Locomotiva fermaLa crisi della Germania ha ricadute negative su tutta l’Ue

Se la principale economia europea rallenta rischia di incrinarsi anche il quadro geopolitico, aumentano le difficoltà di tagliare le emissioni di carbonio e invecchia la popolazione. Con conseguenze su tutto il continente

AP/Lapresse

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 58 di We – World Energy, il magazine di Eni

“La Germania è di nuovo il malato d’Europa?”. L’interrogativo campeggiava sulla copertina dell’Economist di metà agosto. E sintetizzava nero su bianco la conclusione per cui propendevano

diversi analisti, in particolare detrattori, che non vedono di buon occhio l’attuale gestione del Governo tedesco guidato dal cancelliere socialista, Olaf Scholz, in una non sempre facile alleanza con Liberali e Verdi. I freni della principale economia del Continente sono essenzialmente due: Russia e Cina. La Russia perché per anni principale e quasi unico fornitore di gas con cui alimentare

l’industria del Paese. La Cina perché principale alleato commerciale per quell’industria alimentata dal gas russo. Con l’invasione russa dell’Ucraina e con la concorrenza cinese sempre più spietata il modello di Berlino comincia a mostrare delle incrinature. Con effetti, non marginali, per tutta l’Unione europea, a partire dall’Italia, legata a doppio binario all’industria tedesca.

“In Germania il Pil nella prima metà dell’anno è stato significativamente più debole di quanto previsto in precedenza. Il calo dei salari reali ha pesato sui consumi, mentre la domanda esterna ha portato a un rallentamento delle esportazioni. Su base annua, si prevede che l’economia tedesca si contrarrà dello 0,4 percento nel 2023, una significativa revisione al ribasso rispetto alla crescita dello 0,2 percento prevista a primavera. Nel 2024, si prevede che il Pil reale rimbalzerà dell’1,1 percento, trainato da una ripresa dei consumi”, ha illustrato il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, presentando le previsioni economiche d’estate, l’11 settembre scorso.

I dati. Da gennaio – scrive l’esecutivo europeo nel suo ultimo rapporto – gli indicatori di fiducia per la produzione tedesca hanno avuto una tendenza al ribasso. Ciò è stato particolarmente pronunciato nelle industrie ad alta intensità energetica. Qui, lo shock dei prezzi dell’energia dopo la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina ha colpito in modo particolarmente duro. Anche dopo che questo shock si è placato, i livelli dei prezzi dell’energia sono rimasti elevati rispetto agli altri luoghi di produzione, in particolare al di fuori dell’Europa, il che ha un impatto negativo sulla competitività.

Non è tutto. Sempre la Commissione scrive che più recentemente, a maggio, anche gli indicatori per il settore dei servizi hanno iniziato una flessione, riflettendo una debolezza nei servizi legati alla produzione, nonché nei trasporti e nella logistica.

Geopolitica e transizione, i punti deboli di Berlino
Tornando all’Economist. Tra i punti deboli il settimanale economico cita il peggioramento della geopolitica, la difficoltà di tagliare le emissioni di carbonio e le sofferenze dell’invecchiamento della popolazione.

“La geopolitica fa sì che il settore manifatturiero potrebbe non essere più la mucca da mungere di un tempo. Di tutte le grandi economie occidentali, la Germania è la più esposta alla Cina. L’anno scorso gli scambi commerciali tra i due Paesi ammontavano a 314 miliardi di dollari. Un tempo quel rapporto era governato dal motivo del profitto; ora le cose sono più complicate. In Cina le case automobilistiche tedesche stanno perdendo la battaglia per le quote di mercato contro i concorrenti nazionali. E in aree più sensibili, man mano che l’Occidente “riduce” i rischi dei suoi legami con la Cina, alcuni potrebbero essere interrotti del tutto. Nel frattempo, la corsa al manifatturiero avanzato e a catene di fornitura robuste sta scatenando un torrente di sussidi per promuovere l’industria nazionale che minaccerà le aziende tedesche o richiederà sussidi all’interno dell’Unione europea”, si legge.

Il punto dolente riguarda la transizione green. Il settore industriale tedesco utilizza quasi il doppio dell’energia rispetto al secondo più grande in Europa e i suoi consumatori hanno un’impronta di carbonio molto maggiore rispetto a quelli di Francia o Italia. Il gas russo a buon mercato non è più un’opzione e il Paese, con quello che l’Economist definisce uno ‘spettacolare autogol’, ha voltato le spalle all’energia nucleare. La mancanza di investimenti nelle reti e un sistema di permessi lento stanno ostacolando la transizione verso le energie rinnovabili a basso costo, minacciando di rendere i produttori meno competitivi.

Qualche esempio concreto. Autobahn Gmbh, la società statale che gestisce le celeberrime autostrade tedesche, chiede 150 permessi alle aziende per il trasporto di componenti di grandi dimensioni delle turbine eoliche, come le pale. Tra regole bizantine sulle dimensioni del carico, software difettosi, continui lavori stradali e mancanza di personale per elaborare le richieste, si è accumulato un arretrato di circa 20 mila domande. Secondo Scholz la Germania ha bisogno di costruire tre o quattro nuove turbine eoliche al giorno per raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni. Attualmente è a poco più di una al giorno.

E ancora: la decisione del governo, nel pieno della crisi energetica, di mettere fuori servizio le sue ultime tre centrali nucleari non ha portato benefici né ai consumatori di energia del Paese né alla salute dei suoi cittadini, a causa della riattivazione temporanea delle centrali a carbone, ben più inquinanti del nucleare, per soddisfare la domanda. I governi locali, nel frattempo, hanno spesso bloccato i permessi per impianti solari ed eolici, o la costruzione di linee di trasmissione per distribuire l’energia tra il nord – ricco di vento – e il sud più soleggiato. “Uno sguardo più attento suggerisce che l’economia non è malata, ma solo leggermente fuori forma. Non c’è dubbio che la Germania si trovi ad affrontare sfide strutturali: il ritorno della geopolitica e della geoeconomia, la transizione verso la neutralità climatica, il cambiamento demografico e la carenza di competenze.

