Nemico Pubblico Numero UnoLa fuorviante evoluzione di “patriarcato”, che non protegge più ma anzi uccide

Nelle ultime settimane questa parola è stata urlata nelle piazze e scritta sui cartelloni, sempre con accezione negativa. Eppure l’etimologia suggerirebbe un significato del termine che è venuto meno da tempo: in questo modo si confonde il cuore del problema e ci si allontana dalla soluzione

Lapresse

Non si direbbe che sia servita da deterrente – i fatti dell’ultima settimana purtroppo sembrano indicare il contrario – però la sentenza è stata pronunciata ed è ormai passata in giudicato. Hanno individuato il colpevole, la causa di tutto (il massacro femminicida): il patriarcato! Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che in Italia era quest’anno più emotivamente sovraccarica che mai, il sinistro vocabolo è stato scandito, ritmato, cantato e canzoneggiato, issato sui cartelli e srotolato sugli striscioni. «Non è un caso isolato si chiama patriarcato», «Abortisci il patriarcato», «Interruzione volontaria di patriarcato», «Il violento non è un malato è il figlio sano del patriarcato», «Il patriarcato uccide tuttx».

A sfilare contro il Nemico Pubblico Numero Uno donne di tutte le età, ma anche molti dei loro compagni, e studenti e studentesse e bambini e associazioni di ogni tipo. Poteva mancare il mondo del lavoro? E no che non poteva, e infatti eccolo qua: “Adesso basta! Il lavoro contro il patriarcato”, firmato Cgil. E visto che la Giornata era internazionale, in Inghilterra si è esecrato “the patriarchy”, in Germania “das Patriarchat”, in Francia “le patriarcat”, in Spagna “el patriarcado” e così via. Naturalmente i giornali hanno fatto proprio e rilanciato l’urlo di battaglia: “Piazze piene contro il patriarcato” si leggeva all’indomani più o meno sui siti.

Nei giorni successivi il tema è diventato un tormentone, un luogo comune, una verità apodittica. Tutto il presente e il recente passato, gli ambiti più disparati e insospettabili sono stati setacciati per ravvisarvi ombre patriarcali – da ultimo (ultimo?) l’infamante accusa è piombata addosso al portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, per bocca della co-portavoce dimissionaria Eleonora Evi.

C’è da domandarsi se sappiano, i manifestanti e chi ne riprende pedissequamente gli slogan, che cosa sia in effetti quel brutto mostro contro il quale ci si mobilita. Nessuno può negare che persistano nelle nostre società prevaricazioni maschiliste e che esista una discriminazione verso le donne – anche se da queste alla violenza omicida ne passa, checché ne dicano le incontinenti pasionarie venute alla ribalta in questi giorni. Ma è questo il patriarcato?

“Patriarcato”, nel Dizionario Garzanti della Lingua italiana, è definito come “1. sistema sociale nel quale l’autorità e la proprietà familiare sono accentrate nelle mani dell’individuo più anziano di sesso maschile in ciascun gruppo di discendenza, e nel quale la trasmissione dei beni e dei diritti avviene secondo la linea maschile. 2. (eccl.) dignità e giurisdizione ecclesiastica di un patriarca; il territorio su cui essa si esercita; anche, la sede del patriarca”. Non sembrerebbe corrispondere a una di queste due accezioni il Grande Nemico attuale: un difetto del dizionario?

Gli altri maggiori vocabolari, dallo Zingarelli al De Mauro (un linguista solitamente sensibile alle innovazioni introdotte dall’uso, impossibilitato però a registrare le più recenti in quanto scomparso quasi sette anni fa), si attengono rigorosamente alla medesima duplice definizione; soltanto il Treccani, in un raro cedimento alle mode del parlato, introduce una ulteriore definizione: “3. estens. Complesso di radicati, e sempre infondati, pregiudizi sociali e culturali che determinano manifestazioni e atteggiamenti di prevaricazione, spesso violenta, messi in atto dagli uomini, spec. verso le donne”. Ma è appunto un caso isolato, e anche piuttosto incoerente, visto che poi, alle voci “patriarca” e “patriarcale”, di queste presunte implicazioni discriminatorie lo stesso vocabolario non fa cenno.

Prendiamo il lemma di base. Sintetizzando le definizioni del Treccani, “patriarca” è: 1. in senso ampio, il capo di una grande famiglia, che ha piena e indiscussa autorità su tutti i suoi discendenti, e nell’uso odierno la persona più anziana e più autorevole di un gruppo, o in senso figurato persona anziana e venerabile, capostipite di una numerosa discendenza, e in senso storico uno dei più antichi progenitori del popolo ebraico; 2. il maggiore dignitario di una comunità cristiana e, in senso più tecnico, il dignitario ecclesiastico che soprastà ai vescovi; 3. nell’uso letterario (come in Dante quando per bocca di Tommaso d’Aquino si riferisce a san Domenico), istitutore di un ordine religioso. Nessuno di questi patriarchi ha tra le sue prerogative identificanti quella di uccidere o violentare o comunque discriminare le donne – anche se incidentalmente una certa dose non più accettabile di autorità punitiva, ai limiti del vessatorio, può essere esercitata nell’ambito della definizione 1, nei confronti delle donne come di qualsiasi altro membro, anche maschio, del gruppo.

Come insegna l’etimologia, dal greco patriá (stirpe, famiglia, discendenza) più arché (comando, inizio), il patriarca (in greco patriárches) è colui che esercita il comando su una famiglia o che ne è il capostipite. La radice è la medesima da cui, nelle lingue classiche come in quelle moderne che vi si riconnettono, deriva la parola “padre”: ossia il sanscrito pa, che contiene l’idea di proteggere, nutrire. In senso stretto, il patriarca non è perciò un bieco individuo che tiranneggia ma qualcuno che protegge – e provvede di sostentamento – i membri della comunità a lui soggetti, e il patriarcato è il sistema sociale in cui c’è una figura che esercita questa funzione.

Un ruolo protettivo che oggi, nella società del XXI secolo protesa a accantonare i sorpassati vincoli gerarchici, e anche al di fuori delle accezioni più negative (i protettori delle prostitute, la protezione delle mafie), può legittimamente essere contestato, e che di fatto è già da tempo venuto meno. Ma intestarsi a combattere un qualcosa che non c’è più, o che non è quello che si vuole combattere, significa scambiare un fantasma con la realtà, alimentare gli equivoci, perdere di vista l’obiettivo. Un guazzabuglio fuorviante di parole che allontana dal centro del problema, e ne rinvia sine die (se c’è) la soluzione.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter