Un’elezione inutilmente direttaLa strada alternativa al premierato elettivo

Per la stabilità e la governabilità occorre dotare il presidente del Consiglio di poteri adeguati che il testo di riforma del governo Meloni non prevede affatto

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Pubblichiamo l’anticipazione del prossimo numero della rivista “Civiltà Socialista”, diretta da Fabrizio Cicchitto e Umberto Ranieri

Il confronto tra la stabilità di governo delle maggiori democrazie parlamentari e quella italiana è notoriamente impietoso, basta considerare che in Italia si sono succeduti ben 68 governi in 76 anni di Repubblica. Ma se le altre democrazie parlamentari hanno governi di gran lunga più forti e stabili ciò non è dovuto all’elezione diretta del premier – che non esiste e non è mai esistita da nessuna parte, salvo in Israele nel 1992 per un breve periodo di tempo – ma in virtù della razionalizzazione della forma di governo parlamentare assicurata da apposite norme e convenzioni costituzionali. In particolare quei «dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo» chiesti dall’ordine del giorno Perassi (approvato il 4 settembre 1946 dalla seconda Sottocommissione dell’Assemblea Costituente), ma rimasto lettera morta, come è noto, per lo scoppio della guerra fredda, oltre che per l’altrettanto noto complesso del tiranno.

Con la conseguenza – come recita un recente appello promosso dall’associazione apartitica IoCambio, pubblicato dal Corriere della Sera il 5 settembre scorso, – che «In questi decenni la costante è stato il parlamentarismo estremo, che da garanzia democratica post-bellica si è via via involuto in patologia politica: coalizioni fragili e inconcludenti in scacco di grandi e piccoli partiti, campagne elettorali permanenti e prevalenza di logiche di breve termine, mancanza di visione e di senso di responsabilità».

Nelle democrazie parlamentari razionalizzate il premier dispone, in particolare, di poteri che gli consentono di governare le tensioni all’interno dell’esecutivo e della maggioranza impedendo che si traducano in instabilità e crisi di governo. Ad esempio, il voto di fiducia è espresso dalla Camera politica (una soltanto) al solo premier prima che formi il governo; il premier ha poi la possibilità di revocare i ministri e, soprattutto, può chiedere e ottenere, almeno in alcuni casi come la bocciatura della questione di fiducia, lo scioglimento anticipato della Camera politica, un potere decisivo anche e soprattutto in chiave deterrente (in Germania è quanto dispone l’articolo 68 della Costituzione, ed è questo dispositivo a garantire la stabilità dei governi, non l’art. 67 sulla sfiducia costruttiva utilizzata solo una volta. Anche in Spagna, Gran Bretagna e Svezia il premier dispone del potere di scioglimento secondo diverse discipline).

Ma in base al testo del disegno di legge del governo diffuso dopo il vertice di maggioranza del 30 ottobre (che il Consiglio dei Ministri dovrebbe approvare il 3 novembre) i poteri del premier rimarrebbero gli stessi che ha oggi. In particolare, in caso di crisi della maggioranza, il premier non disporrebbe del potere di scioglimento, neppure della possibilità di richiederlo e quindi di minacciarlo come fattore deterrente fondamentale per governare i conflitti all’interno della maggioranza. Ma senza questo potere la stabilità e la governabilità rimarrebbero una chimera. Per cui non avrebbe alcun senso l’elezione diretta di un premier che rimarrebbe poi privo di un adeguato corredo di poteri.

D’altro canto, l’elezione diretta del premier creerebbe una grave disfunzione istituzionale perché andrebbe a intaccare la fonte di legittimità del Presidente della Repubblica e quindi il suo ruolo di garanzia. Insomma, avremmo un sistema istituzionale non equilibrato, con una inaccettabile scissione tra potere e responsabilità che per il costituzionalismo liberale devono invece sempre andare di conserva.

