Soldi e ciboIl gioco di prestigio di Sultan Al Jaber per non parlare di petrolio alla Cop28

Il presidente della ventottesima conferenza sul clima, nonché Ceo dell’azienda petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti, è già riuscito a spostare l’attenzione dal vero termometro della riuscita dell’evento: il phase-out dalle fonti fossili. Il Loss and damage è una buona notizia che nasconde alcuni lati oscuri

AP Photo/LaPresse (Ph. Peter Dejong)

In un padiglione dell’area Expo di Dubai, dove dal 30 novembre al 12 dicembre si svolge la ventottesima Conferenza Onu sul clima (Cop28), la Croce Rossa ha esposto un tavolo fatto di mattoni carbonizzati, rami secchi, travi intrise d’acqua e scarpe infangate. L’associazione internazionale ha raccolto il materiale in vari Paesi particolarmente colpiti dagli eventi meteorologici estremi, resi più frequenti e violenti dall’emergenza climatica. Alla Cop28, gli oggetti sono diventati simboli, segni dei danni e delle perdite causati dal cambiamento climatico.

Il risarcimento degli impatti negativi del riscaldamento globale è diventato il tema dominante nei primi giorni dei negoziati di Dubai. Alla plenaria d’apertura il presidente della Cop, Sultan Al Jaber (Ceo dell’azienda petrolifera statale), ha annunciato che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero contribuito con cento milioni di dollari al fondo Loss and damage (Perdite e danni), il contributo economico per gli Stati meno sviluppati e meno responsabili della crisi climatica, che sarà gestito dalla Banca mondiale. 

Foto: Linkiesta

L’opinione generale era che ci sarebbero voluti anni per rendere operativo il meccanismo finanziario, istituito a fatica alla precedente Cop di Sharm El-Sheikh, ma non è andata così. Il bonifico di Al Jaber è arrivato all’inizio dei lavori. Non era mai accaduto che nel primo giorno di una Cop si prendesse una decisione così importante. A sorprendere è anche il fatto che gli Emirati Arabi Uniti – come altri Stati del Golfo e la Cina – sono teoricamente un Paese in via di sviluppo e quindi non erano obbligati a contribuire al fondo.

L’annuncio di Al Jaber ha poi spinto altri Paesi a fare lo stesso. E in cima ai donatori, almeno all’inizio del negoziato, c’è anche l’Italia. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è intervenuta venerdì 1 dicembre alla conferenza di Dubai. Ha parlato prima all’evento dedicato ai sistemi alimentari, sottolineando la sua posizione contraria alla carne coltivata in laboratorio, e poi in quello sull’adattamento al cambiamento climatico. 

Il contributo italiano al fondo, stando all’annuncio della premier, toccherà quota cento milioni di euro: una cifra importante, di fatto identica a quella di Germania, Francia ed Emirati Arabi Uniti. Nella lista dei donatori, al momento, figurano anche Regno Unito (settantacinque milioni), Giappone (dieci milioni, Stati Uniti (17,5 milioni), Canada (sedici milioni), Danimarca (cinquanta milioni). Resta da vedere se la Cina si unirà. Da una parte, il versamento italiano è una buona notizia; dall’altra, però, è un campanello d’allarme degli affari di Roma con l’Abu Dhabi national oil company (Adnoc), l’azienda petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti di cui Sultan Al Jaber è Ceo. In più, Abu Dhabi ha annunciato un investimento da trenta miliardi di dollari per un fondo di investimento chiamato Altérra, nella speranza di rafforzare l’accesso ai finanziamenti per il sud del mondo. 

Il primo dicembre è stato anche il giorno della prima sessione tematica sull’azione climatica. Si è parlato di alimentazione, allevamenti ed emissioni di gas serra. La comunità globale ha mobilitato oltre 2,5 miliardi di dollari per sostenere l’agenda cibo-clima. Più di centotrenta Paesi, rappresentanti oltre 5,7 miliardi di persone, hanno firmato la dichiarazione di Cop28 sui sistemi alimentari. Gli Emirati Arabi Uniti e la fondazione di Bill & Melinda Gates hanno lanciato una partnership da duecento milioni di dollari per la ricerca e l’innovazione nei settori agricoli (a proposito delle dichiarazioni di Meloni). 

Comprendere la dimensione economica del riscaldamento globale non è semplice. Un recente studio, pubblicato su Nature, ha stimato il costo globale degli eventi meteorologici estremi attribuiti alla crisi del clima: centoquarantatré miliardi di dollari l’anno. Inoltre, secondo un rapporto dal titolo “Finanza per l’azione climatica” servirebbero 2,4 mila miliardi di dollari entro il 2030 per gli investimenti legati al clima e alla natura dei Paesi emergenti e in via di sviluppo, Cina esclusa. 

Cifre enormi. Anche e soprattutto rispetto ai soldi annunciati all’evento di Dubai. Monetine che però risuonano mettendo a tacere le polemiche sul conflitto di interessi della presidenza emiratina della Cop. Centesimi luccicanti che raccontano una vittoria: Sultan Al Jaber in soli due giorni di negoziati è riuscito a spostare l’attenzione da quella che sarebbe stata la vera asticella per misurare la riuscita di Cop28, ossia l’eliminazione graduale – phase-out – dei combustibili fossili dal nostro sistema energetico. 

Mentre re Carlo III è intervenuto dichiarando: «Prego con tutto il cuore che questa Cop sia un punto di svolta verso un’autentica azione di trasformazione» e re Abdullah II di Giordania ha riportato la realtà del conflitto in Medio Oriente nei padiglioni di Dubai («Gaza era già una trincea della crisi climatica, la distruzione della guerra rende le minacce ambientali e la scarsità di acqua ancora più dure»), il sultano Al Jaber è riuscito nel gioco di prestigio.