Nemico internoCome il Cremlino aggira le sanzioni comprando la tecnologia occidentale

Mosca si prepara ad affrontare il secondo inverno di guerra e fa affidamento sull’indifferenza delle aziende high-tech europee e americane rispetto all’uso che viene fatto dei loro prodotti

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Fin dalle prime settimane dell’invasione dell’Ucraina i governi occidentali hanno imposto un’ondata di sanzioni senza precedenti alla Russia, ma mentre l’economia russa è in sofferenza e in declino strutturale, il regime di Vladimir Putin riesce ancora ad avere accesso alle risorse economiche e materiali per continuare la sua guerra d’aggressione. 

Pur non essendo più in grado di pianificare grandi offensive per occupare territori, Mosca può ancora colpire obiettivi in tutto il paese e si prepara ad affrontare il secondo inverno di guerra attaccando le infrastrutture civili per lasciare le città ucraine senza energia e riscaldamento. Ciò è possibile grazie alla capacità dell’industria militare russa di produrre missili e droni, che per funzionare hanno bisogno di componenti high-tech occidentali che continuano ad arrivare in Russia nonostante le sanzioni. 

L’economia russa sanzionata si è rivolta alla Cina per compensare il gap tecnologico. La sinificazione dell’economia russa è stata veloce, e procede a pieno regime: l’anno scorso la quota di smartphone cinesi venduti sul mercato russo era del cinquantacinque per cento, quest’anno è già arrivata al settanta per cento. Nell’automotive i marchi cinesi rappresentano ormai quasi la metà dell’offerta di auto nuove, seguite dalle pessime autovetture dei marchi russi. 

Il problema è che anche l’economia cinese fa molto affidamento sulle tecnologie occidentali, e le sue imprese temono sanzioni secondarie. Per questo motivo una multinazionale come Huawei, che in teoria avrebbe dovuto aggredire il mercato russo per diventare il marchio dominante nel paese, ha invece limitato le attività in Russia adoperandosi per separarle da quelle nel resto del mondo, in particolare nel settore delle reti.

Come spiega l’oppositrice russa Alena Popova in un’analisi pubblicata dal Foreign Affairs, a frenare una completa transizione dell’economia russa dalle tecnologie occidentali a quelle cinesi ci sono diversi fattori. In primo luogo, oltre al timore di sanzioni secondarie c’è la cautela di Pechino nel condividere tecnologie sensibili con altri Paesi. In secondo luogo, c’è il timore di Mosca nell’affidarsi eccessivamente alle tecnologie cinesi, poiché in Cina le aziende sono strettamente legate al governo. 

Tuttavia, questo per la Russia rappresenta un limite soprattutto in termini di sviluppo economico civile, mentre risulta un problema secondario nel contesto dello sforzo bellico, poiché il Cremlino riesce ancora ad aggirare le sanzioni e accedere ai componenti high-tech di cui ha bisogno con triangolazioni e importazioni parallele.

Mosca si è garantita le spedizioni di semiconduttori e altri componenti “dual use” (a uso civile o militare) attraverso una rete di intermediari in paesi come Cina, Kazakistan e Turchia. In parte queste falle nel sistema sanzionatorio vengono contrastate, con Ankara e Astana formalmente disponibili a cooperare con le autorità occidentali. Ma le società individuate vengono rapidamente sostituite, e il sistema continua a mutare per andare avanti. 

Secondo i dati ufficiali del governo britannico su una recente richiesta di collaborazione volontaria del ministero del Tesoro, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina più di cento aziende del Regno Unito hanno ammesso di aver violato le sanzioni. 

Olena Tregub, direttore esecutivo della Commissione indipendente anticorruzione ucraina (Nako), a febbraio ha sollevato la questione in un articolo sul Financial Times. «La soluzione immediata è riconoscere che il problema esiste. Finora, sia le imprese che i politici hanno fatto di tutto per sottrarsi alle responsabilità. Per le aziende, un primo passo sarebbe interrogare deliberatamente i clienti sui loro utenti finali e condurre una due diligence più rafforzata». 

In base a un’indagine della Nako, un drone di fabbricazione iraniana Shahed-136 utilizzato dalle forze russe conteneva più di trenta componenti occidentali. Ulteriori ricerche del think tank Royal United Services Institute (Rusi), hanno scoperto che quasi un quarto dei componenti trovati nelle armi russe recuperate, compreso il drone Orlan-10 e il missile da crociera Kh-101, erano stati fabbricati dalle statunitensi Texas Instruments e Analog Devices. 

Secondo l’oppositrice russa Popova, l’indifferenza delle aziende high-tech rispetto al modo in cui vengono utilizzate le loro tecnologie è un punto debole nella competizione tra le grandi potenze occidentali e le autocrazie. «Mentre i governi occidentali cercano di smettere di fornire tecnologie alla macchina da guerra russa, le aziende private non devono ignorare le violazioni (dei loro clienti) dei controlli sulle esportazioni. Se continuano a farlo, i governi dovrebbero negare a queste aziende alcuni privilegi, inclusa la possibilità di partecipare ad appalti pubblici o di ricevere sostegno diplomatico quando operano all’estero».

Il generale Valery Zaluzhny, capo di stato maggiore delle forze armate ucraine, in un’intervista all’Economist ha detto chiaramente che nella dimensione attuale del conflitto le tecnologie russe e ucraine sono quasi equivalenti. La fornitura e la manutenzione degli armamenti sono il tallone d’Achille della Russia, è il momento che l’Occidente si assuma fino in fondo la responsabilità di aiutare l’Ucraina a sfruttarlo per vincere la guerra.