Manica strettaLa Brexit non ha diminuito l’immigrazione verso il Regno Unito

Nonostante le promesse politiche dei conservatori, il numero di persone che arrivano legalmente nel Paese per lavoro è triplicata in quattro anni, aumentando così la sua dipendenza dalla manodopera importata a basso costo

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Rishi Sunak, il primo ministro britannico, è nei guai. E il problema è (di nuovo) l’immigrazione. Secondo i dati dell’Ufficio nazionale delle statistiche (Ons), la migrazione netta verso il Regno Unito ha raggiunto la cifra record di settecentoquarantacinque mila persone nel 2022, numero rivisto al rialzo rispetto alla stima precedente di seicentoseimila persone. Non solo: i dati dell’Ons hanno anche rivelato che la migrazione netta per l’anno fino a giugno 2023 ammonta provvisoriamente a seicentosettantadue mila persone, in aumento rispetto alle seicentosette mila dei dodici mesi precedenti. A tre anni dall’entrata in vigore della Brexit, mentre i cittadini britannici hanno perso il diritto automatico a vivere e lavorare altrove in Europa, il numero di persone che arrivano legalmente nel Paese per lavoro è triplicata

Il taglio dell’immigrazione è stato un impegno chiave annunciato nell’ultimo manifesto elettorale dei Tory. Quando era primo ministro, Boris Johnson aveva promesso di ridurre i livelli di migrazione netta sotto almeno le duecentoquarantacinquemila persone all’anno. Anche l’attuale premier Rishi Sunak ha fatto della lotta agli sbarchi clandestini una delle sue cinque priorità elettorali. Ma il suo piano non sta funzionando: la settimana scorsa, la Corte Suprema britannica ha respinto la proposta del governo di deportare i richiedenti asilo in Ruanda, affermando che ciò violerebbe le leggi nazionali e internazionali sui diritti umani. Da allora Sunak ha promesso un nuovo accordo con il Paese africano e una nuova legislazione di emergenza che prevalga sulla Corte.

Sforzi quasi inutili, quelli del governo conservatore, poiché in realtà la maggior parte della migrazione proviene da canali legali di asilo per cittadini provenienti dall’Ucraina, dall’Afghanistan e da Hong Kong; nonché da rotte dei visti per studenti, lavoro e famiglia, in particolare quelli nel settore sanitario e dell’assistenza sociale.

A tre anni dall’entrata in vigore della Brexit, mentre i cittadini britannici hanno perso il diritto automatico a vivere e lavorare altrove in Europa, il numero di persone che arrivano legalmente nel Paese per lavoro è in realtà più che raddoppiato. Questo perché il Regno Unito si trova ad affrontare carenze di manodopera in settori chiave, in parte a causa dell’esodo di cittadini dell’Ue causato proprio dalla stessa Brexit. Quindi, non potendo più assumere liberamente dai Paesi a loro vicini, i datori di lavoro britannici sono stati costretti a guardare più lontano, in Asia, Africa e Medio Oriente, per colmare le lacune nel mercato del lavoro.

Ciò avviene in un momento in cui il Regno Unito avrebbe dovuto ridurre la sua dipendenza dalla manodopera importata a basso costo, non aumentarla. Ma la classe politica conservatrice ha trascorso così tanto tempo ossessionata dagli arrivi illegali attraverso la Manica, che ha finito con l’ignorare il problema più grande. E così, la dipendenza del Regno Unito dalla migrazione di massa si sta trasformando in una catastrofe economica, sociale e – soprattutto – politica.

Per far fronte alle polemiche interne al partito dopo la pubblicazione dei dati dell’Ons, Sunak, insieme al ministro degli Interni, James Cleverly, ha affermato che saranno fatte nuove proposte per ridurre le esorbitanti cifre; come ad esempio misure per limitare il trasferimento dei familiari di studenti e lavoratori nel Regno Unito e aumentare gli stipendi richiesti per i visti di lavoro. Ma queste eventuali nuove misure potrebbero rischiare un’ulteriore carenza di personale in settori critici, causando, di conseguenza, un’ulteriore inflazione salariale e danneggiando l’economia a neanche un anno dalle prossime elezioni. Insomma, comunque la si guardi, Sunak sembra non avere via di scampo.

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