Ammortizzare il traumaLa vita dopo che l’intero kibbutz è stato cancellato dai terroristi

La testimonianza di Naomi Adler, infermiera fuggita da Nahal Oz, comunità agricola poco distante dalla Striscia di Gaza, dopo l’aggressione di Hamas dello scorso 7 ottobre. «Temo che il mio futuro non assomiglierà alla quotidianità che avevo prima», dice a Linkiesta

AP/Lapresse

Naomi Petel Adler ha tre vite. Una formata dai ricordi di come ha vissuto prima del 7 ottobre scorso, una in cui affronta giorno dopo giorno l’ombra del massacro a cui è scampata, mentre la terza è quella che spera di vivere in futuro. Il suo presente è però fermo all’elaborazione del trauma, in una condizione di profuga interna nella sua Israele. Lei, suo marito e i loro tre figli sono ospiti in un kibbutz del Nord: adesso il loro mondo è racchiuso nella singola stanza da cui risponde alla videochiamata, ben diversa da quella in cui si sono rifugiati durante l’invasione di Hamas. «Sono grata per quello che mi è stato messo a disposizione, ma temo che il mio futuro non assomiglierà mai più alla mia vita a Nahal Oz», precisa Naomi. «E questo mi distrugge».

Nahal Oz si potrebbe tradurre come “la forza della gioventù pioniera combattente” ed è un kibbutz, cioè una comunità agricola ebraica, situato a poco più di mezzo chilometro dalla Striscia di Gaza. Fondato nel 1951 nella punta nordoccidentale del deserto del Negev, l’insediamento sorge su un territorio che è riconosciuto internazionalmente come parte d’Israele. Questo non ha impedito il susseguirsi di vari incidenti di sicurezza lungo i decenni. Ma l’ultimo – l’uccisione di un bambino di quattro anni a opera di un colpo di mortaio palestinese – risaliva al 2014, durante lo svolgimento dell’operazione isrealiana “Scogliera Solida”. Quasi dieci anni di relativa tranquillità.

«Noi ci siamo trasferiti a Nahal Oz sei anni fa. In questo periodo abbiamo avuto molti, moltissimi razzi, ma nessun aggressore aveva mai superato il confine», ricorda Naomi. «Ogni mattina, mio marito e io abbiamo lasciato i nostri figli a scuola e all’asilo prima di andare a lavoro. Lui a gestire la piantagione di banane, dove lavoravano anche raccoglitori beduini e gazei, io infermiera per la Clalit che è la più grande organizzazione sanitaria del Paese. Di pomeriggio si tornava al kibbutz per parlare con gli amici e discutere delle novità passeggiando per i viottoli. Poi mettevamo i bimbi a letto e tutto ripartiva di nuovo il giorno dopo».

In queste comunità le decisioni riguardo l’educazione, le abitazioni, la tesoreria, la salute e il benessere in generale per tradizione vengono votate durante assemblee democratiche dove partecipano tutti i suoi abitanti. Un retaggio delle iniziative che hanno posto le basi per lo Stato d’Israele. Tutti conoscono tutti e c’è un forte senso di appartenenza, senza ostracismi. «Siamo una comunità di ebrei secolarizzati o riformati. Pensiamo che ognuno abbia il diritto di praticare la propria fede e religione come vuole», precisa Naomi.

A parte i razzi, a causa dei quali ogni abitazione è stata dotata di una stanza blindata e sono stati installati nelle aree comuni rifugi antibomba ogni cento metri, a Nahal Oz si viveva una vita sicura. «La frutta coltivata da mio marito era persino venduta a Gaza, senza che però lui potesse entrare dentro lo Striscia. A meno di non voler essere linciato. È per questo motivo che non ho mai creduto alla pace con i palestinesi. Però credevo nella possibilità di una coesistenza, prima di quel sabato». Naomi è devastata da quanto accaduto, come tutti quelli che conosce. La Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo ha cercato a lungo di portare la testimonianza di un sopravvissuto, ma si è rivelato estremamente difficile trovare qualcuno che se la sentisse. Naomi ha riflettuto due settimane prima di accettare, a sorpresa, di essere intervistata.

