Sindaco, sceriffo, showmanL’eterno ritorno delle candidature di Cateno De Luca, il principe delle sfide impossibili

Alle elezioni europee del prossimo giugno, l’attuale sindaco di Taormina correrà per portare almeno un deputato all’Europarlamento. I toni della campagna elettorale sono i soliti, quelli che hanno fatto conoscere a tutta l’Italia l’esuberante “Scateno”

Giovanni Isolino/LaPresse

L’ultima folle idea è annunciata da un selfie di gruppo pubblicato qualche giorno fa. Una tavolata, una cena, con tutti i rappresentanti delle opposizioni al governo che guida la Sicilia, guidato da Renato Schifani. Ci sono il Partito democratico, i Cinquestelle, e vabbè. Ma c’è anche l’ospite inatteso, Gianfranco Miccichè, l’ex vicerè di Forza Italia ormai animato dalla vendetta contro chi l’ha fatto fuori dal partito (vendetta che sta attuando votando con l’opposizione, in pratica, tutti gli emendamenti nel complicato iter della manovra finanziaria in corso di approvazione all’Ars). E, soprattutto, c’è l’ombra («non potevo esserci per impegni familiari», si giustificherà) di Cateno De Luca, in arte Scateno, leader di Sud chiama Nord (sette deputati all’Ars su settanta) e, secondo i rumors, possibile candidato di questa strampalata coalizione anti-Schifani (più che anti-centrodestra).

Ma chi è Cateno De Luca? Attualmente la sua occupazione è fare il sindaco di Taormina, la città più glamour della Sicilia, ma dietro c’è molto di più. Con il suo movimento, un anno fa, con un programma che si poteva ridurre a una sola parola – “Rivoluzione!” – è arrivato davvero a mettere paura a Renato Schifani e al centrodestra, arrivando secondo, con il ventiquattro per cento dei voti validi e più di mezzo milione di siciliani che hanno messo una croce sul suo nome per averlo governatore. Dietro, le macerie dei Cinquestelle e del Partito democratico.

È il principe delle sfide impossibili, Cateno De Luca, cinquantuno anni, che in vita sua ha visto di tutto, arresti domiciliari compresi, ed è passato con tutti, lasciando sempre, in ugual ordine, odio e amore, macerie e gelosie, ma ottenendo consensi crescenti. È un animale politico nuovo, che sfugge a ogni categoria. Ma è da lui che passano i desideri di vittoria di tanti, soprattutto in vista delle prossime elezioni europee.

Lo sa bene Carlo Calenda, che sta costruendo con De Luca un cartello per presentarsi insieme. La lista di De Luca, che alle ultime regionali in Sicilia ha preso il 13,7 per cento (e che, da sola, è riuscita anche a eleggere due parlamentari), sarebbe un’ottima spinta per Azione per superare, a livello nazionale, la soglia dello sbarramento del quattro per cento. Ma durerà da qua a maggio l’accordo tra i due? Difficile dirlo, perché De Luca cambia idea da un giorno all’altro, decide sul momento. Un giorno ti ama. Il giorno dopo ti sbrana.

Lo sa bene Matteo Renzi. Anche il leader di Italia Viva era convinto di domare “Scateno”. C’erano le classiche interlocuzioni, si parlava già di liste comuni, si era tentato qualche esperimento alle amministrative in Sicilia. Poi arriva la rottura, e Renzi si vendica sottraendo a De Luca una senatrice, Dafne Musolino, storica collaboratrice di “Scateno”. Apriti cielo. De Luca commenta: «Sculettatrice. È una p… politica», dice, andando di fino. Italia Viva annuncia querela, e lui mette il carico: «Matteo Renzi è riprovevole, meschino, maschilista, bullo».

E giù polemiche. Ma il tipo è abituato. Ogni comizio della sua campagna elettorale, nel 2022, faceva il pienone nelle piazze dei paesi siciliani, gremiti di gente fino a notte fonda, le sue dirette su Facebook sono seguite da migliaia di persone. A volte interrompeva i comizi degli avversari, oppure improvvisava concerti (è un abile polistrumentista, una volta si è messo a suonare la zampogna all’Ars) in locali e bar. Il corpo ne risente, con un malore che lo ha colpito proprio dopo l’estenuante campagna elettorale per le elezioni regionali. Ma in poco tempo, ha carburato di nuovo. Polemica dopo polemica. Alla ricerca continua dell’effetto “wow”. Come quando si è presentato in mutande nella sede della Provincia di Messina per protestare contro il taglio delle forniture dell’acqua nel suo paese. O quando si è spogliato, nudo, in parlamento (le pubenda avvolte da una bandiera siciliana, sulla mano destra un pinocchio, nella sinistra una Bibbia) per protestare contro la sua esclusione dalla Commissione Bilancio.

