Le accuse di brogliIl centrodestra di Aleksandar Vučić vince le elezioni in Serbia 

Il Partito progressista serbo Sns è in vantaggio con il 47 per cento dei voti, mentre i partiti dell’opposizione, uniti nella coalizione “Serbia contro la violenza”, sono al 23,1 per cento. Si parla di bus arrivati dalla Bosnia carichi di non residenti pronti a votare

(La Presse)

Secondo i primi risultati delle elezioni anticipate in Serbia, il Partito progressista serbo di centrodestra del presidente Aleksandar Vučić è in vantaggio con il 47 per cento dei voti, mentre i partiti dell’opposizione, uniti nella coalizione “Serbia contro la violenza”, sono al 23,1 per cento.

Le elezioni serbe, le quarte in dieci anni, rinnovano il Parlamento e le autorità locali di 65 città. La competizione vedeva il partito di destra del presidente Vučić, o Sns, competere contro la coalizione centrista «Serbia contro la violenza» che ha unito il partito Libertà e Giustizia, guidato dall’ex sindaco di Belgrado Dragan Djilas, e i nazionalisti di destra. Schieramenti scesi in piazza quest’estate per protestare dopo le due sparatorie di massa di maggio 2023, .

«Il mio compito era fare tutto ciò che era in mio potere per ottenere la maggioranza assoluta», ha detto Vučić ai sostenitori. Più difficile per il partito del presidente mantenere la carica di sindaco di Belgrado, con il testa a testa tra il primo cittadino Aleksander Sapic e lo sfidante Vladimir Obradovic.

Alcune forze non governative – tra cui il Centro per la ricerca, la trasparenza e la responsabilità (Crta), un’organizzazione indipendente e apartitica che si occupa tra le altre cose di monitorare il corretto svolgimento dei processi elettorali – hanno denunciato irregolarità nel voto, riferendo dell’arrivo nella capitale di alcuni autobus dalla Bosnia carichi di non residenti pronti a votare. Altri hanno parlato di pressioni e presunte bustarelle per il voto al partito di governo Sns. Accuse che sono state respinte dalle autorità.

La Stampa racconta dello scandalo della Stark Arena, lo stadio di basket e dei più grandi concerti nel quartiere di Nuova Belgrado. Nel piazzale si sono presentati pullman bianchi che caricavano gente dalla Republika Srpska, una delle due entità della Bosnia, enclave dei serbi oltre confine. Erano cittadini senza residenza a Belgrado ma probabilmente con doppia nazionalità serba e bosniaca. Li hanno radunati lì non si sa se per farli votare in cabine elettorali non ufficiali, o per distribuirli altrove. Due osservatori della Commissione di controllo sono stati spintonati e cacciati, perché volevano verificare.

Il partito di Vučić domina la politica serba da ormai una decina d’anni. A novembre il presidente aveva sciolto il parlamento e indetto elezioni anticipate con una strategia che il suo partito aveva usato spesso per massimizzare i consensi. Vučić voleva quindi approfittare del momento positivo per consolidare il proprio potere in seguito alle grosse proteste organizzate dall’opposizione durante l’estate.

Vučić è una figura fondamentale nella politica serba: negli ultimi anni è riuscito a consolidare enormemente il controllo esercitato dal suo partito sulla politica, sui media e sulla società serba. Il presidente on era personalmente candidato alle elezioni, ma ha sempre fatto campagna elettorale a favore del suo partito. Per il suo modo di governare autoritario e le limitazioni alla libertà di stampa, Vučić è stato spesso paragonato al primo ministro ungherese Victor Orbán, con il quale ha ottimi rapporti. Usa una retorica simile a quella di altri governi autoritari dell’Europa orientale sui diritti dei migranti e della comunità Lgbtq+, e il governo sostenuto con una larga maggioranza dal suo partito è stato accusato di avere legami con le gang criminali responsabili di traffici illegali.

Ma Vučić viene visto come l’unico leader credibile sulla scena internazionale, capace di gestire le relazioni con il Kosovo e i rapporti tra Belgrado, Russia e Unione europea. Formalmente, il Partito Progressista è in favore di un avvicinamento all’Unione Europea, ma di fatto la Serbia è anche uno dei più stretti alleati europei della Russia, a cui è legata da solidi legami culturali ed economici.

A differenza delle vicine Bosnia, Albania e Macedonia del Nord, i cui governi sostengono senza riserve l’integrazione europea, Belgrado — candidata dal 2012 — non ha aderito alle sanzioni contro Mosca per non deteriorare le relazioni con un Paese fratello, da cui la Serbia dipende energeticamente. Una mossa che attirato critiche di Bruxelles contro il governo di Vučić, complicando il percorso del Paese verso l’Ue.

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