Si sente tradita. «Una mia amica fotografa aveva creato un progetto con un fotografo gazeo per ritrarre entrambi i lati della barriera che separa Gaza da Israele. Un’iniziativa per promuovere la pace e la comprensione tra vicini. Invece il giorno dell’attacco il suo amico fotografo l’ha chiamata fingendo d’interessarsi al suo benessere, mentre le chiedeva se l’esercito si era schierato nella sua zona. Così ha capito che sin dall’inizio si era trattato di un piano per ottenere informazioni sul confine e ora la mia amica è sconvolta da questo cinismo». Un tradimento doppio, però: «Noi pensavamo che in caso di emergenza lo Stato ci avrebbe protetto, ma si è trattato di un fallimento completo. Benjamin Netanyahu non mi piaceva già da prima, perché secondo me nessuno dovrebbe governare così a lungo come vuole lui. Non ha parlato con noi sopravvissuti perché sa che non troverebbe dei suoi ammiratori, ma ho comunque molte cose da dirgli. Credo sia un mio diritto, che tuttavia non posso esercitare perché lui teme soprattutto di perdere il potere. Ci ha messo settimane persino per incontrare i familiari dei rapiti».

Il conto per Netanyahu è sicuramente salato. Soltanto a Nahal Oz il 7 ottobre i terroristi di Hamas hanno ucciso quindici dei vicini di Naomi. Inoltre una famiglia identica alla sua è stata presa in ostaggio ed è ancora nelle mani dei palestinesi, probabilmente nascosta nel Sud della Striscia. «Non mi è mai piaciuto quando in Ayosh (acronimo fonetico israeliano per la Cisgiordania, ndr.) abbattono qualche frutteto secolare per costruire quattro case su una collina. È soltanto un cercare guai per dimostrare qualcosa di cui non credo che abbiamo bisogno come Stato. Nahal Oz però non aveva nessun problema di terre contese. Quest’attacco non ha nessuna giustificazione se non l’odio verso la nostra stessa esistenza».

L’attacco al kibbutz è iniziato qualche istante dopo le 6:30 del mattino. Una pioggia di più di tremila missili ha fornito la copertura per l’infiltrazione via terra dei commando di Hamas. Naomi e suo marito sono stati svegliati dagli alert di Tzofar, l’applicazione israeliana per cellulari che avverte nel caso di bombardamenti. «Ci siamo alzati di corsa per rifugiarci nella stanza sicura, dove già dormono usualmente i nostri tre figli. Una volta finito il rumore dei razzi e degli allarmi, abbiamo ricevuto il messaggio perentorio di rimanere dentro i nostri rifugi e chiudere le porte a chiave. Un minuto dopo un vicino ha visto nelle telecamere di sicurezza il primo miliziano palestinese. Era davanti a casa nostra».

Nel conflitto a fuoco successivo, un proiettile si è incastrato nella toppa della porta del loro rifugio e questa è stata la loro salvezza rendendo impossibile aprirla dall’esterno. Quella stanza dotata di serramenti blindati e muri di quaranta centimetri di spessore non aveva però né bagno, né elettricità e le comunicazioni dall’esterno arrivavano a singhiozzo. In compenso, potevano sentire molto chiaramente i combattimenti intorno a loro.

«Era un continuo crepitio di armi da fuoco, esplosioni e urla in arabo», è il racconto di Naomi. Pare che la guarnigione militare vicina al kibbutz sia stata addirittura eliminata con un gas velenoso dai terroristi, ma è una notizia che deve ancora trovare conferma.

«Per resistere tutte quelle ore chiusi dentro ho cercato di distrarre i miei figli, convincendoli che tutto sarebbe andato bene perché stavamo facendo quello che ci aveva detto l’esercito. Mi sono convinta anch’io insieme a loro». Le Forze di difesa israeliane li hanno liberati all’una del mattino del giorno dopo, dopo diciotto ore e mezza di assedio. Un altro vicino li ha chiamati per nome, così che capissero che non c’erano più nemici. In pochi minuti hanno radunato le loro cose e sono fuggiti prima su una jeep e poi su un autobus, mentre i soldati tornavano indietro per mettere in sicurezza altre aree del confine. «Adesso rivolgo la mia mente soltanto nel fare la madre senza pensare al futuro, non ce la faccio» confessa Naomi, preoccupata che la guerra iniziata da Hamas nel suo kibbutz si trasformi in un conflitto per un’intera regione che ha invece un disperato bisogno di pace.