Prima, tante elezioni, da solo contro tutti, o quasi. Sindaco del suo Paese, Fiumedinisi, in provincia di Messina, poi sindaco nella stessa Messina. In mezzo, l’arresto per evasione fiscale, abuso d’ufficio e concussione. I giornali parlano di appalti truccati e del “sacco di Fiumedinisi” (titolo un po’ enfatico per un Comune di 1242 abitanti).

Quando nel 2017 viene messo ai domiciliari per evasione fiscale, fa una diretta Facebook: «Sapevo già che mi avrebbero arrestato…». Viene prosciolto e assolto. Denuncia i pm che lo indagano, fa esposti contro la Procura. Vanta diciotto procedimenti penali chiusi a suo favore. Al termine della sua più lunga e controversa vicenda giudiziaria, durata dodici anni, scrive un libro dal titolo molto sereno: “Lupara giudiziaria”.

Da primo cittadino di Messina dà il meglio da sé. Una notte fa un blitz contro le prostitute, sempre in diretta Facebook. Un’altra volta si fa riprendere con una moto da motocross al Comune, completo di tuta e casco integrale.

E poi il Covid. Lì diventa il sindaco sceriffo più popolare d’Italia. Memorabili i suoi messaggi per invitare i messinesi a restare a casa, diffusi con dei droni, che inseguivano le persone sorprese fuori: «Dove cazzo vai? Torna a casa! Non si esce! Questo è l’ordine del sindaco De Luca e basta. Ti devo prendere a calci in culo!». Per evitare i contagi, a Natale 2020, blocca lo Stretto di Sicilia, con un’ordinanza: non si può entrare a Messina, se non registrandosi quarantotto ore prima nel portale del Comune. Si accampa al porto, dorme in tenda, fa lo sciopero della fame. Blocca le macchine in arrivo dalla Calabria: «Qui si gioca con le nostre vite». La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese gli fa notare che non può sostituirsi alle forze dell’ordine e ai famosi Dpcm del governo. Lui, in risposta: «Signora Ministra, se ne vada a fare in…» (e si beccherà millecinquecento euro di multa per vilipendio).

Si dimette poi da sindaco di Messina, fa eleggere un suo uomo, e si candida alle regionali mettendo paura a Renato Schifani. Poi, dicevamo il malore, e il ricovero in ospedale. Dopo la convalescenza, si candida sindaco a Taormina, e viene eletto anche lì, nella primavera di quest’anno a furor di popolo: sessantatré per cento di voti validi. E gli avversari si chiedono: ma che cosa fa alla gente?

Altro comune, dunque, altre dirette, come quando se ne va in giro con le cesoie per gli allacci abusivi dell’acqua «in condomini blasonati». O attacca la Regione per la gestione del teatro antico.

Si leva anche lo sfizio di sfidare Adriano Galliani nelle elezioni suppletive del collegio Monza – Brianza dopo la morte di Silvio Berlusconi. Punta sull’esperienza del papà migrante al Nord, proprio a Monza, e sul traino dei «terroni residenti in Lombardia». Che gli fanno gran festa. Ma non lo votano. Raccoglie solo duemilatrecento voti (l’1,76 per cento).

Da pochi mesi ha una portavoce, una meteora del Movimento 5 Stelle: Laura Castelli. Chi se la ricorda? L’ex vice ministra dell’Economia dei governi Conte e Draghi, protagonista di talmente tante gaffe da fare scrivere al Giornale: «Ogni volta che parla, un economista muore».

E adesso l’ultima folle idea, dicevamo: un giro alle elezioni europee, magari portando a Bruxelles un deputato, per poi dare vita all’operazione “fritto misto”: mettere dentro tutti quelli che ce l’hanno in qualche modo, per motivi politici o personali, contro il centrodestra e Schifani. Il programma è già scritto: “Rivoluzione”.

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