La stabilità e la governabilità non sarebbero favorite ma anzi aggravate dalla norma anti-ribaltone prevista dal testo della modifica costituzionale. In base ad essa, in caso di cessazione della carica del premier (dimissioni, morte, impedimento o sfiducia) si potrebbe dar vita ad un nuovo esecutivo, ma non più con il vincolo troppo rigido della permanenza della stessa maggioranza originaria (come nella bozza diffusa all’inizio di settembre), bensì con il vincolo (molto etereo) della permanenza dello stesso programma, confermando lo stesso premier oppure sostituendolo con un altro purché eletto nelle liste della maggioranza originaria (quindi il premier non potrebbe essere un non parlamentare come, ad esempio, Draghi), mentre la maggioranza potrebbe essere anche diversa o molto diversa.

Una norma anti-ribaltone, inserita in un sistema basato su coalizioni come quello italiano, che istituzionalizzerebbe la competizione di potere all’interno della maggioranza per la successione alla premiership, fino a favorire nuovi patti della staffetta, come quello della Prima Repubblica (che almeno fu il frutto di meri accordi politici e non di una norma costituzionale).

Per le ragioni esposte il premierato elettivo non è la riforma di cui l’Italia ha bisogno. Infatti, si può benissimo realizzare una forma di governo del premier dotando il premier di adeguati poteri e consentendo comunque al cittadino di essere arbitro della scelta sui governi, con la loro legittimazione diretta, secondo un modello neo-parlamentare. Al riguardo non ripeto quanto scritto da Stefano Ceccanti nel numero 2 di Civiltà Socialista (p. 58-60).

Il testo del disegno di legge interviene anche sulla legge elettorale. L’elezione diretta del premier avverrebbe infatti tramite un’unica scheda in cui l’elettore dà il voto al candidato premier e ad una delle liste che lo sostengono, prevedendo «un premio assegnato su base nazionale» che «garantisca ai candidati e alle liste collegati al Presidente del Consiglio dei ministri il cinquantacinque per cento dei seggi delle Camere».

Al riguardo occorre innanzitutto ricordare i paletti stabiliti dalla Corte costituzionale per evitare una eccessiva compressione della rappresentanza in caso di forte frammentazione del sistema politico. Infatti, nel caso di non raggiungimento da parte di alcun partito o coalizione almeno della soglia del quaranta per cento, il premio dovrebbe essere superiore al quindici per cento dei seggi, diventando abnorme. Non a caso è stato espunto dal testo il riferimento al turno unico presente in precedenti bozze. Una legge elettorale che non prevedesse il ballottaggio sarebbe inevitabilmente esposta ad un nuovo intervento della Corte. Inoltre resta da capire come si possa garantire il cinquantacinque per cento dei seggi sia alla Camera che al Senato che restano due camere diverse e i cui risultati elettorali potrebbero astrattamente essere anche diversi tra loro.

Ma la costituzionalizzazione della legge elettorale basata su coalizioni di liste e sul premio è a mio avviso molto negativa per la seguente ragione. Essa accresce enormemente il potere di coalizione e di veto delle componenti più estremiste e demagogico-populiste di ciascun polo (oltre a perpetuare con ogni probabilità il sistema delle liste bloccate). Al riguardo occorre un’attenta riflessione a fronte dei fenomeni di forte radicalizzazione e polarizzazione della società, con l’estremizzazione e imbarbarimento di ogni posizione. Fenomeni dovuti a diversi fattori, non affrontabili in questa sede, dalle crisi economiche alla rivoluzione digitale, fattori che tolgono intermediazioni e riducono il ceto medio (la stessa radice etimologica dei due termini tradisce il loro legame causa-effetto, come ha acutamente osservato Antonio Preiti).

