Una lingua nuova È la fine dei descrittori?

Ci prepariamo all’avvento di un dolce stil novo nel mondo dell’enologia, un nuovo modo di comunicare fatto di parole piene e comprensibili per tutti

Foto di Luca Calderone su Unsplash

È tutta una questione di linguaggio, ma forse non solo: è anche una questione di approccio e di pensiero, che con il linguaggio, però, c’entrano tantissimo. Quando nella prateria sconfinata del vecchio West c’era solo Ais a dettare le regole della degustazione del vino era tutto un floreale, sapido, minerale. Con l’arrivo dei naturali ci siamo spinti verso la sella di cavallo bagnato. Oggi che il mondo della degustazione si è democratizzato e ci sono più certificazioni che vini, il modo di raccontare quel liquido meraviglioso che volteggiamo nel calice si è modificato radicalmente. Ma se i vari Onav e Fis e Fisar si sono abbastanza allineati alle linee guida della principale associazione dei sommelier italiani, così non è stato per quella grande operazione di marketing del vino che Gabriele Gorelli prima e Andrea Lonardi poi hanno reso celebre anche in Italia.

Parliamo del Master of Wine, una sorta di laurea internazionale che sembra un Everest da conquistare, e che pochissimi nel mondo sono riusciti ad ottenere. Fregiarsi delle lettere MW di fianco al proprio nome è un affare da élite, perché offre una visibilità e uno standing che permette di svettare nel panorama mondiale e consente di vivere (molto bene!) facendo presentazioni, consulenze e degustazioni. Ma perché è così diverso? Intanto, perché è un modo anglosassone di pensare il vino. Quindi non solo bicchieri roteanti con prevalenza di Italia e Francia, ma anche tanto estero propriamente detto: qui si tratta di conoscere tutti i vini di tutto il mondo (e di riconoscerli alla cieca, per noi comuni mortali un impegno da superuomini).

Ma c’è di più: i Master of Wine parlano di vino in un modo completamente diverso dagli altri esperti, usano altre terminologie e si approcciano al mondo enologico in chiave divulgativa e non didattica. Non sono lì per dimostrarci la loro somma bravura, al cospetto della quale noi possiamo solo inchinarci, non sono maestri che devono indottrinarci, ma amici che ci spiegano quello che c’è nel bicchiere a partire dalle emozioni, dal territorio, dal pensiero e dalle persone che quel vino producono.

A una normale degustazione fatta di tannini e astringenze, di malolattica e fermentazioni rischiamo di annoiarci, e di sicuro ci sentiamo inadeguati: l’effetto più normale è l’allontanamento da questo mondo che ci appare complesso, inutilmente tecnico e poco affascinante. A una bevuta col produttore pensiamo che sia tutto marketing e distintivo: la storia della famiglia (tutte le famiglie del vino hanno quasi la stessa storia, avete notato?), la visita in cantina, le botti in legno di rovere, se proprio ci va bene un’anfora interrata. Anche in questo caso, al di là della seduzione del racconto che può essere più o meno ben fatto, più o meno ben sceneggiato, quello che ci rimane è una bella storia che di sicuro non aggiunge nulla alla nostra conoscenza e alla nostra comprensione.

Poi ci sono i Master of Wine. E lì è tutta un’altra storia. Fatta di parole nuove, di scelte semantiche e concettuali diverse, di competenza che serve a capire e non a dimostrare superiorità. La chiave è tutta racchiusa in due concetti: comprensibile e piacevole, affascinante perché approcciabile.

E se davvero cominceremo a trattare il vino come un bellissimo mondo da raccontare, invece di un affare tecnico da iniziati, faremo il successo della divulgazione, aumentando la consapevolezza, la cultura e avvicinando ancora di più le persone a questo mondo.

Unica precauzione? Non fare la fine di Masterchef. Semplificare è bello, se sai come farlo: da lì a banalizzare, è un attimo. Se queste nuove figure saranno seguite da altre, e se la narrazione del vino prenderà questa nuova strada, riusciremo a realizzare una nuova solida base su cui costruire il futuro enologico del nostro Paese, per una volta partendo dal basso. Sarebbe una assoluta novità, e ci renderebbe consumatori più attenti e preparati, senza farci diventare tutti sommelier mancati. Siamo pronti alla sfida?