Trust the processLa settimana in cui Sinner ha dimostrato a tutti che il futuro è suo

La sconfitta in finale contro un Djokovic implacabile non può ridimensionare il percorso di crescita dell’altoatesino: i miglioramenti visti nel 2023 sono già una grande vittoria

Lapresse

Sul finire del primo set, al primo punto del nono game, Novak Djokovic agita il pugno per esultare, vuole attirare i fischi del Pala Alpitour di Torino nettamente schierato dalla parte di Jannik Sinner. Un’esultanza esasperata in una partita in cui è stato in controllo dall’inizio alla fine. La risposta di Sinner l’aveva messo in difficoltà, gli aveva impedito di comandare lo scambio e alla fine ha esultato su una forzatura dell’avversario. È uno dei rari momenti della finale in cui Djokovic ha dovuto affermare il suo dominio sulla partita, dimostrando di potersi nutrire del tifo contrario del pubblico, facendo capire a tutti che certe partite possono andare solo dove vuole lui. È una delle poche diapositive davvero significative della finale delle Atp Finals, una partita tennisticamente a senso unico, che quindi non ha scambi, colpi e giocate che da sole spiegano il senso della gara.

Per la prima volta in una settimana brillante, in finale Sinner è sembrato a disagio in campo per fasi prolungate della partita. Il suo gioco ha mostrato crepe che non si erano mai viste né al round robin né in semifinale contro Medvedev. Negli scambi ha tradito tensione o una scarsa brillantezza fisica, o entrambe le cose. Mentre dall’altro lato della rete c’era un demone a cui nemmeno per una volta ha tremato la mano in quei cento minuti abbondanti in cui è stato in campo: le sue accelerazioni di dritto somigliavano a frustate furiose, gli errori diretti si contano sulle dita di una mano, ha piazzato a terra tredici ace in una partita breve in cui ha messo in campo il settanta per cento di prime, vincendo ventinove punti su trentadue in quelle circostanze; c’è voluta più di un’ora per vedere una palla break di Sinner. In risposta, Djokovic si ingobbiva in pose da ragno per rimandare dall’altro lato del campo anche i servizi di Sinner. E in tutti gli scambi ha scherzato con le righe, le ha cercate, le ha trovate e le ha sfiorate anche nei colpi più difficili; ha giocato con gli angoli come un nerd della trigonometria.

In finale si è vista la differenza tra uno che era alla partita più importante della sua carriera e uno che quella stessa partita l’aveva già giocata cinque volte prima, e nel frattempo avrebbe anche vinto ventiquattro Slam e fracassato tutti i record di settimane di permanenza al primo posto del ranking e tutto il resto. Ma una sconfitta non deve far dimenticare il torneo che ha giocato Sinner, il significato delle vittorie e del percorso fatto in settimana.

Il torneo di Sinner racconta un giocatore che si è dato una nuova statura, ha raggiunto un nuovo picco di maturità – com’è normale per un ragazzo di ventidue anni – e ha alzato ancora l’asticella del suo gioco, a coronamento di una crescita verticale tecnica, fisica e psicologica.

In settimana Sinner ha infranto due tabù della sua carriera: ha battuto Novak Djokovic e Holger Rune, con cui aveva sempre perso in precedenza. È anche diventato il primo italiano a battere due numeri 1 del mondo differenti, prima Carlos Alcaraz nella semifinale del Masters 1000 di Miami, poi, appunto, Djokovic. Una statistica che non può essere solo un orpello per uno che a inizio carriera faticava contro i primi della classe: ha perso le prime tredici sfide contro tennisti in top-5, poi quattro vittorie in dieci incontri tra luglio 2022 e luglio 2023; negli ultimi mesi, prima di queste Finals, era 6-0 contro di loro.

Trust the process, dicono negli sport americani. La crescita di Sinner parte da lontano e può appartenere solo a un ragazzo che non ha mai avuto fretta di crescere, di sbagliare e imparare, di cambiare. A inizio anno aveva detto che qualificarsi per le Finals era il suo obiettivo. È vero, Alcaraz, di due anni più giovane, già era costretto dal suo talento a giocare per vincere gli slam, ma Sinner ha adottato una prospettiva diversa: l’idea di toccare picchi di rendimento altissimi per poi crollare di nuovo – non che sia accaduto a Alcaraz, ma a molti – non poteva bastargli, la curva di crescita deve essere costante, un percorso solido dall’inizio alla fine, mantenendo alto il livello sempre, e un po’ di più nei tornei che contano. L’arrivo alle Finals sarebbe stato il simbolo coerente di questa crescita.