Essi non riguardano certamente solo l’Italia, ma in Italia sono particolarmente rilevanti. La radicalizzazione e polarizzazione della società restringe fortemente, a mio avviso, lo spazio politico per l’esistenza di un terzo polo a sé stante (al di là dei litigi e degli errori di Renzi e Calenda). Ma rende indispensabile la funzione del “centro” all’interno di ciascun polo (come componente interna o come alleato strategico). A tal fine diventa essenziale l’adozione di un sistema elettorale che favorisca l’affermazione di tali componenti. Si tratta del sistema a doppio turno di collegio, con ballottaggio tra i primi due candidati, se nessuno supera il cinquanta per cento al primo turno. Un sistema che spingerebbe i leader che aspirano alla nomina a premier (nomina che spetterebbe al leader al quale sia collegato il maggior numero di eletti) a presentare candidati che non hanno posizioni estreme, capaci di ottenere i voti degli “elettori di mezzo” (voti che valgono il doppio), e di vincere pertanto il collegio nel ballottaggio.

L’unica strada, a mio avviso, per cercare di costruire finalmente un bipolarismo più serio e maturo, basato su un partito liberal-conservatore di qua, e un partito riformista di là. Una strada che la stessa Giorgia Meloni dovrebbe prendere in seria considerazione se ha veramente intenzione di costruire il polo liberal-conservatore, anche perché ha cominciato a verificare che scegliendo candidati più adeguati il centrodestra è in grado di vincere i ballottaggi nelle elezioni comunali.

Dal punto di vista tecnico, non c’è da temere che questo sistema elettorale possa determinare una vittoria “eccessiva” di un polo, in caso di forte divario di consensi rispetto al secondo polo; infatti si può facilmente adottare un correttivo che preveda che il numero dei collegi uninominali sia pari, ad esempio, all’ottanta per cento dei seggi complessivi, assegnando una quota del venti per cento dei seggi ai “migliori secondi” nei collegi, eventualmente escludendo dal riparto di questa quota dei seggi i candidati del polo che abbia già conseguito più del cinquantacinque-sessanta per cento dei seggi complessivi; un correttivo valido anche per evitare circoscrizioni monocolore.

Il testo del governo, oltre a intervenire sugli articoli (88, 92 e 94) che attengono più strettamente alla forma di governo, abroga anche il secondo comma dell’articolo 59 sui senatori a vita. Una scelta singolare a fronte delle altre modifiche che sarebbe urgente e necessario apportare alla seconda parte della Costituzione, vale a dire l’eliminazione dell’abuso ormai parossistico della decretazione d’urgenza con la previsione di una chiara corsia preferenziale per i disegni di legge ordinari del governo, l’introduzione un adeguato statuto dell’opposizione e, soprattutto, la riforma dell’assurdo e ingombrante bicameralismo paritario, con una sola camera sede del rapporto fiduciario che potrebbe essere composta da seicento membri (e aver sede tanto a Montecitorio che a Palazzo Madama).

E dato che gli accordi di Giorgia Meloni con la Lega prevedono che il disegno di legge costituzionale sul premierato e quello ordinario sull’autonomia differenziata procedano di pari passo, è il caso di ribadire quanto già scritto sul n. 1 di Civiltà Socialista (pagine novanta-novantaquattro), cioè che l’autonomia differenziata è irrealizzabile senza una sede di raccordo tra Stato e Regioni e senza la modifica del titolo V con una clausola di supremazia statale che eviti il suicidio dello Stato.

Il Paese ha assoluto bisogno di riforme, auspicabilmente condivise, in grado di «assicurare istituzioni solide con compiti, responsabilità e poteri chiari», come afferma l’appello già citato promosso dall’associazione IoCambio che chiede «a tutti i partiti… una prova di responsabilità e serietà, e di anteporre il bene dell’Italia a qualsiasi altra logica». Ma da quanto sembra emergere finora nel dibattito con la proposta del premierato elettivo da parte del governo e con l’abbandono di ogni proposta riformista da parte della segreteria del Pd (a partire dalla tesi n. 1 dell’Ulivo del 1996 e dal testo Salvi sul premierato alla Commissione bicamerale D’Alema), è molto alto il rischio che si vada invece ad uno scontro insensato tra innovatori-sgangherati-apprendisti stregoni e conservatori-difensori della «Costituzione più bella del mondo».

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