Al verdeIl cambiamento climatico costa ogni anno duemilaquattrocento miliardi di dollari

Per arginare i peggiori impatti del climate change a livello mondiale bisognerà investire soprattutto nei Paesi poveri ma dovranno essere i Paesi ricchi a pagarli. Perché, se si rifiuteranno di farlo, ne andrà anche della loro sopravvivenza

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Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. E dal 17 novembre anche in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia

Duemilaquattrocento miliardi di dollari. 2,4 milioni di dollari moltiplicati per un milione. Un 2 e un 4 seguiti da undici zeri. Comunque la si legga è una cifra folle, ma è l’importo che il l’High-Level Expert Group, (HLEG) sulla finanza per il clima indica come l’investimento complessivo necessario per arginare i peggiori impatti del cambiamento climatico a livello mondiale. Fatto allarmante, non si tratta di una cifra una tantum: è quanto dal 2030 si dovrà investire ogni dodici mesi, anno dopo anno, per mantenere il mondo in condizioni relativamente tollerabili a fronte del cambiamento climatico.

È una cifra che riusciamo a malapena a immaginare. Impilati in banconote da cento dollari, duemilaquattrocento miliardi di dollari formerebbero una torre alta più di quattromilacinquecento chilometri, la cui cima toccherebbe l’orbita bassa della Terra. Se spendessimo un milione di dollari al giorno, per arrivare a duemilaquattrocento miliardi ci metteremmo seimila anni. Stiamo parlando di una cifra all’incirca prossima all’intero Pil della Francia.

Negli Stati Uniti c’è un’espressione idiomatica che rende bene la sensazione di sbalordimento suscitata da tale cifra: “sticker shock”. Coniata inizialmente per descrivere la reazione degli aspiranti acquirenti alla vista dei prezzi indicati dai concessionari sugli adesivi (sticker) applicati ai finestrini delle auto nuove, l’espressione sticker shock descrive efficacemente lo stordimento che proviamo quando ci rendiamo conto di non saper proprio come permetterci qualcosa di cui non possiamo assolutamente fare a meno.

Nel caso della finanza per il clima, la sfida è resa ancor più ardua dalla non corrispondenza tra chi dovrà sborsare il denaro per gli investimenti e dove molti di questi andranno fatti. Gran parte della spesa per l’adattamento ai cambiamenti climatici dovrà servire a mantenere abitabili i Paesi in via di sviluppo del Sud del mondo e a sostenerla dovranno essere i Paesi sviluppati. Dire che è una situazione politicamente complicata è un eufemismo. Oggi i Paesi avanzati faticano anche solo a raccogliere cento miliardi di dollari (un misero quattro per cento del totale necessario) per finanziare gli investimenti più urgenti nel Sud del mondo.

Affermare che le istituzioni mondiali non sono adatte ad affrontare il tipo di sfide imposte dai cambiamenti climatici è ormai un po’ un luogo comune, ma è assolutamente vero se si pensa alle sfide della finanza per il clima. Alla sfida è inadatto, e in modo quasi comico, anche il processo della Conferenza delle Parti (COP) delle Nazioni Unite, che riconosce diritto di veto a ogni singolo Paese: è ovvio che un processo che non può muoversi più velocemente di quanto l’Arabia Saudita non voglia non riuscirà a mobilitare le risorse di cui il mondo ha bisogno per adattarsi alla nuova realtà climatica.

Tuttavia, le conseguenze della mancanza d’azione sono troppo terribili anche solo per essere prese in considerazione. Le frontiere dei Paesi sviluppati già s’incrinano sotto la pressione dei migranti che fuggono dalle condizioni di vita impossibili dei loro Paesi. Da Lampedusa a Ciudad Juárez, i Paesi sviluppati sono come Canuto il Grande che ordina invano alla marea di ritirarsi: si trovano in una posizione scomoda.

Oggi, il grattacapo dei migranti è solo un’anticipazione di ciò che accadrà se non affronteremo le sfide climatiche sulla giusta scala e con la giusta potenza. I modelli scientifici per i prossimi cinquant’anni già evidenziano il rischio che ampie zone del mondo tropicale divengano inabitabili. Milioni di persone morirebbero ma altri milioni fuggirebbero, destabilizzando i Paesi d’accoglienza in modi che oggi non possiamo nemmeno lontanamente immaginare.

A questo punto, iniziamo a vedere sotto una luce diversa la terrificante cifra di duemilaquattrocento miliardi di dollari: è una cifra folle, certo, ma forse non del tutto irraggiungibile. È meno della metà dei seimila miliardi di dollari che ogni anno si spendono nel mondo per l’istruzione, e non è nemmeno un terzo dei novemila miliardi che spendiamo per la sanità. Di fatto, è all’incirca pari ai duemiladuecento miliardi spesi l’anno scorso per la difesa a livello mondiale. Sono tutte somme ingenti, senza dubbio, ma l’umanità ha già dimostrato di poter trovare cifre di tale portata per finanziare le sue massime priorità.

Nei prossimi anni, il mondo dovrà svegliarsi e guardare alla nuova verità: la mitigazione e l’adattamento climatici sono indispensabili quanto la difesa, l’istruzione e l’assistenza sanitaria. Una volta compreso che si tratta di investimenti irrinunciabili che non prevedono alternative, supereremo lo sticker shock e ci dedicheremo al duro lavoro di raccogliere i finanziamenti di cui il mondo ha bisogno per affrontare il cambiamento climatico.

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