Alla fine del 2023, con pochi altri appuntamenti in calendario, Sinner si ritrova con un bagaglio tecnico rinnovato, una inedita consapevolezza nei propri mezzi e la capacità ormai dimostrata di migliorarsi mese dopo mese come i più grandi, adattandosi a tutte le superfici, dall’erba al cemento, fino al super veloce indoor del Pala Alpitour. Se in finale non si è visto granché di questi progressi, durante tutto il torneo torinese Sinner è stato probabilmente il miglior tennista tra gli otto partecipanti, donando nuove sfumature al disegno di un campione di oggi e di domani.

Il tennis spesso è ricamato su pattern tattici immaginati prima della partita e scombinati dopo pochi game. In questo, Sinner ha dimostrato di avere una soluzione a tutti i suoi avversari: ha annientato Tsitsipas dimostrando di essere semplicemente di un livello troppo più alto, ha demineralizzato la furia offensiva di Rune, ha picconato la difesa invalicabile di Medvedev, e soprattutto ha resistito a tutte le pressioni tecniche e psicologiche a cui sottopone i suoi avversari Novak Djokovic, almeno nel primo dei due episodi in cui sono stati in campo insieme.

C’è sicuramente un discorso di fiducia nei propri mezzi alla base di questo percorso. «Fiducia» è una parola che Sinner ripete spesso nelle sue interviste. Ma questa deve derivare anche da una crescita dei singoli gesti tecnici. Jannik sembra aver azzerato lo scarto che aveva con i migliori del circuito soprattutto grazie all’impressionante crescita di rendimento del servizio, sul quale i coach Darren Cahill e Simone Vagnozzi hanno evidentemente lavorato molto, riprogettando per l’ennesima volta il colpo tornando al servizio foot-up – cioè con i piedi uniti al momento dello slancio. Sono cambiate le variazioni e il ventaglio di scelte possibili, ma soprattutto è diventato un servizio più regolare e affidabile: è passato dal sessanta per cento scarso dell’intero 2023 al quasi ottanta per cento di questo fine anno.

Prima della finale contro Djokovic, Sinner era stato in campo nove ore e trentacinque minuti al Pala Alpitour. Forse è arrivato stremato alla partita decisiva, ma per tutto il torneo, come in questa seconda metà di 2023, Sinner ha mostrato una condizione fisica mai vista prima. In semifinale, ad esempio, ha dovuto affrontare un Medvedev che è stato praticamente perfetto nel secondo set, nella capacità di resistere a ogni azione offensiva e rimandare sempre la palla dall’altro lato con estrema pignoleria. Sinner ha dovuto sfrondare la sua difesa un po’ alla volta, nell’impresa quasi impossibile di sfiancare il russo senza sfiancarsi. Lo ha fatto mettendo il suo avversario nella condizione di sbagliare più del solito, più di quanto avrebbe voluto, portandolo a forzare colpi solitamente automatici (merito anche delle precedenti vittorie a Pechino e Vienna). Alla fine, come ha detto Giuseppe Pastore, l’italiano ha battuto il russo da fondo campo e a rete, sulla potenza e sulla precisione, sugli scambi corti e anche sugli scambi lunghi. In tutto.

Deve esserci un legame anche tra la crescita tecnica e fisica di Sinner e i riflessi che questa ha sul suo approccio alle partite. Dopo la semifinale con Medvedev, Emanuele Atturo su Ultimo Uomo ha scritto: «Nel primo set è riuscito in qualcosa che non gli avevamo mai visto fare, almeno a questo livello: giocare col punteggio. Capire quali sono i punti da vincere, restare in equilibrio anche mentre l’avversario cerca di sovrastarti. Servire bene, concedere poco, capire le correnti del match e aspettare che la tempesta passi, guardare la partita con uno sguardo un po’ defilato e aspettare che venga dalla propria parte, assecondando i flussi. Una strategia militare da esercito asburgico, dove non perdere è più importante che vincere». Sinner ha dimostrato al mondo intero che può stare ai vertici del tennis, che merita di giocarsi i primi posti del ranking Atp con i migliori del circuito.

È stata allora la settimana in cui Sinner ha sublimato la crescita enorme vista nell’ultimo anno. In cui ha raccolto i frutti di un percorso che si sta rivelando brillante esattamente come le aspettative dei tifosi italiani. Adesso rimane la delusione minima per una sconfitta in finale contro un mostro come Djokovic. La parte più rassicurante e anche più interessante di questa storia sta nelle parole del suo coach Vagnozzi: «Sinner ha sorpreso anche me, ma c’è ancora margine di miglioramento». In fondo Sinner è un 2001 e solo adesso sta imparando a capire fin dove può spingere il suo tennis. Per le vittorie in finali come quella di Torino è solo questione di tempo.

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