«Zona di reclamazione»Fino a quanto si spingerà l’anacronistico imperialismo del Venezuela

Il presidente Nicolás Maduro finora ha alimentato la rivendicazione nazionalista di annettere due terzi della Guyana per recuperare un po' di consenso in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo

LaPresse

Il presidente del Venezuela Nicolás Maduro sembra avere tutta l’intenzione di accendere un focolaio di instabilità globale anche in America Latina, inserendo il suo paese nella lista delle potenze regionali che perseguono i propri obiettivi con una retorica sempre più aggressiva. Nelle ultime settimane Maduro ha riacceso una disputa di confine a lungo latente, minacciando di annettere più di due terzi dello stato della Guyana, un’ex colonia britannica. L’area in questione è il territorio dell’Essequibo, una vasta zona tra i grandi fiumi Essequibo e Cuyuni che comprende anche una porzione di spazio marittimo dell’Oceano Atlantico, in cui la statunitense ExxonMobil e altre compagnie petrolifere stanno esplorando – su concessione del governo guyanese – la presenza di giacimenti off-shore. 

Domenica 3 dicembre il regime di Maduro ha indetto un referendum consultivo per annettere il territorio che il Venezuela definisce «zona di reclamazione», e dopo una vittoria del “sì” vicina al cento per cento (ma con un’affluenza del cinquanta per cento secondo i dati ufficiali, che si riduce al dieci in base alle stime indipendenti) il parlamento di Caracas ha approvato il risultato ufficializzando l’annessione della provincia dell’Essequibo, inserendola nelle nuove mappe ufficiali del Venezuela.

Maduro non ha perso tempo, e nei giorni successivi ha ordinato ai funzionari statali di iniziare a concedere licenze per lo sfruttamento petrolifero e minerario, proponendo una legge per cacciare le aziende già presenti nel territorio in base alle concessioni del governo della Guyana. ExxonMobil e le altre compagnie hanno ricevuto un ultimatum di novanta giorni, scaduto il quale non è chiaro cosa dovrebbe succedere.

La disputa territoriale risale alla fine dell’Ottocento è ha come momento spartiacque la data del 3 ottobre 1899, quando il territorio venne assegnato alla Corona britannica da un collegio arbitrale internazionale. Una decisione mai accettata da Caracas, che nei decenni successivi ha minacciato più volte di impossessarsi della terra. L’ultima volta che il Venezuela ha riaperto la questione è stato nel 2015 dopo l’annuncio di ExxonMobil della scoperta dei primi giacimenti di petrolio.

Il presidente della Guyana Irfaan Ali ha annunciato che in caso di azioni ostili si rivolgerà direttamente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma la vera domanda è fino a che punto vuole spingersi il regime di Caracas.

Secondo molti analisti, è possibile che Maduro intenda unire i venezuelani e recuperare consenso con una causa nazionalista prima delle presidenziali dell’anno prossimo. In base ai sondaggi della venezuelana ORC Consultores, se ci fossero libere elezioni il presidente in carica verrebbe sconfitto dalla leader dell’opposizione liberale María Corina Machado, a cui viene negata la possibilità di candidarsi con accuse giudiziarie di corruzione. 

Pertanto, si presume (o si spera) che le minacce non saranno seguite da un’aggressione militare. Ma dopo l’invasione russa dell’Ucraina nessun analista può escludere del tutto che una retorica di questo tipo, accompagnata da azioni politiche formali, non finisca col portare a una guerra.

Sulla carta non c’è paragone tra il Venezuela, un paese da trenta milioni di abitanti dotato di forze armate con più di centomila effettivi (almeno sulla carta), e la Guyana, un paese da ottocentomila abitanti che ha solo quattromila soldati. Ma al di là dei numeri, i venezuelani non hanno mai combattuto una guerra, mentre il governo guyanese ha un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, il Regno Unito e il Brasile, che da tempo fornisce all’ex colonia britannica supporto diplomatico e assistenza militare.

Per ora quindi la strategia della Guyana è affidarsi al diritto internazionale e dimostrare che i suoi alleati sono disposti a intervenire. Il presidente guyanese ha dichiarato che l’esercito brasiliano ha aumentato il contingente militare alla frontiera con il Venezuela e la Guyana, e inviato una squadra negoziale per trattare il tema con Maduro. Gli Stati Uniti hanno annunciato esercitazioni aeree congiunte con la Guyana, altre seguiranno.

Secondo un’analisi su X di Matteo Pugliese, ricercatore all’Università di Barcellona specializzato in sicurezza internazionale, se la rivendicazione sull’Essequibo non fosse solamente un’operazione di propaganda politica del regime di Maduro, il Venezuela potrebbe ottenere dei risultati limitandosi a occupare la fascia costiera tra il confine e l’estuario del fiume Essequibo. 

 

Un’operazione militare che potrebbe avere successo, ma solo se non ci fosse nessun intervento del Brasile, degli Stati Uniti e del Regno Unito. In questo caso il Venezuela, soprattutto sul fronte marittimo, subirebbe una disfatta. Maduro non ha ancora schierato truppe, e ha annunciato che l’unità militare incaricata di proteggere la nuova provincia annessa illegalmente avrà sede altrove. Per adesso l’attenzione va rivolta alle elezioni del 2024, e ai tormenti di un altro regime fallimentare che trasforma la sua debolezza interna con la belligeranza verso l’esterno, nonostante il Venezuela sia in cima alle classifiche dei paesi dotati della maggiore quantità di riserve petrolifere. 

Maduro non ha ancora schierato truppe e l’unità dell’esercito incaricata di proteggere la nuova provincia annessa illegalmente avrà sede altrove, ma Caracas ha annunciato in modo propagandistico la costruzione di due installazioni militari a pochi chilometri dal confine. Secondo una lettera del premier di Saint Vincent e Grenadine, piccolo stato insulare anch’esso ex colonia britannica, giovedì 14 dicembre i presidenti Maduro e Irfan Alì si incontreranno per discutere la questione.

Per adesso l’attenzione va rivolta alle elezioni del 2024, e ai tormenti di un altro regime fallimentare che trasforma la sua debolezza interna con la belligeranza verso l’esterno, nonostante il Venezuela sia in cima alle classifiche dei paesi dotati della maggiore quantità di riserve petrolifere.

 

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