
«Parliamo direttamente con i due interlocutori: la situazione sul terreno non aiuta. Abbiamo chiesto la cessazione delle ostilità per consentire alla negoziazione di andare avanti. Purtroppo, Hamas ci dice che nei bombardamenti sono morti anche alcuni ostaggi».
Majed Al Ansari, portavoce del ministero degli Affari esteri del Qatar, in questi giorni è uno dei membri del ristretto gruppo che a Doha sta negoziando per tentare di portare a casa i 242 israeliani e stranieri prigionieri nella Striscia di Gaza. Il segretario di Stato americano Antony Blinken ad Amman, in Giordania, lo scorso 4 novembre ha incontrato il primo ministro e ministro degli Affari esteri del Qatar. «Il nostro canale di dialogo è stato aperto su richiesta degli Stati Uniti allo scopo di portare avanti una de-escalation fra Hamas e Israele», spiega Al Ansari a Repubblica.
Il gruppo di negoziazione non ha «accesso diretto agli ostaggi e quindi non possiamo confermare in quali condizioni sono. Dobbiamo basarci su quello ci viene detto». In mezzo a due nemici giurati, la mediazione del Qatar ha permesso la riapertura del varco di Rafah e la liberazione di quattro ostaggi. Questo è avvenuto, spiega il portavoce, perché «il Qatar lavora sulla de-escalation a Gaza dal 2006: quindi abbiamo contatti diretti sul terreno. Inoltre, l’ufficio politico di Hamas è qui a Doha. Per quanto riguarda gli israeliani, abbiamo un canale diretto anche con loro nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche: la definirei una relazione di lavoro».
Ma come si a decidere su chi si tratta? A chi va la priorità? «Agiamo spinti da considerazioni umanitarie: ci stiamo concentrando su chi ha bisogno di cure mediche, sulle donne, sui bambini, sugli anziani», risponde. «È chiaro poi che ci sono anche altre considerazioni. Logistiche, per esempio: la possibilità di spostare gli ostaggi e farli arrivare in punti sicuri. E politiche: ci stiamo concentrando molto sugli stranieri».
Majed Al Ansari dice poi che «non c’è in atto una negoziazione fra il Qatar e Hezbollah: ma siamo in contatto con i partner regionali per evitare che il conflitto si allarghi. Sappiamo che nella nostra regione ogni scintilla può causare un incendio».
Il Qatar, al centro della mediazione, è anche al centro delle polemiche. Diversi media israeliani hanno scritto che sono stati i soli qatarioti a consentire ad Hamas di costruire la rete di tunnel e le armi usati il 7 ottobre. Majed Al Ansari risponde: «Ogni singolo centesimo degli aiuti a Gaza è stato coordinato con le Nazioni Unite e con Israele. Alcuni dei soldi sono serviti per comprare benzina per i generatori per gli ospedali: benzina fornita da società israeliane e passata attraverso il confine israeliano. Gli assegni alle famiglie in difficoltà sono stati distribuiti in base a liste redatte dalle Nazioni Unite. Gli stipendi per l’amministrazione sono stati pagati in accordo con Israele. Lo abbiamo fatto per due motivi. Il primo è umanitario: parliamo di gente sotto assedio che vedeva bambini morire per mancanza di farmaci basilari. Il secondo è politico: abbiamo voluto creare una piattaforma di dialogo che possa servire per dare al processo di pace una prospettiva».
E ora la mediazione del Qatar si è rivelata indispensabile. L’emiro Tamim bin Hamad Al Thani è un camaleonte e vuole evitare che s’inneschi una reazione a catena inimmaginabile in medio oriente e nel mondo intero, scrive Il Foglio. Ma riuscirà questa volta a divincolarsi nei suoi azzardati giri di valzer?