In fondo a destraLa crisi identitaria dei partiti socialdemocratici in Europa

In Danimarca, Slovacchia, Cechia e Bulgaria i partiti socialisti stanno adottando politiche nazionaliste o restrittive, specialmente in materia di immigrazione, ben distanti dai temi classici della sinistra

Unsplash

Il Partito Socialista Bulgaro (Bsp) ha annunciato la formazione di un’ampia coalizione con i movimenti filo-russi e nazionalisti per tentare di accrescere la propria influenza sulla nazione più povera dell’Unione Europea. La leader socialista Kornelia Ninova, come ricordato da Euractiv, ha giustificato «la svolta patriottica» dichiarando che è in linea con quanto sta avvenendo a livello globale ed ha aggiunto che «il pendolo della politica oscilla tra due estremi: il liberalismo e il fascismo e noi dobbiamo fermarci nel mezzo». La Ninova ha espresso soddisfazione per «la vittoria di Robert Fico in Slovacchia» ed ha annunciato che il motto della coalizione sarà «proteggere gli interessi bulgari all’interno dell’Unione Europea». 

L’alleanza della sinistra patriottica includerà sedici partiti che hanno collaborato con il BSP alle elezioni locali dello scorso ottobre e tra questi c’è Ataka, un movimento anti-europeista, filo-russo e filo-putiniano guidato Vilen Siderov e il partito russofilo guidato da Nikolay Malinov, accusato da un tribunale bulgaro di spionaggio a favore di alcuni oligarchi russi.Il BSP, che è stato fondato più di centotrenta anni fa, ha ricoperto un ruolo di primo piano nella politica bulgara dopo il 1991 ma ha recentemente sperimentato un significativo declino ed ha provato a reinventarsi come forza anti-establishment. Le cinque consultazioni parlamentari svoltesi nella nazione balcanica tra il 2021 ed il 2023 testimoniano le difficoltà dei socialisti che hanno visto erodere progressivamente i propri consensi passati dal 15.01 all’8.94 per cento dei voti e che nel 2017 avevano potuto contare su oltre il ventisette per cento dei voti. 

Il cambio di linea del Bsp punta a intercettare gli umori di un elettorato sempre più fluido e può contare su un precedente importante. Direzione-Socialdemocrazia (SMER-SD), il partito di cui fa parte il primo ministro slovacco Robert Fico e che si è imposto alle recenti consultazioni parlamentari, ha adottato da tempo una linea nazionalista, russofila e cospirazionista. Fico, come chiarito da El Pais, ha mostrato atteggiamenti xenofobi, è contrario alla redistribuzione dei migranti decisa dall’Unione Europea, all’invio di aiuti militari all’Ucraina e all’integrazione di Kyjiv nella Unione europea e nell’Alleanza Atlantica. Il premier è inoltre molto vicino al presidente russo Vladimir Putin. 

Lo Smer come ricordato da Peter Spak, scienziato politico slovacco impiegato presso l’Università Masaryk della Repubblica Ceca, «non ha e non ha mai avuto nulla in comune con la socialdemocrazia di matrice occidentale» ed «il suo nome è poco più di uno strumento di marketing» dato che il movimento «ha un atteggiamento nazionalista e populista».I socialisti bulgari e quelli slovacchi, come spiegato da Le Monde, sembrano voler imitare il primo ministro ungherese Viktor Orban che, però, è alla guida di un movimento conservatore e nazionalista. 

La linea oltranzista adottata dallo Smer ha provocato un reazione nel Partito Socialista Europeo (Pse) che, seppur in colpevole ritardo, ha recentemente sospeso tanto il partito di Fico quanto l’alleato Voce-Socialdemocrazia (Hlas) dai propri ranghi. Un comunicato stampa, riportato da Politico, ha spiegato come «la decisione sia stata adottata in seguito alla chiara divergenza dai valori del PSE mostrata dal leader dello Smer-SD Robert Fico e anche per le preoccupazioni suscitate dalla nascita di un governo di coalizione formato dallo Smer-SD, da HLAS-SD e da un partito di estrema destra». La sospensione è una sanzione meno grave dell’espulsione ventilata dal Presidente del PSE Stefan Löfven prima delle elezioni e prevede, secondo quanto riferito dalla deputata dello Smer Katarína Roth Neveďalová, un accordo che spinga le parti «a intraprendere un dialogo e discutere le differenze reciproche». 

Il PSE, che guarda con interesse alle consultazioni europee del giugno 2024, non può permettersi un indebolimento dei propri ranghi ed è probabilmente consapevole del fatto che lo Smer, nel bene e nel male, rappresenti un importante serbatoio di voti e seggi in vista delle elezioni. Nessun provvedimento è stato invece annunciato nei confronti del BSP e appare probabile che nulla verrà deciso nel breve periodo. I due partiti non sono, peraltro gli unici ad avere linea difforme rispetto a quella del PSE perché altri movimenti hanno iniziato a muoversi in autonomia nel corso degli anni. Tra questi spiccano alcuni casi emblematici che evidenziano come l’ideologia socialdemocratica sia sempre più in crisi.

Il Partito Socialdemocratico danese ha adottato da anni una serie di politiche migratorie restrittive e così dure da aver ispirato movimenti di destra radicale come Alternative Fur Deutschland (AFD) in Germania. Il governo progressista della premier Mette Frederiksen, al potere tra il 2019 e il 2023, è stato il primo in Europa ad annunciare la revoca dei permessi di residenza concessi ai rifugiati siriani e la deportazione di questi ultimi nel Paese di origine ed ha tentato di trasferire i richiedenti asilo in Ruanda. 

La premier ha dichiarato, nel gennaio 2021, che l’immigrazione deve essere limitata per non danneggiare la coesione della società danese. Si tratta di una frase a effetto motivata, come ricordato dal Al Jazeera, dal fatto che i Socialdemocratici avevano vinto le precedenti consultazioni anche grazie a i voti strappati alla destra radicale e che un qualunque ammorbidimento in ambito migratorio avrebbe potuto essere percepito come dannoso per i propri consensi. L’unica eccezione, che testimonia la presenza di un doppio standard tra rifugiati europei ed extra-europei, è stata fatta per gli ucraini in fuga dalla guerra a cui è stato concesso di lavorare, studiare e accedere al welfare quasi subito dopo l’arrivo in Danimarca.

Il Partito Socialdemocratico della Cechia (CSSD), fondato nel 1878 e importante forza di governo sia prima della Seconda Guerra Mondiale che dopo la caduta del comunismo, è ormai condannato all’irrilevanza politica a causa dell’incapacità di modernizzarsi e di alcune scelte incomprensibili. A spiegarlo è Jiri Pehe, analista politico e responsabile del campus della New York Unviersity a Praga, che nel 2021 ha dichiarato a Euronews che i tentativi di modernizzazione fatti dal partito non hanno avuto successo anche perché il suo elettorato è prevalentemente anziano e conservatore ed ha aggiunto che «il CSSD è rimasto nazionalista e xenofobo nei confronti degli stranieri e dei migranti ma l’estrema destra e Babis sono più abili a intercettare i voti di questo elettorato». 

Il riferimento è al movimento populista ANO, guidato dall’ex primo ministro Andrej Babis, con cui i Socialdemocratici hanno formato una controversa coalizione di governo tra il 2018 e il 2021. L’alleanza con un partito vicino alle posizioni del Blocco di Visegrad non ha giovato all’immagine dei progressisti e lo stesso è valso per le posizioni filorusse e filocinesi assunte dall’ex leader socialdemocratico Jan Hamacek.