controllo verrà fornito un placebo. «Nell’ambulatorio abbiamo raccolto delle storie che ci hanno veramente colpito dal punto di vista professionale e da lì abbiamo cercato di trovare una strada — dice Tosato in un incontro online con Ailc — per dare una risposta ai nostri pazienti che ci chiedevano cosa fare una volta riconosciuta la diagnosi per tornare come prima. Ad oggi ci sono studi nutraceutici, riabilitazione per i sintomi neurologici ma non c’è niente di risolutivo. Ci sono circa duecento studi a livello internazionale ma molti sono ancora in corso e magari riguardano un numero ristretto di persone. Sarà difficile avere dei risultati prima di sei-sette mesi».

Il criterio della sperimentazione è quello di intercettare i pazienti con i disturbi più comuni legati al Long Covid, marcata debolezza, sintomi neurologici e psicologici, difficoltà dell’attenzione e disturbi di ansia, e tutto quello che ha un impatto significativo della qualità di vita. Tra gli studi esistenti sul Long Covid Science ne ha pubblicato uno svolto però sui topi, secondo cui bassi livelli di serotonina potrebbero spiegare alcuni sintomi della sindrome, ma il collegamento con il deterioramento cognitivo a seguito dell’infezione rimane ancora oscuro e andrebbe studiato anche sugli esseri umani. Per quanto riguarda la perdita dell’olfatto, invece, Nature  ha pubblicato una ricerca sul farmaco antivirale ensitrelvir, che riduce i problemi sensoriali ed è uno dei pochi farmaci Covid-19 disponibili con effetti notevoli, per il momento disponibile solo in Giappone. 

Ma ad oggi la ricerca a cui partecipa il professor Tosato o quella di Tor Vergata, sembrano essere la migliore possibilità per le persone affette da Long Covid. «Per noi che non riusciamo a capire quello che ci succede – conclude Colombi durante l’incontro online con l’esperto – ed è difficile l’approccio col medico. Ora che è ancora tutto un po’ sconosciuto è davvero molto stimolante sapere che c’è un primo passo da fare e che questo avrebbe un impatto davvero significativo per così tante persone». 

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