Racconti di genere Le registe che hanno rivoluzionato la narrazione della condizione femminile

Si intitola “No master territories: feminist world making and the moving image” ed è una rassegna dedicata a diciannove opere cinematografiche femminili realizzate tra gli anni Settanta e Novanta. Appuntamento al MAXXI di Roma fino al 10 dicembre

Gunvor Nelson e Dorothy Wiley_Schmeerguntz. courtesy of MAXXI

Siamo onesti. Quante registe conosciamo? Quante sono le donne dietro la macchina da presa nel nostro immaginario? Cinque al massimo? E parliamo, naturalmente, di coloro che intrattengono con il cinema un rapporto privilegiato, da intenditori. Riassumiamole: Agnes Varda, Alice Rohrwacher, Sofia Coppola. Greta Gerwig, naturalmente. Lina Wertmüller. Céline Sciamma. Chloè Zhao, che ha vinto il premio Oscar per Nomadland nel 2021. È più facile che le donne migrino al ruolo di registe dopo essere state a lungo attrici, soprattutto in Italia. Stiamo assistendo proprio in queste settimane al caso di Paola Cortellesi, che ha esordito con il suo C’è ancora domani. E in sala è ancora presente Anatomy of a fall di Justine Triet, alla quale è spettato di diritto la Palma d’oro al festival di Cannes.

Negli Stati Uniti si affastellano giovanissime film makers, che di solito vengono lanciate dalle piattaforme di streaming dopo avere debuttato in sala. È il caso di Emma Seligman con Shiva baby o di Kit Zauhar con Actual people, entrambe ventottenni. E che informazioni abbiamo raccolto sull’austriaca Marie Kreutzer, della quale l’anno scorso è stato diffuso Il corsetto dell’imperatrice, una monografia volutamente femminista sulla principessa Sissi?

Chick Strand, Soft Fiction, courtesy of MAXXI

Perciò, che il museo MAXXI di Roma presenti, grazie alla Fondazione In Between Art Film, una selezione di diciannove opere realizzate tra gli anni Settanta e Novanta, è sintomatico. Di tutte le autrici che esibiranno, nessuna o quasi rientra nella cronaca culturale contemporanea: Helena Amiradzibi, Brigitte Krause, Ingrid Oppermann, HAN Ok-hee, Sara Gomez, Tamara Wyss. Nomi vuoti, perlopiù ignorati. Eppure, a loro modo, sono intervenute all’interno dell’arena mediatica, preparando lavori che descrivono la condizione delle donne, non soltanto mediante una narrazione orizzontale, ma anche attraverso la forma documentario, l’uso delle immagini sperimentali, la non fiction.

Del resto, lo stesso titolo della mostra, o, per meglio dire, della rassegna, No master territories, è stato coniato da un’espressione di Trinh T. Minh-ha, regista e intellettuale del Vietnam, che l’aveva utilizzata all’interno del testo When the moon waxes red: representation, gender and cultural politics del 1991. Letteralmente, significa “territori senza padroni”. Intendendo che la colonizzazione maschile non ha soltanto come fine il corpo delle donne. Anzi, il corpo, spesso, è un tramite. Un mezzo.

Gardi Deppe, Barbara Kasper, Brigitte Krause, Ingrid Oppermann e Tamara Wyss, Women’s Camera, courtesy of MAXXI

Gli uomini hanno invaso l’immaginario e i desideri delle donne, il loro modo di pensare, di guardarsi, di esprimere la sessualità. E sono gli effetti di questo tipo di colonizzazione a essere, in effetti, i più brutali. I più difficili da combattere. Le sue propaggini sono globali, si capisce dalle origini di queste artiste, dalle loro rocambolesche, differenti provenienze geografiche. È necessaria, secondo Min-ha, una nuova semantica, un nuovo orizzonte, un punto che parte da capo. In virtù dell’evidenza biologica che affida alle donne una funzione generatrice, non spetta loro il compito di partorire il mondo un’altra volta secondo significati, abitudini, relazioni che scaturiscono dalla loro prospettiva?

Le proiezioni seguiranno una cadenza settimanale. Prima dell’avvio, la curatrice Erika Balsom e Ilaria Gianni, docente indipendente di Film Studies del King’s college di Londra, discuteranno di tematiche di genere e delle traversie che hanno condotto a questo tipo di esposizione, venerdì 24 novembre alle 18, all’interno della Videogallery del MAXXI. Se il cinema è un mezzo universale perché parla alle folte masse del pubblico, il fatto che le donne raccontino se stesse e le esperienze soggettive, ma pur sempre condivise, che hanno caratterizzato la storia di un genere e delle sue eventuali, stratificate, curiose ramificazioni è più che mai necessario.

Robin Laurie e Margot Nash, We Aim to Please, courtesy of MAXXI

Non è un caso se la mostra rappresenta un adattamento di quella omonima tenutasi presso l’Haus der Kulturen der Welt di Berlino, nell’estate 2022, ed è contemporaneamente il tentativo di proseguire il percorso artistico sancito nel 2020 con il primo progetto di commissione e produzione intitolato Mascarilla 19 – Codes of Domestic Violence: il resoconto aspro, realistico, puntuale degli abusi domestici, la cui ricorrenza è aumentata durante il periodo di reclusione imposta dal covid-19 attraverso le opere di Iván Argote, Silvia Giambrone, Eva Giolo, Basir Mahmood, Masbedo, Elena Mazzi, Adrian Paci e Janis Rafa.

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