A tutto ciò si aggiungono problemi interni, in particolare la capacità del mio Paese di restare intrappolato nella burocrazia. E come nazione esportatrice, siamo particolarmente colpiti quando le catene di approvvigionamento vengono interrotte e la crescita in Cina si indebolisce”. Così, di della Protezione climatica, Robert Habeck, ha risposto all’Economist e ai detrattori.

La questione energetica
L’esponente dei Verdi ha assicurato che nel 2024 saranno completati gli altri terminali di GNL previsti in Germania e verranno definitivamente chiuse le centrali elettriche a carbone. “Gli impianti di stoccaggio del gas sono pieni. Se non succede nulla, supereremo bene l’inverno. Tuttavia, la Germania deve ancora stare attenta. Ecco perché il governo federale ha creato reti di sicurezza “con centrali elettriche a carbone, tra le altre cose”, ha spiegato il ministro.

Attualmente sono operative tre stazioni di sbarco galleggianti per il gas naturale liquefatto: a Wilhelmshaven nella Bassa Sassonia, a Lubmin nella Pomerania occidentale e a Brunsbuttel nello Schleswig-Holstein. Seguiranno altri tre terminali GNL a Wilhelmshaven, Stade e Mukran a Rugen. Ma qui c’è una forte resistenza da parte degli ambientalisti e della popolazione. Resta il fatto che dopo l’invasione dell’Ucraina, la quota di elettricità generata dalle centrali elettriche a carbone in Germania è salita a quasi un terzo. Secondo l’Ufficio federale di statistica, nella prima metà del 2022 la quota dei combustibili fossili è aumentata di 4,3punti percentuali al 31,4 percento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tuttavia, anche l’energia eolica e quella fotovoltaica sono aumentate in modo significativo, tanto che tutte le fonti energetiche rinnovabili insieme rappresentano il 48,5 percento della produzione di elettricità.

Nel frattempo, il Paese deve affrontare il suo secondo anno senza poter contare sui gasdotti dalla Russia. “La Germania è molto meglio preparata per questo inverno rispetto all’anno scorso. Possiamo essere abbastanza ottimisti, ma è troppo presto per dire che è fatta”, sostiene Klaus Muller, presidente dell’Agenzia federale delle reti. “Gli impianti di stoccaggio sono ben riempiti, le fonti alternative attraverso le quali possiamo ottenere il gas e i tassi di risparmio dei consumi sono stabili.

Ma rimangono dei rischi residui”, ha precisato. Restano comunque molte le incognite: dal clima, in caso di un inverno più rigido i consumi decolleranno, al pericolo di mancanza di forniture di gas russo nei Paesi dell’Europa sud-orientale, che attualmente acquistano ancora gas dall’Ucraina edovrebbero essere riforniti anche attraverso la Germania in caso di carenza. Infine, non si possono escludere scenari di guasto parziale o totale dei gasdotti, vedi Nord Stream e Baltic Connector.

Attualmente dalla Russia la Germania importa il 4 percento di GNL, mentre il 19 percento della fornitura di GNL è non russo; il 62 percento del gas arriva dalla Norvegia; più un 4 percento di produzione propria e un 7 percento di produzione da altri Paesi Ue.

Gli effetti sul clima
La Germania è il più grande inquinatore d’Europa ed è attualmente obbligata dalla legge nazionale per il clima a ridurre l’inquinamento da gas serra del 65 percento rispetto ai livelli del 1990 entro la fine del decennio, con obiettivi annuali per ciascun settore: energia, edilizia, trasporti, industria, agricoltura e rifiuti. Tuttavia, su spinta dei Liberali, il Governo federale ha accettato lo scorso giugno di abbandonare gli obiettivi settorialie puntare invece solo sull’obiettivo generale del 2030. Nonostante l’energia rinnovabile abbia raggiunto una quota record del 46 percento nel mix elettrico, lo scorso anno le emissioni di gas serra sono state di circa 761 milioni di tonnellate, mancando l’obiettivo di 756 milioni di tonnellate e rimanendo indietro rispetto al parametro di riferimento del 2020 di un taglio del 40 percento rispetto al 1990. “Il maggiore utilizzo di carbone e petrolio ha annullato la riduzione delle emissioni ottenuta attraverso il risparmio energetico”, ha spiegato il think tank berlinese Agora Energiewende.

Le emissioni di CO2 del settore energetico nel 2022 sono state pari a 255 milioni di tonnellate, in aumento del 3 percento rispetto all’anno precedente, ma leggermente al di sotto dell’obiettivo del settore di 257 milioni di tonnellate. Anche il settore industriale ha raggiunto il suo obiettivo, riducendo le emissioni di otto milioni di tonnellate l’anno scorso grazie a misure di risparmio e al calo della produzione, ma i settori dei trasporti e dell’edilizia non hanno raggiunto i target.

Finora Berlino ha mantenuto la sua produttività iniettando, sotto forma di aiuti di Stato, miliardi di euro alle imprese come sostegno contro il caro energia. Dei 742 miliardi di euro autorizzati dall’Ue la Germania da sola ne ha spesi 360 miliardi. Il regime Ue che favorisce i sussidi scadrà a fine anno ma Berlino è già impegnata a premere affinché venga esteso.

Brahim Maarad è giornalista dell’agenzia di stampa AGI. È corrispondente da Bruxelles

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