Croce e deliziaIl regolamento Ue sugli imballaggi che piace al governo Meloni e non agli ambientalisti

La posizione dell’Europarlamento è un assist importante per i Paesi più virtuosi nel riciclo, nonostante il riuso – per quanto più costoso – sia più vantaggioso in termini climatici e ambientali. Sorridono, dopo le modifiche approvate il 22 novembre, anche le multinazionali del fast-food

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Il governo italiano festeggia, gli ambientalisti meno. È questo, a grandi linee, il risultato delle modifiche approvate mercoledì 22 novembre – lo stesso giorno in cui è stata bocciata la proposta per dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030 – dal Parlamento europeo al regolamento presentato dalla Commissione per limitare i rifiuti da imballaggi. Il testo originario proposto dall’istituzione guidata da Ursula von der Leyen era molto più audace e puntava, di fatto, a obbligare le aziende a ridurre o riutilizzare le confezioni o scatole dei loro prodotti, ma il Pe lo ha molto mitigato (per certi versi snaturato), venendo incontro alle richieste delle industrie e dei governi in capo ai Paesi più virtuosi nel campo del riciclo, a partire da quello italiano. 

Il percorso di questo provvedimento era iniziato il 30 novembre 2022, quando la Commissione europea aveva presentato la sua proposta di regolamento per provare a ridurre gli imballaggi in Europa. Un regolamento, ricordiamo, è un insieme di misure che tutti gli Stati membri sono tenuti a rispettare in tutti i suoi punti.

Il testo puntava prima di tutto a «prevenire la produzione di rifiuti di imballaggio, riducendone la quantità, imponendo restrizioni agli imballaggi inutili e promuovendo soluzioni di imballaggio riutilizzabili e ricaricabili». Inoltre, obbligava i Paesi membri a «rendere tutti gli imballaggi presenti sul mercato dell’Ue riciclabili in modo economicamente sostenibile entro il 2030».

Queste misure nascevano da una situazione a dir poco complicata: negli ultimi dieci anni i rifiuti di imballaggio sono aumentati di oltre il venti per cento nel territorio comunitario. In caso di inazione, si stimava un ulteriore aumento del diciannove per cento entro il 2030. Nel 2021 ogni europeo aveva generato 188,7 chilogrammi di rifiuti di imballaggio, una cifra che si prevedeva sarebbe aumentata a duecentonove chilogrammi nel 2030 in assenza di interventi efficaci. 

Il regolamento approvato dalla Commissione puntava a ridurre entro il 2040 i rifiuti di imballaggio pro capite per Stato membro del quindici per cento rispetto al 2018 (un obiettivo questo comunque confermato dall’Europarlamento). Secondo le stime, le nuove regole avrebbero portato a un taglio delle emissioni di gas serra derivanti dagli imballaggi pari a quarantatré milioni di tonnellate. Una forte riduzione rispetto alle sessantasei milioni di tonnellate previste senza un’azione: una cifra che equivaleva grossomodo alle emissioni annue della Croazia.

L’idea era quella di puntare quindi sulla messa al bando di alcuni imballaggi considerati inutili e sul riutilizzo (o riuso) degli imballaggi. Premiando quindi meno il riciclo, ossia l’azione che mira a rivalorizzare un prodotto che ha ormai esaurito la sua funzione. Una posizione del genere non poteva certo piacere alle aziende italiane, sempre più specializzate nel riciclo, ma poco aperte a introdurre il riutilizzo nei propri sistemi di produzione. 

Per quanto il riuso sia vantaggioso da un punto di vista climatico-ambientale – permette di non produrre nuovi imballaggi e di non “sprecare” energia nell’eventuale processo di riciclo – dall’altro può essere molto costoso per le aziende inserirlo nelle proprie filiere. 

Per questo motivo sin dal principio sia il governo, sia gli industriali del nostro Paese si erano dichiarati contrari alla proposta della Commissione Ue. Confindustria l’aveva giudicata «insostenibile», mentre la viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, aveva promesso, in un’intervista al Tempo, che l’esecutivo italiano avrebbe «dato battaglia» per convincere Bruxelles ad ammorbidire la sua proposta iniziale. Sul fronte opposto si erano schierate organizzazioni ambientaliste come Greenpeace, che avevano invece approvato il regolamento.

Negli ultimi mesi ad avere la meglio sono però state le cosiddette “lobby della plastica” e i governi a loro volta preoccupati dalle ricadute economiche di questa misura. Tra pressioni e alleanze, anche trasversali alle varie forze politiche, si è arrivati al voto del 22 novembre, quando l’Europarlamento ha definitivamente espresso una posizione che ha ridimensionato di molto il regolamento originariamente presentato dalla Commissione. 

Tra gli emendamenti approvati c’è «una deroga per tutti quei Paesi che, come l’Italia, negli ultimi anni hanno investito in un sistema di riciclo ad alta qualità, tra i più efficienti a livello europeo: chi raggiungerà l’ottantacinque di quota di riciclo degli imballaggi interessati sarà infatti esentato dall’obbligo di riuso». 

Anche i divieti sugli imballaggi monouso sono diventati molto meno stringenti. Non saranno più vietati piatti e tazze usa e getta dei ristoranti, imballaggi monouso per frutta e verdura fresca (sotto 1,5 chilogrammi in origine, sotto un chilogrammo nel testo della Commissione europea), salse, bustine di zucchero e altre bustine monouso. Una vittoria anche per le multinazionali del fast-food che non saranno più obbligate a dover riutilizzare le posate e i bicchieri forniti ai clienti.

Il governo italiano non ha nascosto la sua soddisfazione. In un comunicato, il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha detto che «la posizione negoziale del Parlamento europeo sulla proposta di regolamento imballaggi fa vincere il buonsenso e la scienza».

Dal canto loro gli ambientalisti hanno criticato le modifiche apportate in plenaria dal Parlamento europeo. Sergio Baffoni, Senior Paper Packaging Campaigner dell’Environmental paper network, ha dichiarato che l’esito della votazione è «oltremodo scandaloso: tutte le restrizioni significative sono state eliminate». 

Ora la palla passa al Consiglio Ue, che si esprimerà il 18 dicembre, e a seguire inizieranno le discussioni tra Commissione, Europarlamento e Consiglio (il cosiddetto trilogo). L’approvazione definitiva del testo è prevista entro giugno, prima delle elezioni europee (dal 6 al 9 giugno 2024). I prossimi mesi ci diranno se la realpolitik europea vincerà definitivamente sulle spinte ambientaliste.

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